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Il discorso del Servo di Dio Didaco Bessi

 

S. Giuseppe1

L’uomo quanto più è vuoto di vera grandezza tanto più abbonda in pompose parole; tanto più si lascia abbagliare dalle splendide apparenze. Un conquistatore feroce, un filosofo pieno di vana sapienza, un letterato che pasce il mondo di vaghissimi nienti, e spesso anche di dolci veleni; destano la sua ammirazione2. Io non so se vi sia mai avvenuto, o Revdē Madri, di sentir rammentare il divino Platone, il divino Aristotele, il divino Socrate, e cotali altre sciocche divinità, onde si volle dalla umana superbia collocar quasi sul trono stesso di Dio, alcuni uomini, che sebbene da Dio dotati di maggior copia d’ingegno degli altri, pure furono al pari degli altri, e forse più degli altri miserabili e viziosi. Cotale è il linguaggio dell’uomo, che porta nella sua stessa pomposità il carattere più certo della falsità e della menzogna. Onde avviene che ricercando con animo retto nelle lodi che l’uomo da all’uomo, sempre ci si trova tanto da sottrarre, che spesso, ridotte le cose al suo giusto peso, quegli elogi spariscono per una buona metà; qualche volta spariscono affatto; qualche volta si trova ancora che essi usurparono il luogo dei meritati vituperi. Ma così non avviene nelle lodi che Dio, il quale è l’istessa verità per essenza e l’istessa grandezza, concede alcuna volta nelle divine Scritture ad alcuni uomini a lui prediletti. Imperocché queste sebbene consistano in poche e modeste parole; pure esse son tali, che quanto più si considerano, in rispetto alle persone cui furono date, tanto maggiormente ci appariscono veraci, magnifiche e grandi. Io non voglio tenervi più incerte, o Revdē Madri, dove voglia andare a parare il mio discorso. Parlerò chiaro: queste riflessioni mi son corse alla mente dalla festività che oggi, a rallegrare il digiuno quadragesimale, si celebra nella Chiesa. Quale fra i figli dell’uomo può vantare maggior grandezza di Giuseppe3? Eppure, aprite il Vangelo, cercate che cosa vi si dica di lui. Appena egli vi è rammentato! niuna pompa di parole: niuno elogio sfoggiato: niuna di quelle esagerazioni che sono si comuni tra gli uomini. Tre cose vi si notano solamente intorno a lui: ch’egli era sposo a Maria; ch’era padre putativo di Gesù, e che era giusto. Queste tre cose accennate colla massima semplicità, e come per incidenza, quasi sfuggono all’attenzione. Ma peraltro a ben considerarle qual grandezza, quale eccellenza, qual santità non rivelano mai in colui, del quale esse furon dette dalla Verità istessa! Quanto più a fondo le esamineremo, tanto più sublimi ci appariranno. Io non mi arrogo di poter entrare a rivelarvi in tutta la sua luce il mistero di questa grandezza. Pure alcuna cosa tenterò di dirne colla inferma mia lingua, solo per eccitare i vostri cuori a una più fervida devozione verso il glorioso Patriarca.

Sebbene non sempre sia vero che dalle qualità di uno dei conjugi si possano con sicurezza argomentare quelle dell’altro; perché vedonsi alcuna volta nel mondo unioni assai disparate, o per rispetto alla nascita, o per rispetto ai costumi: pure non può negarsi che ordinariamente le persone che unisconsi in questo santo nodo non abbiano per primo riguardo la convenienza dell’indole e della condizione. Ma quando pure ciò non debba aversi per regola generale; questo poco nuoce al proposito nostro. Imperocché Giuseppe non fu sposo a Maria o per capriccio4, o per calcolo d’interesse. Egli fu sposo, perché tale fu scelto dalla Sapienza divina pe’ suoi altissimi disegni. Quindi segue di necessità che egli dovesse esser tale, quale a Maria per ogni rispetto si conveniva. Perciò noi possiam dire con assoluta certezza, che chiunque voglia conoscere la santità di Giuseppe guardi in quella di Colei, che fu da tanti secoli prefigurata nelle divine scritture; di colei che fu tra tutte le donne benedetta; di colei infine che fu salutata piena di grazia, madre dei redenti e madre di Dio. Or fate ragione, di qual purità, di qual santità dovette essere ornato colui che Dio stesso scelse tra tutti a essere dolce compagno alla madre sua. Maria fu sollevata a tanto onore, perché la più umile tra tutte le donne: Giuseppe fu unito a Maria, perché niuno tra gli uomini possedè in pari grado questa amabile virtù. Maria fu eletta a madre di Dio, perché tra tutte le figlie di Adamo la più pura: Giuseppe fu unito a Maria, perché cuore del suo più puro e più candido non potè mai vantare alcun figlio dell’uomo. Maria fu scelta a tempio vivo del Verbo incarnato, per la sublime sua santità; Giuseppe fu dato a compagno di Maria, perché solo fra tutti fu trovato degno di fare a tanta santità adeguato riscontro. Questo io affermo non per modo di supposizione, ma con quella stessa certezza che mi verrebbe dal leggere questi fatti nel Vangelo. Imperciocché ben è vero che il Vangelo tace sopra queste particolarità. Ma come si potrebbe egli pur dubitarne? Dio, fin dal primo momento della sciagurata caduta dell’uomo, preparò nel suo profondo consiglio questi due quasi suoi cooperatori nella umana redenzione: Maria, acciò il Verbo eterno vestisse nelle sue viscere umana carne, e si facesse suo vero figlio: Giuseppe, acciò, con adottiva paternità, non solo velasse agli occhi dei profani la portentosa operazione dello Spirito Santo; ma ancora perché egli prestasse al divino infante ed alla Madre sua tutte le cure affettuose e intelligenti di un perfetto padre di famiglia. Come supporre pertanto, senza offendere la divina sapienza, che Giuseppe non possedesse una santità adeguata a tanto officio, e adeguata ancora alla santità di colei, che doveva con esso esercitarlo? Oltreché se Dio volle che ambedue fossero dell’istessa nobiltà, e che in ambedue scorresse il regio sangue di David, cercando in essi la somiglianza anche in queste qualità di minor conto e al tutto secondarie, come credere che la stessa somiglianza egli non volesse anche nella eccellenza dell’anima, e nella grandezza del cuore? Non può dunque errarsi allorché con certezza si afferma che per conoscere la santità di Giuseppe besta specchiarsi nella santità di Maria. [Io non entrerò a dire che, come Maria fu concetta senza macchia originale, così Giuseppe fosse santificato fin nel seno materno, come alcuni scrittori, peraltro pii e di grande autorità, crederono di potere affermare; perché il Vangelo non rendendo di ciò alcuna espressa testimonianza, come fece di Giovanni, né la Chiesa avendone fermato alcun decreto; bisogna in così fatte dottrine procedere con molta cautela. Solo dirò che questo apparirebbe molto consentaneo e conveniente all’alto ufficio a cui fu eletto. Imperocché se Giovanni fu santificato nel seno materno, perché Dio lo aveva preordinato ad annunziare e precorrere il Redentore; quanto non apparisce egli più conveniente che d’un tal privilegio dovesse essere ornato colui che non ad annunziare, non a precorrere il Messia era destinato, ma si a custodirne l’infanzia, a difenderla, a circondarla delle sue cure paterne? Ma lasciamo pure che altri pensi sopra questo proposito come meglio gli detta il senno e la pietà, né insistiamo davvantaggio, sopra mere congetture, quantunque elle ci appariscano con tanta ragione fondate. Imperocché qual bisogno abbiamo di sottilizzare congetturando.]5 E quantunque6 il Vangelo, ci dica del grande Patriarca una sola parola di lode, pure essa è tale da prestare di per sè ampia materia a un intero panegirico. Infatti il Vangelo ci dice che Giuseppe era giusto: cum esset justus. Se questa parola fosse stata proferita con umana autorità, essa non avrebbe alcuna forza, o ben poca. Imperocché chi è tra gli uomini che non pretenda questo titolo di giusto? Egli sembra cosa sì comune, che stimasi il meno che possa dirsi in commendazione di un uomo. E se ad alcuno fosse detto, tu non sei giusto, egli se ne terrebbe offeso e ingiuriato altamente. E questo avviene, perché per ordinario gli uomini non fanno alcuna considerazione al senso profondo e alla lode sovraggrande che si racchiude in quella parola. Però essi sono sì corrivi ad arrogarsela per se stessi, e a concederla agli altri. Quindi conchiudesi che se questa lode di giusto fosse stata attribuita a Giuseppe per solo umano giudizio, ben poco dovremmo darle d’importanza, né meriterebbe che ci facessimo sopra lunga considerazione. Ma ella gli fu data per giudizio divino; ella fu ispirata al santo Evangelista dallo stesso spirito di verità; onde è certo ch’ella fu data con intera cognizione del suo senso, e fu giudicato che di un tal senso tutta convenisse a Giuseppe l’applicazione. Or posto questo, venite meco a considerare, che cosa significhi l’essere dichiarato giusto dalla bocca stessa della verità. La giustizia è il complesso di tutte le virtù, è l’ultimo grado di perfezione a cui l’uomo possa arrivare. Colui che è giusto conosce ciò che egli debba a Dio, ciò che egli debba al prossimo, ciò ch’egli debba a se stesso; e questi tre grandi debiti egli adempie con tutta pienezza. Rende ciò che egli deve a Dio: per conseguenza egli ama Dio sopra ogni cosa, sopra i propri vantaggi, sopra la propria vita: lo ama non per sé, ma per lui; lo ama non per la propria salvezza, ma per la sua gloria; non perché è punitore e rimuneratore, ma perché egli è Dio: lo ama insomma di amore perfetto; di quell’amore stesso onde lo amano i cherubini e i serafini prostrati al suo trono, onde lo amano le anime beate che gli fanno corteggio nella gloria dei cieli. Chi è perfettamente giusto con Dio, non solo egli possiede in tutta la loro pienezza le tre grandi virtù che lo riguardano, la fede, la speranza, la carità, ma nulla inoltre di ciò che è terreno può giugnere a contaminarlo pur lievemente: quindi egli è purissimo. Chi è perfettamente giusto con Dio, conosce e rende a lui tutta intera la propria soggezione; quindi è umilissimo. Chi è perfettamente giusto con Dio, a lui tributa ogni culto esteriore e interiore; e quindi egli è quant’altri mai nell’orazione fervorosissimo. L’uomo giusto inoltre conosce e adempie ogni suo debito verso del prossimo. Ed ecco che di qui voi vedete tosto scaturire tutto quel celeste coro delle virtù che si comprendono sotto il nome di opere di misericordia e che tendono a formare di tutta l’umanità un cuor solo e una sola persona: sovvenire al povero; porgere il suo braccio al debole; prestare assistenza all’infermo; correggere con amore l’errante; sostenere con sofferenza gli altrui difetti; far sacrificio dei proprii comodi all’altrui vantaggio, e dite pure di tutte quelle soavissime opere di fraterna carità, che sole basterebbero a formare della terra un paradiso. Finalmente chi è giusto in se stesso ben conosce e reca in pratica tutto ciò ch’egli deve alla propria destinazione. Sa che Iddio non lo ha destinato per questa terra: quindi ecco in lui il distacco da tutto ciò che è caduco e mondano: ecco in lui il coraggio nei pericoli, la forza nelle tribolazioni, la costanza negli spirituali combattimenti. Sa e conosce ch’egli deve pervenire al suo fine glorioso per una via di espiazione e di prova. Quindi ecco le lacrime della compuzione, ecco le opere tutte della penitenza; ecco la guerra valorosamente combattuta contro la tirannia dei sensi che vorrebbero7 soverchiare lo spirito. Or vedete finalmente quanta ampiezza e perfezione di virtù si raccolgono in quella parola “Egli era giusto”. Se Giuseppe dunque era giusto, e se questa lode non gli fu data dalla cieca umana adulazione, ma sì dall’istessa Verità increata, forza è che tutte quelle virtù che ho detto si trovassero in eminente grado raccolte in Giuseppe. O santità veramente celestiale, o santità di cui, dopo quella della Vergine Santissima, non ebbe e non avrà mai l’uguale sopra la terra!

Ora a tanta santità vedete qual gloria e quale splendore si aggiunga dall’essere Giuseppe padre putativo di Gesù. [Né si dica che non essendo egli stato padre naturale, ma solamente putativo, ciò può scemargli l’onore e la dignità. Nò, non dicasi mai questo; imperciocché l’onore del padre scaturisce meno dall’opera di natura ond’egli da esistenza al figlio, che dalla potestà che sopra di lui esercita e dall’amore onde lo custodisce. Ora che Giuseppe avesse primieramente questo diritto di potestà sopra il divino suo figlio non può dubitarsene.]8 Il nome di padre, dice S. Agostino, fu in lui nome di potestà: fuit appellatio potestatis. Gesù appartenne veramente alla famiglia di Giuseppe, e come membro di essa soggiacque veramente all’autorità paterna del suo capo. Inoltre osservano i sacri espositori che Gesù, come uscito dalla stirpe di David, aveva diritto di successione al regno di Giuda. Ma questo diritto non già gli veniva di Maria, comecchè anch’ella fosse nobile virgulto di quella insigne radice, ma sì venivagli da Giuseppe, per la ragione che, infino a tanto che di quella stirpe ci fosse alcun uomo, Maria non aveva diritto di successione. Onde conchiude Agostino, dicendo: a quella guisa che Gesù aveva verso Giuseppe, filiale diritto del regno giudaico, così Giuseppe aveva sopra Gesù il diritto della paterna autorità. Or di qui considerate la dignità di quest’uomo, da’ cui cenni dipende il Signore stesso dell’universo. Chi ebbe mai tra i figli del fango autorità sì sublime? Quale tra più insigni patriarchi dell’antico patto potè uguagliare in dignità questo glorioso patriarca della nuova legge? L’uomo, di qualunque più eccelso grado egli sia non può sperar salute, se non soggiace alla autorità di Dio. Il solo Giuseppe, solo fra tutti gli uomini privilegiato, può esercitare la sua autorità sopra Dio medesimo. La gloria di Giuseppe dunque non è punto scemata dal non essere egli padre di Gesù per natura; essendo in lui vera e reale la più importante tra le paterne prerogative, che è la potestà sopra il figlio. Ma se egli fu padre per potestà, non fu meno padre per le cure. Gesù pigliando umana carne e abbassando la sua maestà a voler nascere come gli altri uomini, si sottopose ancora a tutti quei bisogni e a tutte quelle miserie, cui soggiacciono tutti gli altri fanciulli. Or si considerino quante e quali cure richiede un fanciulletto dalla nascita, infino a che egli non può provvedere ai suoi bisogni; e facciasi ragione che tutte queste cure furono adempiute da Giuseppe con sollecito amore. Oh quanto si compiace la fantasia di raffigurarsi quella povera casetta di Nazaret, e di vedere colà entro questo santo vecchio vezzeggiare tra le sue braccia il pargoletto Gesù: [ora provarsi di farlo reggere sopra i mal fermi piedini;]9 ora porgergli con sorridente ciglio il necessario alimento; or adagiarlo nella cuna, vegliarli accanto, e contemplare siccome estatico l’innocente suo sonno celestiale! Così per la immaginazione ci potremmo raffigurare le altre cure paterne di Giuseppe, nella più adulta giovinezza del Redentore, e saremmo sicuri di non errare, e le nostre immaginazioni rivestirebbero la natura di fatti veri e reali. Imperocché, data in Giuseppe quella santità che già abbiamo descritta; data quella dignità che già abbiamo intesa, egli doveansi senza fallo trovare in lui tutte le cure di un perfetto padre di famiglia con quello che di più perfetto e di più sublime portava seco la sua speciale prerogativa, che lo rendeva, dopo l’Uomo-Dio, superiore a tutti gli uomini. E che così fosse vedesi anche da questo: che il giovinetto Gesù era conosciuto e famoso tra il popolo, non per la sua divinità, che non ancora egli l’aveva rivelata, ma sì per le cure paterne di Giuseppe: imperciocché come raccogliesi dall’Evangelista, egli fosse appellato, per eccellenza, il Figlio del Fabbro. Nella quale denominazione v’è un certo significato di celebrità si per l’uno che per l’altro; nel Fabbro che sì amava e vegliava questo figlio; nel Figlio che sì era soggetto e riconoscente a questo Fabbro10.

Ed ecco che qui mi si porge bella opportunità a dimostrare che Gesù fu vero Figlio a Giuseppe, non solo per la cura e per la potestà che questi esercitò sopra lui; ma molto più per la soggezione che Gesù osservò verso di esso in tutto il corso della sua vita mortale. E chi può dubitarne, mentre il Vangelo che si parco è nel notare le circostanze della vita di Giuseppe, non lascia passare questa importantissima, senza renderne testimonianza con espresse parole? Dice infatti che Gesù erat subditus illis, era sottoposto a Giuseppe e a Maria. Dunque egli non venerava meno Maria che gli era Madre per natura di quello che venerasse Giuseppe che gli era padre per adozione. Ma se questo è vero, com’è senza fallo, di quanto non cresce nel nostro concetto la dignità e la gloria di Giuseppe! Come! colui nelle cui mani sono le cose tutte, e che alle cose tutte ha dato esistenza con un atto solo della sua volontà; colui che se piega il ciglio fa tremare il cielo la terra e gli abissi; colui che solo è sovrano degli uomini, non ricusa di essere sottoposto ad un uomo? di professargli reverenza? di pendere dai suoi cenni? sì, non può dubitarsene; egli è certo per fede: Egli è sottoposto ad un uomo e quest’uomo è Giuseppe. Giuseppe! Ma forse quest’uomo a cui è sottoposto Gesù, è uomo di alta considerazione nel mondo? splende in regali dovizie? abita in sontuosi palagi? novera sotto il suo scettro molti popoli e nazioni? Oh pensate! quest’uomo a cui Dio obbedisce, sebbene egli scenda da stirpe regale, pure egli è si oscuro, pure egli è si povero, pure egli è si poveramente alloggiato, che in una misera casuccia è costretto a campare la vita coll’opera delle sue braccia. E Gesù tuttavia gli è sottoposto: Gesù lo venera, lo serve, lo obbedisce siccome padre. Né gli obbedisce solo in quelle cose che spettano alla sua spirituale educazione, dove l’obbedire ha più nobiltà, ma l’obbedisce e lo serve ancora nell’umile esercizio dei suoi fabrili lavori. Oh come si commuove il cuore a rappresentarsi Gesù e Giuseppe in una gara reciproca di amore e di rispetto, faticare e fabbricare con istento e sudore poveri utensili, e maneggiare gli strumenti del mestiere, e Gesù riportarne affaticamento e offesa a quelle mani onnipotenti, alle quali la fabbrica del mondo, non altro costò di fatica se non il volere ch’ella esistesse. Qui la mente nostra rimane come fuori di se stessa, né sa se più sia colpita dalla infinita degnazione di Gesù, ovvero dall’onore e dalla dignità inestimabili di Giuseppe. [Onore e dignità che nulla scemano di pregio dall’essere il nostro gran santo, in ordine alla natura, padre solamente in apparenza.]11

E non crediamo già che questa santità non fosse in lui provata nel fuoco delle tribolazioni. Egli rampollo di reale lignaggio, ridotto a dura povertà da doversi guadagnare la vita col sudore della sua fronte, sostenne con animo sereno e giocondo la miseria della sua condizione. Egli fatto depositario e custode del Salvatore del mondo, non aveva di che sollevarlo nei bisogni di questa vita mortale. Quante volte riguardando quel divino infante, e considerando in quanta strettezza era costretto di tenerlo, avrà sentito straziarsi il cuore? Quanti penosi contrasti non si saranno fatti sentire nel suo cuore tra quello che gli dicea la fede, e quello che gli mostravano i sensi intorno a quel pargoletto. [Quella gli diceva: colui è il Re del mondo; questi al contrario,12 colui è un misero fanciulletto che pena per la tua povertà. Quella gli diceva: Colui è il Redentore degli uomini: questi al contrario: Colui è un meschinello che non sa redimere se stesso dalle più infime miserie. Quanto pungenti non doveano essere in Giuseppe questi interni contrasti. Ma Iddio avea voluto dargli ancor più dura prova. Imperciocchè ignaro delle vie dell’Eterno Padre nell’operare il gran mistero, una nube viene a turbare l’anima sua… O Maria! o rosa purissima, o giglio di Paradiso… e dovrò ahime! e dovrò lungi respingerti da me? Mi assisti o Dio di pietà! Ma Iddio non volle più lungamente affliggere quella santa anima. Si aprono i cieli: ecco l’angelo del Signore: Joseph noli timere accipere Mariam conjugem tuam; quod enim in ea est de Spiritu Sancto est. E le parole dell’Angiolo riconducono nel cuore di Giuseppe la gioia del Paradiso.]13 Nulla dirò né della fuga in Egitto, né delle persecuzioni di Erode, né del breve ma pur doloroso smarrimento del Divin Figlio, né d’altre prove di tribolazione onde Dio volle sempre più sublimare l’anima sua; perché, e chi è che non le sappia? Chi è che considerando quelle crudeli congiunture non sia entrato nel cuor di Giuseppe? Solo dirò che a buon diritto egli è noverato, non solo nella schiera illustre dei confessori; ma ancora a rispetto di queste tribolazioni, in quella dei martiri. Ecco, come Dio, anco le anime più pure, anco le anime a lui più care, non vuole esenti dalla prova del dolore. Così egli adoperò in Maria; così in Giuseppe; così (ed oh non così, ma con una più orribil misura) adoperò nel Divino suo Figlio medesimo! E noi, noi ci dorremo delle tribolazioni? Ma non entriamo in una riflessione che troppo ci occuperebbe. Piuttosto venite meco a contemplare un immagine più consolante. In mezzo a Gesù ed a Maria, che amorevolmente lo assistono vedete là in quella povera camera sopra un meschino letticiuolo, vedete Giuseppe nelle agonie di morte, prossimo a spiccarsi da questo fango terreno, per volare a prendere la mercede dal vero Padre di Gesù, delle bene adempiute sue veci nel grande e sublime officio della sua paternità. O come lieta e festante doveva esser quell’anima nel punto di recarsi a ricevere la desiata retribuzione! Se lieto e trionfante è uomo nel tornare al suo Principe, di cui ha ben compiuto una importante commissione, qual cuore doveva essere in quel punto quel di Giuseppe, che non un principe terreno aveva servito e rappresentato, ma sì il Re dei secoli? che non in un officio volgare aveva fatto le sue veci, ma sì in quell’alta prerogativa dei paterni diritti, dei quali egli dovea cotanto esser geloso? Poteva forse l’anima sua benedetta esser turbata in quel punto dalle agonie di morte? e quando pure, come uomo, e non esente dalla condizione comune, egli avesse dovuto sentirne la gravezza, qual pericolo poteva egli temerne? E non assistevano al suo letto di morte, in un lato Gesù, pronto a confortarlo, pronto a rendergli tutte le cure che da lui avea ricevute; e dall’altro Maria, la dolce sua sposa, colei che fu ripiena di grazia, colei che dovea essere, la consolatrice degli afflitti, la salute degli infermi; la regina dei Redenti? O compagnia veramente invidiabile! o morte o morte, più che qualunque altra vita dolcissima! O possa anche a noi incontrare al letto di morte un tanto bene! i gelati sudori dell’agonia possano, oh possano anche a noi esserci confortati da così grande gioia di paradiso! Noi te ne preghiamo con profondo sentimento, o anima gloriosa di Giuseppe, che ora trionfi in cielo! Noi ve ne scongiuriamo, o Gesù pietoso, che sì buono accogliete le lacrime di chi invoca il vostro soavissimo nome! noi ve ne supplichiamo, o Maria, che siete la cara madre nostra, la madre del bello amore! O Gesù o Giuseppe o Maria, o nomi soavissimi, o nomi di speranza e di conforto, possa nelle vostre santissime braccia spirare l’anima mia.

1 As Monache del Letto 89 Salesiane 92 Ad S. Pietro 86 S. Domenico 89 S. Pietro 88

2 A e più profondi titoli di lodi sì esorbitanti che sembra che ne voglia spodestare Dio stesso

3 A Patrono della Chiesa universale

4 A di passione

5 […] Testo omesso per una successiva utilizzazione del discorso.

6 I E quantunque

7 Le vorebbero

8 […] Testo omesso in una successiva utilizzazione del discorso.

9 […] Testo omesso in una successiva utilizzazione del discorso.

10 Le Fabro

11 […] Testo omesso in una successiva utilizzazione del discorso.

12 I colui è il Re del mondo; questi al contrario,

13 […] Testo omesso in una successiva utilizzazione del discorso.


 

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