La speranza nella vita di Don Didaco Bessi
“Sperare è volare. Chi spera deve alzare il capo, rivolgendo verso l’alto i suoi pensieri, verso l’altezza della nostra esistenza, cioè verso Dio. Deve alzare i suoi occhi a percepire tutte le dimensioni della realtà. Deve alzare il suo cuore disponendo il suo sentimento verso il sommo amore e tutti i suoi riflessi nel mondo. Deve muovere anche le sue mani nel lavoro”1.
Questa riflessione di San Bonaventura può aiutarci a cogliere un aspetto essenziale della vita e della spiritualità di don Didaco Bessi, la cui ricerca di santità e il cui ministero possono essere letti alla luce di questa virtù teologale, strettamente collegata alle altre due, la fede e la carità2, sulle quali la riflessione di don Didaco risulta sicuramente più articolata.
Don Didaco appare un uomo “sempre povero e interamente affidato alla divina Provvidenza”3, capace di compiere scelte personali coraggiose e di assumere iniziative audaci, sicuramente innovative per i tempi. Il segreto della santità di don Didaco consiste proprio nell’affidare “la propria vita, i propri talenti, i propri propositi e i propri progetti a Dio, nella fiducia che sarà Lui a portare a perfezione il tutto”4
La speranza implica infatti “indivisibilmente tanto il completo abbandono di noi stessi all’amore misericordioso di Dio come unica garanzia della nostra salvezza, quanto il riconoscimento (non solo pensato ma vissuto) della nostra incapacità a salvarci. È una decisione senza riserve di accettazione profonda e dolorosa della nostra situazione concreta di peccatori, e di supplicante abbandono del cuore all’amore di Dio, che perdona e salva… Avere fiducia in un altro significa abbandonarsi a lui, amarlo. Il dono di se stesso a un altro diventa totale solo se è fatto con fiducia senza riserve; chi ama veramente, ha veramente fiducia e viceversa”5.
Fin dalla giovinezza don Didaco, che vive in una famiglia povera e al contempo profondamente ancorata alla fede, appare mosso dalla ricerca di un magis, di una crescita nella vita interiore, che lo conduce sui dodici anni a maturare la scelta del sacerdozio ministeriale e, sui sedici, ad entrare nel terz’ ordine domenicano6.
L’immagine di don Didaco che ci offre il maestro Giuseppe Costantini nel suo elogio funebre è a tal proposito assai eloquente:
«Ed ecco il giovinetto Bessi andare contento a Prato e affrontare ogni giorno con serena letizia i disagi di un cammino abbastanza lungo, reso più difficile nelle tristi giornate dalla stagione invernale.
Egli ha 12 anni, l’età spensierata nella quale, anziché al sacrificio, si pensa a godere tutta la bellezza della vita, che non dà pensieri e riflessioni, e va e torna ogni giorno, per alcuni anni. Ma è la fede che lo sostiene, è la visione radiosa di un avvenire che sorride all’anima sua, perocchè egli di quell’avvenire per il quale si incammina con passo sicuro, s’è fatto l’ideale della sua vita, il più sublime ideale di una nobile esistenza».7
La ‘serena letizia’ con cui don Didaco si reca a Prato è mossa da una fede e da una speranza che permettono di affrontare un sacrificio non indifferente, specialmente per un bambino di quell’età. È una fiducia in un futuro buono che Dio prepara anche attraverso prove di no poco conto. Una fiducia alimentata da un’ intensa orazione che, accanto allo studio e alla penitenza caratterizzano la vita di chi abbraccia la regola del terz’ordine domenicano. Don Didaco appare fin da questo momento un “uomo di preghiera, nel vero senso della parola”8, quella preghiera che rappresenta una vera e propria scuola di speranza, “un luogo di apprendimento della speranza”9, che non sollecita l’uomo a “uscire dalla storia e a ritirarsi nell’angolo privato della propria felicità”10, bensì ad un “processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini”11.
Questa speranza, alimentata dalla preghiera, è appresa da don Didaco alla scuola di una spiritualità, quella domenicana, che ha al suo centro il contemplata aliis tradere, dove la contemplazione è il fondamento dell’attività apostolica, orientata a condurre gli uomini all’incontro con Cristo per fare esperienza della gioia del vangelo.
Il maestro Costantini, nel ripercorrere le tappe essenziali della vita di don Didaco, sottolinea il suo instancabile impegno nel ministero sacerdotale prima come cappellano e poi come parroco di Iolo, come direttore spirituale e come fondatore dell’Istituto delle Suore Domenicane del Rosario. Egli osserva che dal “1891, anno in cui fu nominato pievano di Iolo, fino agli ultimi suoi istanti, tutta la sua vita fu una continua azione di opere buone”12. Dalla preghiera don Didaco attingeva la forza per svolgere il suo servizio, prendendosi integralmente cura delle esigenze dei suoi fedeli. Egli si rivela attento alle “cose nuove” che nel suo tempo stavano emergendo anche sul piano sociale. Contribuisce alla creazione della Cassa Rurale di Iolo, alla fondazione di un pronto soccorso per le esigenze del paese e, soprattutto, all’opera educativa a favore dei bambini più poveri tramite la fondazione dell’Istituto delle Suore domenicane di Santa Maria del Rosario. Don Didaco “curò le anime del suo popolo, ma si preoccupò anche del corpo dei suoi fedeli : pastore a tutto tondo- si potrebbe dire- egli seppe rispondere ai variegati bisogni del suo popolo con concretezza, creatività, attenzione, facendosi carico delle esigenze materiali e morali nella certezza, come insegnava la Rerum Novarum, che la questione del lavoro e delle nuove povertà riguardava direttamente la Chiesa’13’. Don Didaco si dimostrava dunque un testimone credibile di una speranza incarnata, non avulsa dalla storia, autenticamente cristiana. Tuttavia questa attenzione alle concrete condizioni degli uomini del suo tempo non lo concentrano su un impegno esclusivamente orizzontale; egli è innanzitutto strumento di grazia nelle mani del Signore perché ogni uomo che gli viene affidato possa raggiungere il suo fine ultimo, la Patria eterna, la definitiva comunione con Dio. Lui stesso, che nei suoi scritti indica nel possesso di Dio il bene eterno che costituisce il fine ultimo della vita umana, affronta la morte con grande serenità. Nell’elogio funebre si sottolinea che don Didaco morì “serenamente, santamente, senza lamentarsi del male che lo faceva soffrire e gli faceva intravedere prossima la fine. Neppure quando il male acutizzandosi gli dava lo spasimo maggiore don Didaco Bessi si lamentò contro la natura che lo faceva soffrire, ma accettò il dolore come mezzo di maggior purificazione dell’anima sua…”14 L’agire, dunque, così come il soffrire, diventano luoghi abitati dalla speranza cristiana. La stessa narrazione degli ultimi giorni della vita di don Didaco dimostra che “non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore”15.
Don Didaco visse in un periodo storico molto complesso, dove non mancarono forti contrasti, forti opposizioni nei confronti della Chiesa ed egli ne ebbe chiara consapevolezza:
«L’empietà ha fatto in questi giorni cotali progressi, che non possono non riempire di dolore chiunque ama veramente Gesù Cristo e la sua Chiesa. Non pochi sciagurati hanno giurato una guerra feroce e rabbiosissima alla Religione Cattolica e al suo Capo visibile il Romano Pontefice, che tentano ogni modo di distruggerla con empi scritti che diffondono studiosamente tra il popolo ignorante e tra la gioventù inesperta. Ed ahi! che i loro sforzi infernali hanno fatto già non poche vittime del proprio empio furore. Essi per una iniqua e stolta vendetta contro il Romano Pontefice si adoperano di tirare all’ateismo gli incauti. Le insidie che costoro tendono sono quanto perfide altrettanto sottili. È vero che le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa di Gesù Cristo: è vero che essa è fondata sopra una pietra angolare cui non varranno ad abbattere tutti gli sforzi della empietà. Ma è vero altresì che noi siamo obbligati di fare dal canto nostro ogni opera a fine di render vani questi sforzi».16
In questo contesto “egli scelse come suo terreno di azione difensiva il rilancio della pastorale, muovendosi in un campo esclusivamente religioso: non vi è nelle sue opere e nei suoi pensieri uno spirito di rivendicazione temporalistica, non vi è nostalgia di antico regime o desiderio di un ritorno al passato, ma soltanto la percezione di un mondo in trasformazione all’interno del quale la Chiesa corre pericoli gravissimi, cui bisogna rispondere tenendosi fermamente legati alla tradizione e scrutando attentamente i segni dei tempi”17. Don Didaco dimostra una fiducia incrollabile in quel Dio che guida la storia e l’attira a sé, il Dio vicino che accompagna l’uomo anche nelle situazioni più drammatiche. Di fronte alle prove non si lascia schiacciare dalla sfiducia o dal pessimismo sterile, ma cerca di operare concretamente lasciandosi guidare dall’azione dello Spirito. Il suo apostolato è mosso da questa profonda fiducia nell’opera di Dio che si manifesta anche nelle situazioni difficili del presente. Per questo anche la sua pedagogia “appare accogliente della fragilità umana e rispettosa dei tempi di maturazione della persona’’18, prospettando tuttavia mete alte e impegnative nella fiduciosa certezza che la grazia di Dio può trasformare la debolezza dell’uomo.
Don Didaco appare così un uomo capace di portare la consolazione di Dio dentro le situazioni della vita anche in quella prova estrema che è la morte: “al letto del moribondo col conforto religioso portava la parola della fede e della speranza, e il miraggio, se non della guarigione, di una vita migliore”19.
Sa farsi così strumento e testimone della speranza cristiana, promuovendo anche un impegno sociale dei laici che mira a favorire le condizioni di vita dei lavoratori e delle persone più bisognose.
Ma è soprattutto nella fondazione dell’Istituto delle Suore Domenicane di Santa Maria del Rosario che si manifesta una speranza radicata e intensamente vissuta all’origine della sua vocazione fondativa. In un contesto difficilissimo per la vita religiosa a motivo della palese ostilità del nuovo Regno d’Italia don Didaco, curando personalmente la direzione spirituale di Iginia Puggelli e di altre giovani che intendevano abbracciare la vita consacrata, operò un discernimento che lo condusse a fondare un istituto capace “di coniugare la professione dei consigli evangelici con una presenza sociale qualificata e incisiva”20. Realizza questo disegno con grande sapienza spirituale, senza forzature, attraverso una verifica vocazionale che richiederà anni. Il regolamento che scrive per il nuovo Istituto riflette sicuramente “la personalità dell’autore con la sua fiducia nella Provvidenza”21. Don Didaco sottolinea che l’Istituto potrà realizzare la sua missione “sempre confidando nella divina Provvidenza”. Il regolamento infatti “ispira fiducia nella presenza della Provvidenza e, nel solco di una povertà radicale, scelta e abbracciata con convinzione, adombra una fondamentale serenità che si misura nella condivisione fraterna del cammino, nella solidarietà di un’esistenza spesa al servizio della Chiesa e dei poveri, nella sicura affidabilità di donne che si donano con tutta la ricchezza della propria dinamica e stupefacente femminilità”22. Don Didaco guarda con fiducia allo sviluppo di tale istituto, come rivela una dedica in cui si rivolge alle sue “dilettissime suore in Corde Iesu viventi e future”.23
Dunque abbandono fiducioso alla Provvidenza, attesa del definitivo incontro con il Signore nella preghiera, nel concreto e operoso servizio quotidiano ai più poveri, perseverante adesione alla chiamata ricevuta, all’azione di Dio nella propria vita, costituiscono tratti essenziali della speranza cristiana intensamente vissuta da don Didaco.
1 Bonaventura da Bagnoregio, Sermo XVI, Dominica I Adv., Opera IX 40 a.
2 Cfr. Pangallo, 63-67.
3 Amato,15.
4 Ibid., 19.
5 J. Alfaro, Speranza cristiana e liberazione dell’uomo, Queriniana, Brescia 1972, 38-40.
6 Cfr. Parente, 50-59.
7 V, 241.
8 Ibid., 255.
9 Benedetto XVI, Spe salvi, n. 32.
10 Ibid.
11 Ibid.
12 V, 246.
13 Parente, 176.
14 V, 249.
15 Benedetto XVI, Spe salvi, n.37.
16 I, 26-27.
17 Parente, 99.
18 Ibid., 100.
19 V, 246.
20 Parente, 219.
21 Ibid., 249.
22 Ibid., 247.
23 V, 97-98.
Abbreviazioni
I = Don Didaco Bessi, Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006, 192 pp.
II = Don Didaco Bessi, Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 346 pp.
III = Don Didaco Bessi, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 99 pp.
IV = Don Didaco Bessi, Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 243 pp.
V = Don Didaco Bessi, Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 268 pp.
Amato = Card. Angelo Amato, SDB, Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 24 pp.
Parenti = Ulderico Parente, Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 347 pp.
Pangallo = Mario Pangallo, La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017, 139 pp.
Bibliografia
Fonti
Bessi, D., Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006.
Id., Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id.,, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id., Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id., Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Studi
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Parente, U., Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.
Pangallo, M., La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017.
Petrà B, Don Didaco Bessi (1856-1915) e i suoi casi morali. Un parrocotoscano tra limiti e pregi della casistica toscano, in Vivens homo, 21 (2010) 343-368.
Altri testi
Alfaro, J., Speranza cristiana e liberazione dell’uomo, Biblioteca di Teologia Contemporanea, 10, Queriniana, Brescia 1972.
Balthasar, von H. U., Sperare per tutti, Jaca Book, Milano 2017.
Benedetto XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.
Ratzinger, J., Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, Jaca Book, Milano 1989.
Tommaso d’Aquino, La virtù della speranza. Le Questioni della Somma Teologica, ESD, Bologna 2014.



