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La speranza nello specchio dei suoi contrari: accidia, tiepidezza, disperazione

 

Ciò che si oppone all’autentico fervore della carità, alla fede viva, alla solida speranza è per don Didaco il torpore spirituale, la tiepidezza. Nel discorso ad essa dedicato don Didaco cita Apocalisse 2,4 dove la comunità di Efeso viene rimproverata per aver abbandonato l’amore degli inizi, il “primitivo fervore”1. Le cause della tiepidezza sono da ricercare nella “facilità di tralasciare gli esercizi ordinari di pietà e il disprezzo delle cose piccole”2. È da distinguere accuratamente dall’aridità di spirito che Dio permette per purificare ed elevare l’anima ad una maggiore perfezione. Per don Didaco l’abbandono di tali esercizi, cioè “l’orazione, la lettura spirituale, il rosario, la comunione, gli esami di coscienza, la penitenza e simili”3, porta ad un progressivo spegnersi della vita spirituale. L’uomo rischia così di dissiparsi nell’esteriorità, di “languire e rattiepidarsi nella via della perfezione”4. Il rilassamento che nel corso del cammino spirituale può verificarsi in una persona o in una comunità è dovuto proprio a questo tralasciare fondamentali pratiche di vita spirituale. Per don Didaco la seconda causa della tiepidezza è “il disprezzo e la noncuranza dei piccoli doveri e difetti”5. Il culto da rendere a Dio nella fedeltà quotidiana non può essere trascurato, né può esser trascurata l’osservanza delle regole senza la quale si diffondono disordini nella vita della persona e della comunità. In tal modo si rischia di vivere “i doveri di pietà…con accidia e disgusto”6. Nelle parole di don Didaco:

«Conciosiaché in tale stato le colpe veniali si disprezzano, e si commettono con piena avvertenza: i doveri di pietà si eseguiscono con accidia e disgusto: e purché si conservino certe apparenze, per evitare gastighi e riprensioni, (6) poco si cura di cercare il piacere di Dio, e si fa quasi tutto con suo infinito dispiacere: le confessioni sono senza emenda, le comunioni senza devozione e frutto: si lascia che altri salgano alla più sublime perfezione, e non ce ne diamo alcun pensiero. Si nutrono certe avversioni contro chi è più osservante della regola, perchè la sua virtù è un tacito rimprovero alla conscienza del tiepido, il quale non ama di trattare che con i più imperfetti e dissipati. Nutre, conserva e difende antipatie, gelosie, desiderii segreti di vendetta, affetti troppo naturali e sensibili, e uno spirito di censura contro i suoi superiori. Questi e molti altri sono i difetti nei quali tranquillamente passa il tempo un’anima, che il disprezzo delle cose piccole, trascina di colpa in colpa fino all’abisso della tiepidezza»7.

L’accidia è sicuramente la negazione della speranza, il vizio capitale che rischia di spegnere la vita spirituale. Don Didaco ne indica alcuni effetti: l’uomo è “poco sicuro di cercare il piacere di Dio e si fa quasi tutto con suo infinito dispiacere: le confessioni sono senza emenda, le comunioni senza devozione e frutto: si lascia che altri salgano alla più sublime perfezione e non ce ne diamo alcun pensiero”8. Con acutezza don Didaco individua le varie malattie dell’anima provocate dall’accidia, affermando che le conseguenze della tiepidezza sono più gravi addirittura di quelle provocate dal peccato mortale, come evidenzia anche il libro dell’Apocalisse. L’anima tiepida viene infatti rigettata dal cuore di Gesù. Citando Gregorio Magno afferma “di non disperare la conversione di un’anima ingolfata nelle iniquità; ma di aver poca speranza nel ravvedimento di chi, datosi al servizio di Dio con ardore, si abbandona poi alla tiepidezza”9. Questa malattia dell’anima tuttavia non è “già affatto incurabile, ma ben difficile da guarirsi”10. Essa tende inoltre a diffondersi e a contagiare altri. Può essere superata se l’uomo considera la grandezza di Dio e la relazione di amicizia a cui è da Lui chiamato. Suo compito primario sarà dunque quello di “trattenersi con Dio nell’orazione e di procurare gli interessi della sua gloria”11. Occorre dunque “distruggere le cause della tiepidezza e opporvi dei principi affatto contrari”12. Occorre agere contra, come insegna Ignazio di Loyola, cioè rivedere gli esercizi di pietà e osservare premurosamente la regola:

«Rimedi per la tiepidezza. Molti ne vengono proposti dai maestri di spirito, secondo la qualità e lo stato delle persone. Un rimedio generale per tutti si è quello di distruggere le cause della tiepidezza, e opporvi dei principi affatto contrari. Così che per una persona sarà opportuno rimedio il riformarsi sugli esercizi di pietà lasciati o eseguiti con accidia e usarvi maggiore attenzione e diligenza per l’avvenire. Per una persona che vive in religione il rimedio può essere osservare con più premura la regola, specialmente in quella parte che riguarda l’obbedienza: e poi unirsi più a Dio, usare una maggiore mortificazione dei sensi, avere più amore alla povertà, esercitarsi più nell’umiltà, nella mansuetudine, nella carità: essere più costante nelle aridità, non perdere il coraggio nelle tentazioni e tenebre di spirito; ma gettarsi subito nelle mani di Dio ed essere sempre pronta a vivere senza alcuna consolazione interna nel cammino della perfezione»13.

Combattere l’accidia, il torpore, è necessario poiché questa pigrizia metafisica spegne la speranza e getta l’uomo nella disperazione. Per evitare di cadere in questo pericolo don Didaco insiste molto sulla necessità di custodire una vigilanza interiore che sia ferma e costante. Per don Didaco “un cristiano che veramente è risorto non ha altro studio di combattere le sue passioni, e massimamente il suo amor proprio, di vincere i suoi naturali difetti, di avvezzarsi alla mortificazione, di scuotere insomma la sua pigrizia e la sua accidia nella pratica delle virtù”14.

Tutto questo l’uomo può realizzare solo con l’aiuto della grazia, che provoca la sua libertà e lo sollecita ad un cammino continuo di purificazione. La grazia santificante libera l’uomo dal peccato, pur restando nell’uomo quel fomite che è la concupiscenza. Il combattimento spirituale è richiesto al cristiano, ma egli non lo fa da solo: “imperciocchè egli ha detto: io vi metto a questa battaglia tremenda, o miei figli, ma non temete già: voi potrete tutto col mio aiuto ed io vi aiuterò”15.

Accanto alla grazia santificante Dio ci dona la grazia attuale per affrontare le situazioni della vita, “ma anche perché se mai per grande sciagura ci avvenisse di soccombere, possiamo rialzarci e riconquistare la palma perduta”16. Su questo aiuto di Dio, sempre pronto a risollevarci e a sostenerci, si fonda la speranza cristiana che è innanzitutto espressione della grazia.

Don Didaco sottolinea tre punti essenziali: “1) che senza la grazia noi non possiamo nulla: onde dobbiamo umiliarci, diffidare di noi e confidare in Dio; 2) che con la grazia non possiamo tutto: onde noi dobbiamo pigliare coraggio, e non sbigottirci dei nostri nemici; 3) che la grazia non opera nulla senza la nostra cooperazione: onde dobbiamo faticarci di corrisponderle e di coadjuvarla con le opere buone e soprattutto con la orazione”17.

Per don Didaco infatti le opere meritorie “non possono pensarsi senza l’aiuto della grazia attuale”18. Riprendendo la rivelazione biblica e l’autorità dei Padri egli afferma che “l’uomo di per se stesso non è buono se non a cadere, ma non già a rialzarsi”19. L’uomo “da sé non può nulla”, “niuno può operare per la salute, se da Dio non è ajutato … niuno può essere aiutato se non prega”20. La grazia deve essere invocata costantemente nell’orazione, che rappresenta una mistica scala, un’ala per cui l’uomo si innalza verso Dio.

«Orazione dunque: orazione continua: orazione raccolta: orazione fervorosa. Questa è la chiave d’oro, con la quale si apre sicuramente il tesoro delle grazie: questa è la mistica scala onde si sale al Regno Celeste: questa è l’ala, per mezzo della quale l’uomo materiale e pesante, acquista la sveltezza e leggerezza dei serafini, e vola, sollevandosi da queste caliginose regioni, infino alla sorgente della luce, infino al trono di Dio”21.

L’uomo deve considerare la propria “miseria e nullità”, non può diventare superbo. Senza Dio l’uomo “non può nulla e non avrebbe potuto far nulla”22. La superbia è un atteggiamento da evitare assolutamente. Tuttavia se l’uomo non può salvarsi da sé, “egli per altro con la grazia può tutto”23. Egli avverte l’interiore dissidio tra intelletto e volontà, la debolezza di una condizione interiore che riconosce il bene e lo approva, ma poi opera il male. Solo la grazia è la medicina adeguata alla nostra debolezza, essa risana l’intelletto e rafforza la volontà. È un tesoro inesauribile capace di distruggere le tendenze cattive che si trovano nel cuore dell’uomo, distrugge la concupiscenza cattiva e ve ne ingenera una buona. All’uomo sta di porre in Dio la sua fiducia perché l’aiuto della grazia ci permette di superare ogni ostacolo che si frappone per la piena adesione a Dio24. Per questo l’uomo deve “allontanare come indegne tentazioni tutti i dubbi sopra la nostra salvezza”25. Deve evitare ogni forma di disperazione e di presunzione26. Dio rispetta il nostro libero arbitrio, vuole una risposta libera alla sua grazia. L’aiuto di un direttore spirituale ci permette di cogliere la volontà di Dio e facilita quella vigilanza interiore che permette di custodire il proprio cuore pronto per Dio tenendolo lontano da quell’accidia che può condurlo fino alla disperazione.

Significativa è anche la riflessione dedicata agli scrupoli, dove don Didaco descrive un processo interiore a cui l’uomo dev’essere molto attento. Riprendendo la definizione di S. Alfonso Maria de’ Liguori, egli definisce lo scrupolo come “un vano timore di peccare nato da false apprensioni, che non hanno fondamento di ragione”27; “un peccato immaginario” che rappresenta uno “dei più forti impedimenti al cammino di perfezione”28.

Nelle parole di don Didaco:

« Vengo in questo giorno, o Sorelle, a parlarvi di quelle perturbazioni di spirito tanto nocive alla vita spirituale, che si chiamano scrupoli. Ma prima di tutto è necessario sapere che cosa s’intende per scrupolo. Lo scrupolo non è che un vano timore di peccare nato da false apprensioni, che non hanno fondamento di ragione. Tale è la definizione che ce ne da S. Alfonso, la quale sebbene giustissima, pure io ve la riduco in più brevi termini, acciocchè meglio ve la rechiate a memoria, e vi dirò che, lo scrupolo è un peccato immaginario, o piuttosto, come lo chiama S. Teresa, un bel ramo di pazzia, che stravolge le menti, e le rende affatto inette al bene. Anche S. Francesco di Sales, aveva suppergiù, questa opinione degli scrupoli, credendoli dei più forti impedimenti al cammino di perfezione»29.

Don Didaco, così attento a sollecitare un’accurata vigilanza su ogni possibile rilassatezza nella vita spirituale, descrive la condizione dell’anima scrupolosa come affetta da dubbi continui, in un “continuo sgomento”30, sempre timorosa di non aver confessato i propri peccati nel modo giusto. Esaminare la propria coscienza, umiliarsi di fronte a Dio, aprirsi pienamente al confessore sono aspetti necessari per il cammino spirituale, ma in “una coscienza così stigmatizzata dai dubbi si finisce col perdere ogni confidenza in Dio, e col darsi alla disperazione: ed allora il demonio trionfa”31. Don Didaco coglie anche l’atteggiamento di chi teme di “peccare in ogni cosa per motivi frivoli e insussistenti”32. La chiarezza del vangelo, il consiglio del confessore o del direttore di spirito possono essere rimedi più che sufficienti a dissipare ogni dubbio che possa presentarsi all’anima.

Anche per quanto riguarda il controllo del pensiero, egli sottolinea che non c’è motivo di temere se un pensiero cattivo si presenta alla mente, purché non vi si acconsenta. È richiesto alla volontà di scacciarlo decisamente e ciò genera l’autentica tranquillità. Don Didaco ribadisce fermamente che “senza consenso non si dà peccato”33. L’incertezza del giudizio sugli atti compiuti, le continue sottigliezze, possono condurre, come afferma S. Alfonso, ad una “assoluta pazzia”34. L’anima scrupolosa rischia anche di peccare di superbia, di presunzione, di disobbedienza, quando disattende il consiglio e il giudizio del confessore35. Occorre invece obbedire fiduciosamente a ciò che questi richiede. Infatti il confessore “e per la cognizione che il ministero suo gli dà del cuore umano, e pei lumi speciali che Dio gli concede in quel solenne ufficio, è benissimo in grado di comprendere anco da non troppo perspicua esposizione lo stato dell’anima vostra”36. Ne deriva dunque una chiara conseguenza: “obbedienza dunque al confessore e non vi saranno più scrupoli”37. Don Didaco riprende su questo punto l’insegnamento dei grandi maestri di spirito invitando a lasciarsi condurre “dalla guida che ci ha dato Iddio”38, senza rivolgersi ad altri. Gli scrupolosi infatti tendono “a voler sentire la sentenza di più confessori e di più direttori di spirito rischiando in tal modo di cadere in una maggiore confusione”39. Per don Didaco invece è “affatto impossibile che il confessore erri in cose gravi”40. Egli indica come segno infallibile per verificare la condizione spirituale di una persona quella pace che è dono dello spirito:

«Ricordatevi che Gesù Cristo disse: il mio giogo è soave: iugum meum suave est. Per conseguenza chi serve lui e sottostà a questo giogo deve essere tanto più lieto, tanto più ilare, tanto più contento e consolato, quanto più perfettamente vi si sottopone. Sentite voi questa calma, questa ilarità e questa giocondezza d’animo? Siate sicure che voi portate il giogo di Gesù»41.

Al contrario l’angustia, la malinconia, l’inquietudine interiore che genera il giogo degli scrupoli “conduce a funeste conseguenze”42; pertanto egli consiglia di acquisire la “calma e la santa ilarità di Gesù”43, perché altrimenti “perdereste ogni fiducia, ogni speranza, e non sentirete più alcun sapore delle cose di Dio”44. Don Didaco sembra così aver assimilato in profondità la lezione ignaziana sugli scrupoli contenuta negli Esercizi, a cui egli non fa in questa occasione un diretto riferimento, ma alla quale indirettamente si riferisce. Ignazio infatti al numero 316 degli Esercizi spirituali sottolinea che la consolazione spirituale può esser definita come “ogni aumento di speranza, fede e carità e ogni letizia interna che chiama e attrae alle cose celesti e alla salvezza della propria anima, quietandola e pacificandola nel suo Creatore e Signore”45. La desolazione al contrario inclina l’uomo “all’oscurità, all’inquietudine, al turbamento, a tentazioni varie, che portano a sfiducia, senza speranza, senza amore e la persona si trova tutta pigra, tiepida, triste e come separata dal suo Creatore e Signore”46.

1 IV, 46.

2 IV, 47.

3 Ibid.

4 Ibid.

5 IV, 48.

6 IV, 49.

7 Ibid.

8 Ibid.

9 IV, 50.

10 Ibid.

11 IV, 51.

12 IV, 52-53.

13 Ibid.

14 II, 92.

15 II, 99.

16 Ibid.

17 Ibid.

18 II, 100.

19 II, 101.

20 II, 102.

21 Ibid.

22 II, 105-106.

23 II, 105.

24 “Ma se la grazia illumina l’intelletto, ella non fortifica meno la volontà. Io dirò una cosa sola, perché in questa v’è tutto quello che dir si può intorno a questo proposito; ed è: che la grazia trasforma la concupiscenza. Considerate qual’è nell’uomo la concupiscenza: essa è un ardore, un bollore di male che avvolge l’anima, la sterilisce, la rende insensibile a tutto ciò che sa di Dio, e sensibilissima ad ogni cosa di male. Genera nella stessa anima un’ avidità (65 r) pungente a tutto ciò che è male, verso il quale ella si trasporta con un impeto irrefrenato. Ora fate ragione che la grazia opera nell’animo tutto il contrario: rovescia tutte le cattive tendenze. Imperocché non solamente pone un morso e un freno vigoroso a quell’impeto e lo trattiene, ma lo volge anche in direzione opposta; non dissimile a forte e destro cavaliero, che non solo vale ad arrestare il focoso cavallo nella sua carriera, ma con una tirata di briglia il rivolge indietro, e lo mette per una strada opposta. Laonde ben si può dire con S. Agostino, che la grazia distrugge in noi la concupiscenza cattiva, e ve ne ingenera una buona: Spiritus Sanctus inspirat pro concupiscentia mala, concupiscentiam bonam. Ond’è che quant’era prima l’avidità verso il male, tanta ne viene avidità verso il bene. Colui che dalla grazia è assistito, mai non si sazierebbe di starsi in dolci colloqui con Dio, mai non è stanco di esercitarsi in opere di carita, né cura disagi della persona, non discapiti, non offese, non infermità, non umiliazioni, purché possa saziare questa sete e fame di giustizia. Tutto ciò che sa di Dio, gli è buono e gustoso: tutto ciò che sa del mondo gli è rivoltoso e nauseante. Ecco il miracolo della grazia. Or dite un poco che simil miracolo possano produrre le nostre forze. Oh poveretti noi, che non è neppur da pensarlo. Noi siamo un bel nulla: Omnia possum in eo quia me (65 v) confortat, diceva con ragione l’Apostolo.” (II, 108-109).

25 II, 110.

26 “Dunque facciamoci animo: combattiamo coraggiosamente: tutto potremo in lui, ed egli non ci mancherà. Quindi si discaccino via siccome indegne tentazioni tutti i dubbi sopra la nostra salvezza, e nemmeno ci abbondoniamo, se la nostra fragilità ci trascina nostro malgrado in qualche mancanza. Questa ci serva di umi(66 r)liazione, e di ammaestramento, ma non ci faccia disperare, imperocché questo sarebbe un fare ingiuria alla onnipotenza ed alla misericordia di Dio. Stiamo attenti, abbiamo fiducia, facciamoci coraggio, corrispondiamo alla grazia, e la nostra salute sarà certa.

Corrispondiamo alla grazia. Questo se ben vi ricorda era il terzo punto delle nostre riflessioni. Sarò breve su questo: imperocché le cose dette, servono di per se stesse a rischiararlo abbastanza. Dico dunque che bisogna corrispondere alla grazia; perché se noi possiamo nulla senza di essa; essa non può nulla senza di noi. Ed intendiamo bene, che io non voglio dire che Dio non sia assoluto padrone dell’uomo, e che egli non possa farne a suo piacimento, anche in dispetto della sua volontà. Nò; che egli potrebbe trascinarci colla sua grazia, anche in dispetto di ogni nostra contrarietà. Potrebbe, ma non vuole: e se la sua grazia non ha forza senza di noi; non l’ha perché egli non vuole che l’abbia; perché dovendo noi meritare, egli desidera che il nostro libero arbitrio rimangasi intatto. Vuole che quando egli ci chiama gli rispondiamo liberamente, e non costretti: vuole che quando egli c’invita a lui, sia in nostra libertà di accettare o ricusare l’invito. Altrimenti dove sarebbe il nostro merito?” (II, 110).

27 II , 241.

28 II, 243.

29 II, 241.

30 Ibid.

31 II, 244.

32 Ibid.

33 II, 245.

34 Ibid.

35 “In quarto luogo chi è affetto da scrupoli, non sa mai acquetarsi nemmeno al consiglio del Confessore, né attende gran fatto alle sue decisioni. Oh qui è dove davvero gli scrupolosi si danno della zappa in sul piè. Perocché mentre vogliono sfuggire ogni ombra di peccato, ne vengono a commettere uno gravissimo, anzi più insieme. Perocché vi ha qui in primo luogo un peccato di superbia, un peccato di presunzione, un peccato di disobbedienza, con tutte poi quelle conseguenze che ne derivano. Un peccato di superbia: (169 v) perché e come mai un’umile penitente dovrà sdegnare di sottomettersi al giudizio di chi lo dirige? o come potrà ricusarsi a ciò senza offendere Dio? Che direste di quel discepolo che non volesse stare suordinato al maestro? glie lo mettereste voi a indulgenza, ossivero a colpa? certo a colpa; e del penitente che non sì acquetasse alla decisione del confessore, non vorreste voi giudicare ugualmente? Un peccato di presunzione: perché e chi siete voi, direi, signore scrupoloso che pretendete di saperne più e di vederci meglio di chi è preposto alla vostra direzione? è ella questa cristiana umilità? Voi dunque stimate il confessore vostro o un ignorante, o un cattivo: un ignorante se credete ch’è v’insegni male per non saperne più che tanto; un cattivo se credete che mal vi consigli per malizia. E son queste le indulgenze che vi pigliate signore scrupoloso? Eh abbiate più umilità; eh presumete meno di voi, e non avrete più scrupoli, e sarà per lo meglio dell’anima vostra” (II, 245-246).

36 II, 247.

37 Ibid.

38 II, 248.

39 Ibid.

40 II, 249.

41 II, 250.

42 Ibid.

43 Ibid.

44 II, 250-251.

45 Esercizi spirituali, n. 316.

46 Ibid., n.317.

 


 

Abbreviazioni

I = Don Didaco Bessi, Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006, 192 pp.

II = Don Didaco Bessi, Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 346 pp.

III = Don Didaco Bessi, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 99 pp.

IV = Don Didaco Bessi, Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 243 pp.

V = Don Didaco Bessi, Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 268 pp.

Amato = Card. Angelo Amato, SDB, Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 24 pp.

Parenti = Ulderico Parente, Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 347 pp.

Pangallo = Mario Pangallo, La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017, 139 pp.

 

Bibliografia

Fonti

Bessi, D., Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006.

Id., Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id.,, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id., Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id., Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Studi

Amato A., Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.

De Feo, F., «Maestri e scolari» del Seminario di Prato. Profili biografici, Stamperia Editoriale Parenti, Firenze 1985.

Goffi, T., Storia della Spiritualità, 12, L’Ottocento, EDB, Bologna 2015.

Negrelli, M., Tracce di spiritualità domenicana nel servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo, 1, Centro di Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato, 2010.

Parente, U., Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.

Pangallo, M., La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017.

Petrà B, Don Didaco Bessi (1856-1915) e i suoi casi morali. Un parrocotoscano tra limiti e pregi della casistica toscano, in Vivens homo, 21 (2010) 343-368.

Altri testi

Alfaro, J., Speranza cristiana e liberazione dell’uomo, Biblioteca di Teologia Contemporanea, 10, Queriniana, Brescia 1972.

Balthasar, von H. U., Sperare per tutti, Jaca Book, Milano 2017.

Benedetto XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.

Ratzinger, J., Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, Jaca Book, Milano 1989.

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