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Vita

Didaco Roberto Bessi nacque a Iolo il 5 febbraio 1856, in una casa che si affaccia sulla piazza della pieve di S. Pietro, da Giocondo e Maria Maddalena Dabizzi. È il secondo figlio della coppia. I coniugi Bessi ebbero nove figli, ma solo quattro giunsero all’età adulta: Smeraldo (1850), Didaco Roberto (1856), Antonio (1858) e Giovanni Fortunato (1862). Il padre Giocondo lavorava come calzolaio, mentre la mamma faceva il lavoro più diffuso nella piana del Bisenzio: la trecciaia.

A Iolo Didaco frequentò, a partire dai sei anni di età, le scuole elementari, come anche i suoi fratelli. Non si conosce la data della prima comunione del Servo di Dio; è probabile che, in linea con gli usi del tempo, sia avvenuta tra il 1867 e il 1869. Il 4 maggio 1871, insieme a due suoi fratelli, ricevette la cresima nella sua parrocchia.

A 12 anni, intanto, Didaco aveva maturato la vocazione sacerdotale. I genitori gli permisero di frequentare da esterno le lezioni al seminario. Ogni giorno, il ragazzo si recava a Prato, percorrendo, tra andata e ritorno, più di sette chilometri a piedi. Nel settembre del 1871, avendo Didaco conosciuto e assiduamente frequentato il monastero domenicano di S. Vincenzo in Prato, decise di entrare a far parte del Terz’Ordine Domenicano. Dopo poche settimane, precisamente, l’11 agosto, Didaco vestì l’abito del Terz’Ordine di S. Domenico nel monastero di S. Vincenzo, prendendo il nome di fra Domenico. Gli ideali e la spiritualità di S. Domenico saranno da quel momento una guida sicura per la sua vita spirituale e poi sacerdotale.

Nello stesso anno 1871, Didaco Bessi si iscrisse anche alla Pia Unione dei Figli di Maria Immacolata. L’1 dicembre 1872 Didaco vestì l’abito talare. Finalmente nel 1874, quando aveva 18 anni, fu accolto in seminario a Prato. Didaco resterà nel seminario di Prato fino al 1879. Nel novembre del 1874 il giovane seminarista entrò a far parte anche della “Società del SS. Sacramento”, istituita alcuni anni prima dal rettore del seminario mons. Luigi Corsani; tale associazione, interna allo stesso seminario, aveva come obiettivi principali l’amore all’eucaristia, la santificazione dei vari membri e la preghiera per la Chiesa e il clero.

Il 20 settembre 1879, nella cattedrale di Pistoia, mons. Niccolò Sozzifanti gli conferì l’ordinazione sacerdotale: il giovane don Didaco viene ordinato sacerdote a soli 23 anni e subito è accolto a Iolo, in mezzo alla sua gente, per celebrare la sua prima Messa nella festa di Maria SS.ma Addolorata. Viene quindi affiancato all’ormai anziano don Antonio Capellini, il quale non era più in grado di compiere efficacemente il suo ministero.

Don Didaco si buttò nella pastorale ordinaria della parrocchia, senza mai tralasciare l’intensa vita di preghiera e lo studio della teologia, in ogni suo ramo. Le giornate del giovane cappellano erano intense, anche perché stava dando vita a nuove associazioni cattoliche, come la Congregazione di Maria Santissima Addolorata e altre ancora. Buona parte della giornata era dedicata anche alla direzione spirituale di molte persone che a lui ricorrevano. Nel 1890 don Cappellini tornò alla casa del Padre e don Didaco fu pronto ad assumersi l’incarico di pievano.

Don Didaco era sempre più amato, apprezzato, ricercato; un tratto saliente del suo essere sacerdote era il fatto che fu un vero e proprio ministro della misericordia di Dio. Gli abitanti di Iolo si affezionarono a lui che era, per loro, il pastore buono descritto dal Vangelo. Don Didaco fu, per tutti gli anni che trascorse a Iolo, meticoloso catechista nell’accompagnare i genitori al battesimo dei loro figli, i futuri sposi verso il sacramento del matrimonio e i ragazzi che si preparavano alla prima comunione e alla cresima. Particolare cura egli riservava agli anziani e agli ammalati, che puntualmente visitava nelle loro case.

La vita pastorale di don Didaco fu molto semplice, ma il suo zelo, la sua grande fede e la carità che esercitava di continuo, resero straordinario il ritmo quotidiano, pur nell’apparente ordinarietà. Era assai schivo nel parlare di sé; sappiamo molto della sua personalità dagli scritti, soprattutto prediche, discorsi e testi per le riflessioni degli esercizi spirituali.

La fama del pievano di Iolo si sparse anche nei dintorni di Prato. I suoi parrocchiani erano ormai abituati a vederlo per le strade, in ogni ora del giorno e della notte, pronto per portare sollievo e conforto a malati e agonizzanti. Per tutti coloro che lo incontravano vi era una parola buona e, per quanto possibile, un gesto di amore. Le sue catechesi e le sue omelie incitavano i parrocchiani a una vita di fede intensa e a una preghiera semplice e profonda.

Visse da povero e dava in elemosina quanto possedeva. Don Didaco però, lo ricordiamo, riservava anche un congruo tempo allo studio. Era uomo di preghiera, ma anche di cultura. Si nutriva di opere sicure di teologia e di spiritualità cattolica.

L’8 settembre del 1895, nella festa della Natività di Maria, tanto cara ai pratesi, nasce, per iniziativa di don Didaco e con l’approvazione del Vescovo, il nuovo Istituto di Carità, con la benedizione solenne dell’Immagine della Madonna di Pompei, che fu collocata sull’altare della cappellina dei locali in via della Pieve, presi in affitto da don Didaco. Santa Maria del Rosario accompagnava il gruppo che sotto la guida del fondatore si preparava a professare la regola di vita del Terz’Ordine Domenicano. Fu subito aperta una scuola per formare le bambine, senza alcune distinzione di ceto sociale, a diventare «vere madri di famiglie cristiane». L’impegno della scuola e la presenza delle orfanelle non impedivano alle giovani di dedicarsi anche all’assistenza ai malati del paese, specialmente ai moribondi. Le giovani si presentavano senza pretendere alcun compenso, a fare le nottate al capezzale dei malati gravi. Diventava anche un’occasione per aiutare i moribondi a rappacificarsi con il Signore e ad affrontare serenamente la morte, e per portare alle famiglie una parola di fede e di speranza.

Gli elementi essenziali del nuovo Istituto erano: la preghiera, come fonte di autentica esistenza consacrata; il lavoro, come espressione di carità mediante l’insegnamento, l’istruzione catechistica e l’assistenza agli infermi; la vita comune nell’esercizio virtuoso dei tre voti religiosi di povertà, castità e obbedienza. Nella mente di don Didaco la spiritualità dell’Istituto doveva ispirarsi alla dolcezza materna di Maria, sia nella vita di comunità, sia nell’espansione apostolica delle consacrate.

Don Didaco, come ampiamente illustrato nel paragrafo precedente, si spense in odore di santità, il 25 maggio 1919, circondato dal pianto delle sue suore e dalla commozione del popolo. Aveva 63 anni di cui 40 trascorsi nella cura della gente di san Pietro a Iolo e del suo vicariato. I parenti, quando vennero a sistemare la salma in canonica, trovarono solo il pagliericcio dove dormiva. Il popolo dimostrò grande riconoscenza verso il parroco buono che aveva speso tutta la vita per aiutare tante persone. In lui tutti vedevano il volto mite di Cristo umile, povero e misericordioso.

Da quel momento l’Istituto da lui fondato doveva continuare il cammino intrapreso confidando non più sulla sua paterna presenza, ma sulla sua amorevole intercessione. E davvero gli aiuti non sono mai mancati, la Provvidenza ha sempre sostenuto e tuttora sostiene l’opera delle Suore di Iolo, che oggi ha raggiunto altre nazioni, altri continenti, sempre nel segno dell’amore agli ultimi.


 

 

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