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Il Giudizio come luogo di apprendimento e di esercizio della speranza

 

L’orientamento escatologico della speranza1 si rivela particolarmente in un testo intitolato Speranza del Paradiso, dove don Didaco indica l’unione sponsale con Cristo come il fine a cui sollevare la speranza. Il Paradiso è la grazia inestimabile della definitiva unione, che offre all’uomo un “premio che avanza ogni desiderio”2. La ferma speranza deve essere riposta nell’unione con lo Sposo che si realizza “colla serena clarità della speranza, più che colla cupa tristezza del timore”3; nel servizio lieto del Signore che realizza una devozione “tanto più bella, tanto più attraente quanto più è serena, fiduciosa e tranquilla”4. Don Didaco vuole evidenziare anche la stretta relazione tra speranza e amore: chi ama agisce con slancio, non per un timore servile: “chi serve Dio, chi ama Dio solamente perché spera nel possedimento di lui, considerandolo come unico suo bene e come termine di tutti i suoi desideri, egli veramente lo ama”5. La speranza del Paradiso muove il cammino dell’uomo “con soavità e genera l’amore, com’è proprio della speranza”6. A differenza del timore che ripiega l’uomo su se stesso e sul suo peccato, la speranza orienta l’uomo a realizzare il bene, ad agire “d’allegro animo, come sempre l’uomo si rallegra d’avanzarne il bene”7. La speranza dell’unione definitiva con Cristo Sposo fa cogliere le rinunce che soprattutto nella vita religiosa si possono vivere in una prospettiva nuova, proprio perché il centuplo quaggiù può essere sperimentato come anticipazione dell’eterna gioia. La piena fiducia nel Signore, in Maria e nei Santi deve spingere l’uomo a condurre una vita piena di gioia:

«Perciò vi ripeto, rallegratevi nel Signore, e sollevate i vostri cuori alla speranza della patria celeste del Paradiso. Che temete? Per voi prega il vostro santo Istitutore, cui tanto sta a cuore la salute delle sue figlie. Per voi prega Maria, la regina delle vergini, acciocchè siate chiamate ad accrescere il suo coro. Per voi pregano i vostri Santi e Protettori, che vi desiderano a parte della loro beatitudine. Ah! Via dunque il timore e la tristezza, si rassereni il vostro cuore e tutto si rallegri della più bella speranza»8.

Il timore di non corrispondere pienamente alla volontà di Dio deve certamente essere presente nelle anime consacrate, ma non deve tuttavia privare “della fiducia nella divina bontà e misericordia”, non deve “contristare e far diminuire la speranza”9. Ciò che richiede essenzialmente il Signore è di riferire a lui ogni azione: affetti, lavoro, riposo, evitando di ridurre il proprio servizio ad una attività di routine. Ciò che importa invece “è tenere Dio presente e di riferire tutto a lui non solo nelle opere di pietà, ma anche in quelle più indifferenti e materiali”10. Stare nell’osservanza della regola è inoltre un mezzo fondamentale per progredire nel cammino spirituale: l’umiltà, l’obbedienza, la “fraterna carità” devono animare l’autentica vita cristiana. Per le religiose il distacco dal mondo deve essere completo; il loro cuore alieno da ogni attaccamento. Il cuore infatti è creato per la “gioia del Paradiso” perché custodisca “la speranza dei vostri premi immortali”, così da “spiegare liberissimo il volo al Paradiso, senza nemmeno dover toccare le fiamme espiatrici del Purgatorio”11.

Agli occhi di don Didaco, tuttavia, anche il Purgatorio appare “un dogma consolante”12. Nel discorso dedicato a questo tema egli invita a nutrire “una dolce speranza” nell’amore di Dio che purifica e salva:

«Che dolce speranza ci dà il sapere per fede, che se, all’uscire di questa vita, l’anima nostra o per le colpe gravi già perdonate, ma non ancora pienamente espiate, o per le colpe lievi non perdonate ancora, non si trovi degna di godere Dio; pure Dio non la rigetta da sé, non le nega il suo amore ma solamente vuol trattenerla alquanto in luogo ov’ella possa purificarsi e farsi bella e splendente e degna dell’amoroso e beatifico suo bacio ed amplesso?»13

Egli chiarisce che il Purgatorio non è precisamente un luogo fisico “ma sì la condizione, e lo stato di quelle anime, le quali, sebbene separatesi dal corpo in istato di grazia santificante, cioè amiche di Dio, pure non hanno per anco saldato tutti i debiti alla divina giustizia dovuti”14. Riprendendo le testimonianze della Scrittura, dei Padri, del Magistero, don Didaco vuol valorizzare anche la preghiera in suffragio dei defunti. Il Signore infatti decide farci partecipi anche così della sua opera di Redenzione. La disposizione di Dio al perdono, alla misericordia, “consola le nostre speranze”15, ci permette attraverso la preghiera di aiutare e sostenere i nostri defunti: “il bene che possiamo fare ad essi è purissimo, è sostanziale, è vero, è un bene insomma di cui egli hanno a godere tutta intera un’eternità”16.

Aiutare le anime del Purgatorio con la preghiera rappresenta un grande atto di carità e di speranza. La loro condizione è infatti paradossale: esse “godono e penano; ma il godimento procedendo da un amore perfetto che non può per anco essere perfettamente appagato, il godimento per grande che sia non serve che a rendere più acuto e più straziante il dolore’’17. Queste anime a loro volta intercedono per noi, pregano per la nostra “salvazione”: “Come potremmo sperare da Dio misericordia e amore se non amassimo, se non ajutassimo le sue dilette?”18.

L’intercessione per le anime del Purgatorio è un gesto di misericordia che si attua soprattutto attraverso il santo sacrificio della Messa, la preghiera, la penitenza e l’elemosina. Tutto ciò esprime la speranza nella salvezza di queste anime.

Don Didaco affronta anche il tema del giudizio evidenziandone la serietà. Nel giorno del Signore tutti infatti dovremo essere giudicati. L’uomo “dato appena quell’ultimo respiro” riceve un giudizio di condanna o di salvezza. Il pericolo di una definitiva lontananza da Dio è dunque considerato come reale possibilità. La conoscenza che l’anima avrà di se stessa “o è una sclamazione di gioia inenarrabile o è un urlo disperato che rimbomba negli abissi”19. Tuttavia il giudizio particolare “dovrà compiersi nel giudizio estremo ed universale”20, quando l’uomo nella sua realtà inscindibile di anima e corpo dovrà presentarsi davanti a Dio. Egli evidenzia che il giudizio umano sulla persona che muore può essere erroneo: “Quanti pochi di questi giudizi sono confermati dal giudizio di Dio!”21. Lo conferma l’esperienza dei Santi che durante la loro vita spesso apparvero “dispregevoli, abietti, idioti, indegni d’ogni considerazione”22. Nel giorno del giudizio invece si manifesterà agli occhi del mondo la loro gloria e risulterà evidente che la loro speranza era ben riposta in Dio. Emergerà così la loro partecipazione alla gloria del risorto al momento della sua seconda venuta. Occorre prepararsi a questo momento culminante della Parusia del Signore, agli eventi drammatici di cui parla la Scrittura. Tuttavia “in tutti quei segni nulla sarà senza una gran provvidenza e misericordia. Imperocchè ai segni di terrore che si manifesteranno nella natura saranno come una paterna minaccia, acciò i peccatori si riscuotano dal loro letargo, e si diano ad opere di penitenza, per ottenere il perdono di Dio innanzi ch’Egli si presenti come giudice inesorabile”23.

È una speranza fondata dunque sul piano di salvezza di Dio e sulla sua misericordia, sulla fede nella resurrezione dei corpi e soprattutto sul potere salvifico della croce di Cristo, laddove si rivela l’amore folle di Dio: “Salve o Croce, già strumento delle nostre prove e dei nostri combattimenti, ed or segno della nostra vittoria e dei nostri eterni trionfi”24. È la speranza escatologica che si compie, il giudizio finale dove vengono separati i peccatori dai giusti, ma che sarà sempre effettuato nell’amore. Don Didaco invita a nutrire la speranza nell’intercessione materna di Maria, per ottenere la misericordia di Dio:

«O Maria speranza nostra, noi desideriamo ardentemente di trovarci in quel giorno alla destra del vostro figlio. Perciò ora che è tempo ci rivolgiamo a voi, e vi preghiamo quanto sappiamo e possiamo a volerci impetrare dal vostro divino figlio Gesù di essere preservate dai peccati che conducono alla eterna dannazione. Noi vi promettiamo di operare secondo il volere di Dio, vi promettiamo di esser fedeli alle promesse che abbiamo fatte a Dio. Ed allora quel giorno non sarà per noi un giorno di terrore, ma di allegrezza e di gioia, e ci sentiremo risuonare alle orecchie quelle dolci e soavi parole: Venite benedicti»25.

Il tema della speranza assume un particolare rilievo anche laddove l’uomo giunge a prendere in considerazione il pensiero della morte. In un discorso del tempo quaresimale don Didaco richiama l’attenzione sul destino ultimo dell’uomo, sulla sua “beatitudine o la sua dannazione”26.

L’uomo non può vivere rimuovendo la riflessione su tale questione decisiva; per lui “il ben morire dipende dal ben vivere, e tutta la nostra vita non dev’essere se non una continua preparazione alla morte”27. Egli mette in guardia dal differire una tale riflessione, perché la morte può avere un carattere improvviso; richiama il carattere illusorio di una falsa speranza propria di chi censura questa problematica fondamentale: “Tutti sperano: sperano nell’età: sperano nella prossima buona stagione: insomma niuno di loro muore, che non muoia con la speranza di guarire e di vivere”28.

Specialmente di fronte a chi è affetto da grave malattia non si può nutrire una falsa speranza: “Tutti gli sono intorno a lusingarlo con speranze, tutti si ingegnano di persuaderlo che il suo non è poi un male pericoloso: l’infermo intanto si illude”29. La grazia di una buona morte ha invece da essere costantemente ricercata e invocata; perfino “l’uomo più vizioso” la desidera, ma nessuno vuol “sentir parlare del morire”30. Il pensiero della morte invece contiene un profondo insegnamento e rende l’uomo umile e attento a Dio; un tal pensiero è “maestro di tutte le più belle virtù”31. Lo è per la fede che ci rende certi di un destino immortale per l’uomo, a cominciare dalla sua anima, “parte nobilissima che non potrà annientarsi e che dovrà vivere eternamente”32.

Motivo di speranza autentica è invece il fatto che Dio si è abbassato per la salvezza dell’uomo. Il pensiero della morte muove anche la carità, per cui l’anima desiderosa di incontrare Dio “si infuoca d’amore” per lui. Tuttavia è soprattutto la speranza ad essere messa in movimento da questo pensiero. Esso “le si affaccia alla mente sempre più bello, e con maggiori attrattive”33. Il fatto che l’uomo rifugga il pensiero della morte manifesta una debolezza nell’esercizio delle virtù teologali: “Se il pensiero della morte non è amato né coltivato da noi, è perché la nostra fede è fiacca, la nostra carità è tiepida, e languida è la nostra speranza”34. Solo queste virtù rendono forti di fronte al pensiero della morte; esse “spogliano quel pensiero di tutto ciò che essa ha di orrido e di spiacevole, e lo rendono accetto e desiderabile”35. Tale pensiero assume inoltre il carattere di “rigoroso sorvegliatore, perché dall’uomo sia osservata la legge di Dio’’36. Esso attenua le passioni e sollecita l’uomo a liberarsi dalla distrazione, dalla superbia, dalla dimenticanza di Dio. Questo pensiero viene definito “gran maestro di spirito”37 ed insegna “molte altre virtù, che sono la gratitudine ai benefizi di Dio; il distacco dalle cose del mondo; l’orrore delle colpe; la fiducia nella divina misericordia; il timore della eterna giustizia”38.

Per don Didaco tutta la vita è chiamata ad essere “una continua preparazione alla morte”,39 cosicchè, giunti al momento del definitivo incontro con Dio “l’anima nostra non sarà oppressa dallo spavento dei giudizi di Dio”40. Per don Didaco dunque la morte è mezzo di ricongiungimento dell’anima con Dio. A questa definitiva unione l’anima innamorata aspira poiché Dio solo può donare l’eterna beatitudine. Un’anima “piena di speranza” non può essere prigioniera della paura, essa infatti sempre desidera il perfetto possesso di Dio. Ciò vale particolarmente per un’anima consacrata nella vita religiosa che ha riposto in Dio ogni suo affetto e ogni sua speranza. Don Didaco mette in guardia dall’opera del nemico dell’uomo che cerca di combattere l’anima “in quelle ore di abbattimento e di fiacchezza o con disperazione, o con impazienza, o con qualche altra mala suggestione”41. In quei momenti invece il Signore è vicino, e ne consegue che se “a tutti, anche al più grande peccatore, giova sperare divina misericordia…molto più potete sperare voi con fondamento”42. Si rivela così una piena fiducia nella misericordia divina che, nonostante le imperfezioni, le fragilità e i peccati degli uomini, desidera attirare a sé le proprie creature.

1 Cfr. Pangallo, 127-136.

2 II, 262.

3 II, 263.

4 Ibid.

5 Ibid.

6 II, 264.

7 Ibid.

8 II, 266.

9 II, 267.

10 II, 268.

11 II, 274.

12 II, 24.

13 II, 25.

14 II, 26-27.

15 II, 33.

16 Ibid.

17 II,36.

18 II, 37.

19 III, 60.

20 Ibid.

21 III, 61.

22 Ibid.

23 III, 66.

24 III, 68.

25 III, 70.

26 IV, 191.

27 Ibid.

28 IV, 193.

29 Ibid.

30 IV, 194.

31IV, 195.

32 Ibid.

33 IV, 196.

34 Ibid.

35 Ibid.

36 Ibid.

37 IV, 200.

38 IV, 199-200.

39 IV, 200.

40 IV, 201.

41 IV, 80.

42 IV, 82.

 


 

Abbreviazioni

I = Don Didaco Bessi, Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006, 192 pp.

II = Don Didaco Bessi, Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 346 pp.

III = Don Didaco Bessi, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 99 pp.

IV = Don Didaco Bessi, Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 243 pp.

V = Don Didaco Bessi, Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 268 pp.

Amato = Card. Angelo Amato, SDB, Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 24 pp.

Parenti = Ulderico Parente, Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 347 pp.

Pangallo = Mario Pangallo, La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017, 139 pp.

 

Bibliografia

Fonti

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Id., Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id.,, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id., Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id., Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Studi

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Pangallo, M., La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017.

Petrà B, Don Didaco Bessi (1856-1915) e i suoi casi morali. Un parrocotoscano tra limiti e pregi della casistica toscano, in Vivens homo, 21 (2010) 343-368.

Altri testi

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