7.04.2023 Venerdì Santo
Dal Vangelo di Giovanni (18,1 – 19,42)
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».
Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».
Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.
Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.
Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».
E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.
Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».
All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».
Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte».
E i soldati fecero così.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».
Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.
Il venerdì santo, memoria della passione e morte del Signore, è un giorno di preghiera, di digiuno e di silenzio, nel quale siamo invitati a contemplare Gesù in croce, attraverso il racconto dell’evangelista Giovanni. Questo racconto insiste in modo evidente sulla regalità del Cristo. Nel quarto vangelo l’ora della gloria di Gesù è l’ora del mistero pasquale e il trono della gloria è prima di tutto la croce. E infatti l’iscrizione che Pilato fa porre in cima alla croce definisce proprio la regalità dell’uomo che vi è inchiodato: è il Re dei Giudei. Pilato e Gesù si sono trovati l’uno di fronte all’altro, con il governatore romano in posizione di dominio, almeno apparentemente. Ma Gesù gli dice: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto». Ciò non significa che il potere umano è determinato dalla volontà di Dio, affermazione che sarebbe molto pericolosa, ma che il Padre, nella sua volontà salvifica, permette a Pilato e ai Giudei di condannare Gesù; in altre parole, Gesù muore non perché abbia avuto successo il perverso complotto contro di lui, ma perché Egli fa proprio questo progetto che gli permette di rivelare l’infinito amore di Dio per l’uomo: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). Ecco perché sulla croce Gesù è Re! Nella sua libertà divina, in perfetta armonia con la volontà del Padre, il Signore Gesù sceglie di salire sulla croce, di lasciarsi sbeffeggiare, di lasciarsi accusare come bestemmiatore, eretico, impostore, sceglie di abbassarsi fino alla più profonda e dolorosa umiliazione, perché in questo sta l’amore. Non siamo noi che amiamo Dio, è Lui che ci dimostra il significato vero dell’amare su quella croce, alla quale tutti volgeranno lo sguardo, perché solo in Lui c’è salvezza.
Nella paura di Pilato, così come nell’attaccamento al potere suo e dei capi del popolo, si insinua il maligno, che porta Pilato a condannare un uomo che ritiene innocente e porta i Giudei a bestemmiare, affermando che il loro unico re è Cesare, invece che Dio. La paura è il vero avversario della fede. Anche i discepoli fuggono per paura. Ma la forza della Pasqua vincerà quella paura. Gesù affronta l’arresto, il processo, la passione e la morte come Re, senza paura, nella consapevolezza che l’amore vince la morte. E vince anche la paura.
Davanti alla croce, in questo giorno di silenziosa preghiera, possiamo richiamare le dolcissime parole di Efrem il Siro, affidandoci al nostro Maestro e Signore e affidando a Lui l’umanità intera che, come noi, ha bisogno solo del Suo Amore:
M’inginocchio davanti a te, Signore, per adorarti.
Ti rendo grazie, Dio di bontà;
Ti supplico, Dio di santità.
Davanti a te piego le ginocchia.
Tu ami gli uomini e io ti glorifico, o Cristo, Figlio unico
e Signore di tutte le cose.
Tu che solo sei senza peccato, per me peccatore indegno,
Ti sei offerto alla morte
e alla morte di croce.
Così hai liberato le anime dalle insidie del male.
Che cosa ti renderò, o Signore, per tanta bontà?
Gloria a te, o amico degli uomini!
Gloria a te, o Dio di misericordia!
Gloria a te, o paziente!
Gloria a te, che perdoni i peccati!
Gloria a te, che sei venuto per salvare le nostre anime!
Sr. Marinella op
Commenti al Vangelo
Gv 18,1–19,42
7.04.2023 Venerdì Santo
Il venerdì santo, memoria della passione e morte del Signore, è un giorno di preghiera, di digiuno e di silenzio, nel quale siamo invitati a contemplare Gesù in croce, attraverso il racconto dell’evangelista Giovanni. Questo racconto insiste in modo evidente sulla regalità del Cristo. Nel quarto vangelo l’ora della gloria di Gesù è l’ora del mistero pasquale e il trono della gloria è prima di tutto la croce. E infatti l’iscrizione che Pilato fa porre in cima alla croce definisce proprio la regalità dell’uomo che vi è inchiodato: è il Re dei Giudei. Pilato e Gesù si sono trovati l’uno di fronte all’altro, con il governatore romano in posizione di dominio, almeno apparentemente. Ma Gesù gli dice: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto». Ciò non significa che il potere umano è determinato dalla volontà di Dio, affermazione che sarebbe molto pericolosa, ma che il Padre, nella sua volontà salvifica, permette a Pilato e ai Giudei di condannare Gesù; in altre parole, Gesù muore non perché abbia avuto successo il perverso complotto contro di lui, ma perché Egli fa proprio questo progetto che gli permette di rivelare l’infinito amore di Dio per l’uomo: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). Ecco perché sulla croce Gesù è Re! Nella sua libertà divina, in perfetta armonia con la volontà del Padre, il Signore Gesù sceglie di salire sulla croce, di lasciarsi sbeffeggiare, di lasciarsi accusare come bestemmiatore, eretico, impostore, sceglie di abbassarsi fino alla più profonda e dolorosa umiliazione, perché in questo sta l’amore. Non siamo noi che amiamo Dio, è Lui che ci dimostra il significato vero dell’amare su quella croce, alla quale tutti volgeranno lo sguardo, perché solo in Lui c’è salvezza.
Nella paura di Pilato, così come nell’attaccamento al potere suo e dei capi del popolo, si insinua il maligno, che porta Pilato a condannare un uomo che ritiene innocente e porta i Giudei a bestemmiare, affermando che il loro unico re è Cesare, invece che Dio. La paura è il vero avversario della fede. Anche i discepoli fuggono per paura. Ma la forza della Pasqua vincerà quella paura. Gesù affronta l’arresto, il processo, la passione e la morte come Re, senza paura, nella consapevolezza che l’amore vince la morte. E vince anche la paura.
Davanti alla croce, in questo giorno di silenziosa preghiera, possiamo richiamare le dolcissime parole di Efrem il Siro, affidandoci al nostro Maestro e Signore e affidando a Lui l’umanità intera che, come noi, ha bisogno solo del Suo Amore:
M’inginocchio davanti a te, Signore, per adorarti.
Ti rendo grazie, Dio di bontà;
Ti supplico, Dio di santità.
Davanti a te piego le ginocchia.
Tu ami gli uomini e io ti glorifico, o Cristo, Figlio unico
e Signore di tutte le cose.
Tu che solo sei senza peccato, per me peccatore indegno,
Ti sei offerto alla morte
e alla morte di croce.
Così hai liberato le anime dalle insidie del male.
Che cosa ti renderò, o Signore, per tanta bontà?
Gloria a te, o amico degli uomini!
Gloria a te, o Dio di misericordia!
Gloria a te, o paziente!
Gloria a te, che perdoni i peccati!
Gloria a te, che sei venuto per salvare le nostre anime!
Sr. Marinella op
Commenti al Vangelo
Autore