La speranza e il cammino di santificazione nella vita religiosa
Don Didaco affronta in più occasioni la riflessione sul significato della vita religiosa1, sottolineando che questo stato di vita già prefigura la nostra condizione eterna. Le rinunce che esso comporta sono mosse dalla speranza di una definitiva unione che ha già inizio nel tempo. La persona consacrata nella vita religiosa annuncia con tutta la propria esistenza che Cristo è già capace di attirare i cuori umani e riempirli della sua santa gioia. I voti di obbedienza, povertà, castità rappresentano quindi l’espressione di una modalità di vita che è propria di Gesù, di Maria e dei Beati. I voti richiedono pertanto una perenne fedeltà, un rimanere costantemente in quella vocazione speciale a cui una persona è stata chiamata. Questo consegnarsi a Dio senza riserve implica una totalità di dedizione, poiché “una volta che si è promesso di andare avanti, non solo non è più in nostra libertà di indietreggiare, ma nemmeno di voltarsi con l’occhio”2. Il voto quindi appartiene alla dinamica dell’amore che spera, rappresenta “una fortissima catena dalla quale non si può più ritrarre il piede una volta che noi ve lo abbiamo avvinto”3. Ciò tuttavia non rappresenta un carico pesante per l’uomo, anzi deve “far parere leggero il peso del voto”4, considerando gli innumerevoli benefici che ne derivano. Offrendo a Dio la propria libertà “noi gli doniamo quell’unica cosa che è nostra: gli offriamo quel solo che veramente può dirsi dono”5. Un dono certo sproporzionato rispetto a quanto riceviamo da Dio, “eppure questo è il più che gli possiamo dare”6:
«Il dono che noi facciamo a Dio della nostra libertà non accresce di un apice la sua gloria e la sua beatitudine, perché egli perfettissimo, non ha bisogno d’alcuna cosa da noi, né noi possiamo dargli nulla che gli manchi. Dunque a che cosa si riduce tutto il nostro vantato donativo? Voi lo vedete a qual meschinità si riduce! esso non ha che l’apparenza di un (100 r) dono, mentre non aggiunge nulla a chi lo riceve. Pel contrario, che facciamo noi donando a Dio la nostra libertà? Noi gli diamo ciò che ritenuto potrebbe nuocerci: ciò che ritenuto potrebbe privarci d’infiniti vantaggi. Dunque in fondo in fondo tutto il bene di questo donativo è nostro: dunque donando, invece di rimanere più impoveriti, ci troviamo cumulati di maggiore ricchezza. E un dono che nulla fa a chi lo riceve, che tanto avvantaggia chi l’offre, dovrà parerci gran cosa? dovrà parerci anche grave? Ah ringraziamo piuttosto, o Revdē Madri, la divina bontà se si contenta di queste nostre miserie! ammiriamo la divina misericordia che con amorosa industria vuol fare comparire come dono fatto da noi, quello che in verità è un benefizio ch’ella ci fa a salute nostra»7.
Don Didaco sottolinea la necessità di tener presente che donando a Dio la nostra libertà “invece di rimanere impoveriti, ci troviamo cumulati di maggior ricchezza”8. Lo stato verginale, ad esempio, riveste, secondo la tradizione, una dignità particolare, “ci procura infiniti vantaggi ad ajutare la nostra unione con Dio”9; l’obbedienza ci libera “da un’infinità di sollecitudini e di incertezze”10; il voto di povertà “sebbene a prima vista vi privi di molti beni, pure in realtà, non vi è cagione se non di maggiore beatitudine”11. La castità, che riguarda tutti gli stati di vita, si esprime in una particolare modalità nella vita religiosa.12 In ogni caso il voto per don Didaco è “un atto meritorio, un atto di religione”13, toglie all’uomo la libertà di fare il male. La vita religiosa in cui si professano pubblicamente i voti di povertà, obbedienza e castità permette di giungere più rapidamente “al sospirato fine della sempiterna beatitudine”14. I mezzi che permettono di mantenere fede alle promesse sono rappresentati dalla frequente invocazione della grazia divina, dalla “frequente memoria della professione che abbiamo fatto”15, che permette di rinnovare costantemente il fervore necessario per vivere il rapporto sponsale con Cristo. Citando S. Ignazio di Loyola, don Didaco sottolinea che in alcuni istituti “si fa la solenne rinnovazione dei voti per tener viva la ricordanza di quelli già presi, ed a riaccendere il zelo nel portargli con vigore”16. La fedeltà negli impegni presi, il “tenersi fermi e costanti nell’osservanza dei voti”17 permette di “pervenire a quel fine a cui sospirate, cioè alla perfezione”18. Tale osservanza allontana gli ostacoli, guadagna in ogni azione doppio merito, ottenendo all’uomo molteplici grazie, consente inoltre di congiungersi a Cristo “con più stretta unione”19. Permette altresì di sperimentare fin d’ora nella carne umana un “centuplo”, la possibilità di gioia più intensa “che si può trovare in questo mondo”20. Tutto ciò richiede perseveranza per custodire “un dono prezioso di Dio che non si ottiene senza molta e continua e fervorosa orazione”21, senza il costante soccorso della Grazia.22
Questi temi sono costanti nei discorsi di don Didaco quando si rivolge specialmente alle religiose chiamate a essere segno speciale dell’unione nuziale tra Dio e l’uomo, “a stringere il nodo delle mistiche sponsalizie”23. Ciò significa una comunione di amore con Cristo che permette di “ricopiare in sé l’immagine di Gesù in grado di perfezione eminente sopra tutti”24. L’amore infatti conduce ad un’assimilazione, ad una identificazione con la persona amata. Seguire il Signore più da vicino, in modo più radicale, “per una via alta e sublime”25, richiede di percorrere le orme di Cristo “senza sforzo, senza affanno, senza asprezza, ma sì soavemente e con santa allegrezza”26. La persona consacrata è chiamata al servizio gioioso del Signore, nella consapevolezza di essere stata amata e prediletta di Dio fin dall’eternità. Offrirsi a Dio significa “vivere della vita di Gesù”27, diventandone trasparenza. Certamente un tal genere di vita richiede “mortificazione e penitenza”28, spoliazione di sé, rinuncia a se stessi per vivere “la vita di Cristo e rendersi a Cristo in tutto conformi e somiglianti”29. Ciò che don Didaco reputa primario in questa totale consegna di sé al Signore è la relazione viva, intensamente vissuta con Cristo Sposo:
«I colloqui con lo Sposo vostro vi salveranno da tutto: ma questi colloqui non si fanno se non nel silenzio e nella solitudine dello spirito. Così corrisponderete alla vostra vocazione, così manterrete la promessa, così ritrarrete in voi maestralmente l’esemplare di G. Cristo e lo somiglierete con la perfezione maggiore che da voi è richiesta. Le somiglianze con un esemplare possono essere più o meno grandi, più o meno vicine. L’esemplare di tutti i cristiani è Cristo: tutti debbono somigliarlo di necessità, sino al punto che egli stesso ha prescritto: altri lo possono rassomigliare più prossimamente, e questo è consigliato. Voi, figlia dilettissima, vi siete messa in questa più avanzata linea la quale non ha confine. L’esemplare infinito è Dio e può essere con infinita perfezione imitato: anche la vostra professione ha un limite: raggiungete questo che è necessario»30.
I combattimenti spirituali che si è chiamati ad affrontare nella vita religiosa possono essere sostenuti da una certa speranza: “sperar dovete che egli vi conforterà con la sua grazia, affinché possiate adempire ai doveri dello stato religioso e superare le difficoltà che vi porrà innanzi il dimonio per abbattervi e per cogliere i frutti della santa perseveranza”31. L’invito a sollevare l’animo alla speranza rappresenta un’esortazione significativa per aiutare l’uomo ad affrontare le prove necessarie per giungere all’unione con Dio. In questo cammino l’obbedienza rappresenta una dimensione essenziale. Una virtù che tende a liberare l’uomo dal “desiderio della superiorità e del comando”32. Nell’obbedienza si nasconde una forza capace di liberare l’uomo da molti ostacoli. Riprendendo la tradizione benedettina e salesiana don Didaco ricorda che il valore dell’obbedienza verso i superiori è di estrema importanza; essa “procede puramente da un dono di Dio, ovvero s’acquista con molto tempo e fatica, con una quantità di atti bene e spesso reiterati e prodotti a viva forza per mezzo dei quali viene ad acquistarsi l’abito virtuoso’’33. L’obbedienza richiede una totale fiducia in Dio; senza di essa “non v’ha ordine, non v’ha pace, non v’ha tranquillità, ma angustia, scompiglio ed offesa di Dio”34. L’obbedienza, per don Didaco, conduce a conoscere “con certezza la volontà di Dio; l’obbedienza finalmente è via di perfezione e fondamento della vita religiosa”35.
Don Didaco raccomanda dunque alle persone consacrate nella vita religiosa di raddoppiare il proprio zelo per conservare la radicalità della propria scelta di povertà, obbedienza e castità, per custodire puro il proprio cuore, orientato esclusivamente a Dio. Ciò significa immedesimarsi nei sentimenti di Cristo. La motivazione è di tipo cristologico: identificarsi nell’amore con Gesù povero, casto e obbediente. In tal modo “Gesù ricompensa i suoi poveri non solamente in questa vita con la pace e gioia interna, ma quel che più importa, con la gloria eterna nell’altra”36.
Egli assicura la visione di Dio a chi “gli consacra per sempre l’integrità del proprio corpo…anche l’integrità del cuore e dello spirito”37. Invita pertanto ad evitare ogni “immagine lusinghiera, ogni attacco troppo sensibile ad ogni particolare amicizia’’38. Richiede alle religiose preghiera e vigilanza, spirito di mortificazione. La preghiera infatti “ci ottiene la grazia, senza la quale non si può conservare né avere la castità”39. La mortificazione permette di uscire “vittoriosi dagli assalti dello spirito impuro”40. Per essere perseveranti nella propria scelta di vita religiosa occorre però innanzitutto porre la propria speranza nell’aiuto amorevole di Cristo e di Maria:
“Vergine Santissima, (157 v) ajutateci nella fedele osservanza di questi santi voti. Sì, Madre di grazia, nel vostro ajuto speriamo. Siamo miserabili creature, è vero, ma rammentavi che siamo anche vostre figlie divote; e che molto confidiamo in Voi, e siamo certe che non ci negherete il vostro soccorso.
O Gesù misericordioso, noi guadagnamo tutto col rinunziar tutto, per non amare né possedere che voi solo. Oh! sì noi abbiamo scelta la miglior parte col seguitar Voi. Voi certo manterrete le promesse che avete fatte a chi vi segue; ma anche a noi povere vostre spose fateci grazia di mantenere quelle che abbiamo fatte a voi”41.
1 Cfr. Pangallo, 113-126.
2 I, 136.
3 Ibid.
4 I, 137.
5 Ibid.
6 Ibid.
7 I, 138.
8 Ibid.
9 I, 139.
10 Ibid.
11 Ibid.
12 Cfr. I, 139, “Che lo stato verginale sia una dignità non ce ne lasciano dubitare le copiose testimonianze delle Sante Scritture e dei Santi Padri. Quanto non la raccomanda S. Paolo! essa, dice, ci sottrae da ogni mondana sollecitudine e ci dà miglior agio di attendere a Dio unicamente. S. Cipriano chiama le Vergini la porzione più illustre del gregge di Cristo. Per esse e in esse rallegrasi la Chiesa vedendosi di sì bella figliolanza ampiamente venire in fiore: e tanto più è copioso il numero delle vergini, tanto maggiormente ella accresce il suo gaudio di Madre. Ecco dunque come la verginità ci solleva ad un grado di onore, e ci procura (100 v) infiniti vantaggi ad ajutare la nostra unione con Dio. Dimodoché questo voto produce in noi una vera e solida ricchezza”.
13 I, 142.
14 I, 143.
15 I, 144.
16 I, 145.
17 Ibid.
18 Ibid.
19 Ibid.
20 I, 146.
21 I, 147.
22 I,144.
23 III, 3.
24 “Che cosa vuol dire essere Sposa di Gesù? Lo so: questa considerazione (4) voi l’avete già fatta. Ma bisogna farla sempre, ed oggi specialmente è mestieri che ve la stampiate indelebilmente nel cuore, acciò inebbriate dall’onore del grado acquistato, non abbiate a perder di vista il peso dei doveri ch’esso vi porta. Essere sposa di Gesù vuol dire aver promesso di ricopiare in sé la immagine di Gesù in un grado di perfezione eminente sopra tutti. Non è dubbio: ogni cristiano ha da ricopiare quella divina immagine: ogni cristiano dee seguire quei divini passi, se vuol pervenire alla salute. Ma Gesù, a riguardo della nostra infermità, ha posto in ciò una misura e ha detto: se volete salvarvi osservate i miei comandamenti. Questa (5) è legge universale inflessibile. Ma ha soggiunto ancora: se poi volete maggior grazia, allora eccovi i miei consigli: spogliatevi di tutto, abbandonate il mondo e ciò che al mondo più diletta, e seguitemi. Questa non è legge universale: ma è soltanto per que’ pochi eletti, ai quali fa grazia di chiamarli per questa via privilegiata e più sublime. Tale è stata la vostra vocazione, Figlie Dilettissime, questa singolare grazia è stata impartita anche a voi come a dilette di Gesù. E però vi ho parlato di onore e di dignità”, cfr. III, 4.
25 III, 5.
26 Ibid.
27 III, 8.
28 III, 9.
29 III, 11.
30 III, 17-18.
31 III, 29.
32 IV,172.
33 IV, 179.
34 IV, 182.
35 IV, 185.
36 II, 229.
37 II, 230.
38 II, 231-232.
39 II, 232.
40 II, 233.
41 II, 234.
Abbreviazioni
I = Don Didaco Bessi, Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006, 192 pp.
II = Don Didaco Bessi, Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 346 pp.
III = Don Didaco Bessi, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 99 pp.
IV = Don Didaco Bessi, Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 243 pp.
V = Don Didaco Bessi, Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 268 pp.
Amato = Card. Angelo Amato, SDB, Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 24 pp.
Parenti = Ulderico Parente, Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 347 pp.
Pangallo = Mario Pangallo, La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017, 139 pp.
Bibliografia
Fonti
Bessi, D., Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006.
Id., Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id.,, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id., Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id., Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Studi
Amato A., Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.
De Feo, F., «Maestri e scolari» del Seminario di Prato. Profili biografici, Stamperia Editoriale Parenti, Firenze 1985.
Goffi, T., Storia della Spiritualità, 12, L’Ottocento, EDB, Bologna 2015.
Negrelli, M., Tracce di spiritualità domenicana nel servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo, 1, Centro di Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato, 2010.
Parente, U., Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.
Pangallo, M., La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017.
Petrà B, Don Didaco Bessi (1856-1915) e i suoi casi morali. Un parrocotoscano tra limiti e pregi della casistica toscano, in Vivens homo, 21 (2010) 343-368.
Altri testi
Alfaro, J., Speranza cristiana e liberazione dell’uomo, Biblioteca di Teologia Contemporanea, 10, Queriniana, Brescia 1972.
Balthasar, von H. U., Sperare per tutti, Jaca Book, Milano 2017.
Benedetto XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.
Ratzinger, J., Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, Jaca Book, Milano 1989.
Tommaso d’Aquino, La virtù della speranza. Le Questioni della Somma Teologica, ESD, Bologna 2014.



