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Gv 19, 28-42

2.04.2021 Venerdì Santo

 

Dal Vangelo di Giovanni (19,28-42)

[…] Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

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Il racconto della passione che leggiamo il venerdì santo è sempre quello del Quarto Vangelo. Non ho riportato i due capitoli 18 e 19 per intero e non commenterò tutto il racconto. I versetti riportati qui sopra sono la parte conclusiva, la narrazione della morte e sepoltura di Gesù. Colpisce subito il duplice richiamo al compimento delle Scritture. Anche nel momento dell’estrema sofferenza sulla croce, per il racconto giovanneo Gesù è il Re e Signore, Colui che con piena consapevolezza e con autorevolezza porta a compimento il progetto d’amore del Padre, annunciato dalle Scritture, la salvezza promessa. Ma tutto “è compiuto” anche nel senso di un pieno perfezionamento di quell’amore “fino alla fine” (cfr. Gv 13,1) che ha introdotto l’ora della gloria, all’inizio della cena pasquale. Gesù ha sete, vuole bere fino in fondo il calice della salvezza. E la canna con cui gli viene dato l’aceto è, nell’originale, un ramo di issopo, ovvero ciò che veniva utilizzato per aspergere nei riti liturgici sacrificali. Ecco davanti ai nostri occhi il vero agnello del sacrificio: Gesù! Dio! Siamo talmente abituati a dire che Dio ha dato la vita sulla croce che forse a volte perdiamo di vista l’enormità di questa affermazione sconvolgente. I riti del triduo pasquale, al di là della loro bellezza, ci aiutano a ricordare il senso di tutto ciò, che è anche il senso della nostra stessa vita: amare fino alla fine, come Dio fa con ciascuno di noi.

Ma c’è un’affermazione di Giovanni che non deve sfuggirci: “Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate”. Fin dalla sua prima pagina il vangelo di Giovanni sottolinea il valore imprescindibile della testimonianza. Qui, il discepolo amato ai piedi della croce rende testimonianza di ciò che ha visto, perché a partire da quella testimonianza sgorghi la fede in chi l’ascolta. Se io sono il discepolo amato, e ciascuno di noi lo è, e non voglio in qualche modo vanificare il dono pieno di Sé che Cristo ha portato a compimento nella sua ora, devo essere testimone di questo amore. Come Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, posso onorare il corpo del Signore; nell’Eucaristia questo corpo mi è donato come cibo di vita eterna; ma manca sempre qualcosa alla mia vita di discepolo amato se non lascio che la presenza di Dio in me mi guidi alla testimonianza. Non si tratta di predicare, ma di vivere l’amore, nella concretezza del nostro quotidiano. Passa di lì, per volontà di Dio, la fede dei nostri fratelli e sorelle, passa dalla nostra testimonianza l’incontro del mio prossimo con il solo amore che salva e libera.

Ai piedi della croce, chiediamo al Signore la grazia della consapevolezza del suo amore per noi e il coraggio di esserne testimoni fedeli ogni giorno, nella nostra debolezza, con la Sua forza.

Sr. Marinella op

 

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