Conclusioni
Il tema della speranza appare presente negli scritti di Don Didaco, anche se di rado viene messo a fuoco in maniera organica. Nei suoi scritti molto egli insiste sull’oggetto della speranza, sulla beatitudine eterna a cui l’uomo è chiamato attraverso un itinerario di vita che chiede una costante conversione e una profonda trasformazione. Il fine dell’uomo è quello di essere unito a Dio nell’amore e ciò motiva quei sacrifici e quelle rinunce che sono richiesti per rinnegare il proprio egoismo e per abbandonarsi pienamente a Dio. Per don Didaco in questo cammino la speranza permette di sollevarsi a Dio con “serena ilarità”, con profonda fiducia nell’azione provvidenziale di colui che desidera condurci alla vita eterna. Questo cammino di divinizzazione, di santificazione, è reso possibile dal dono di Dio che provoca la libertà dell’uomo. La grazia santificante viene partecipata all’uomo per via sacramentale, così che “per Cristo, con Cristo e in Cristo” egli è chiamato a vivere la vita divina. Don Didaco mette in evidenza la necessità di accogliere la vita nuova donata da Dio che si rivela più forte di ogni peccato e di ogni debolezza umana. Per questo invita a nutrire una profonda fiducia nella misericordia di Dio, che ci raggiunge oggettivamente attraverso il sacramento del perdono, la “seconda tavola dopo il naufragio’’, come lo definisce riprendendo un’antica espressione patristica. L’abbraccio liberante di Cristo risolleva l’uomo dal peccato, ridonandogli slancio nel cammino verso la patria eterna.
La speranza ha negli scritti di don Didaco, un forte carattere cristologico. Egli ripete costantemente che “Gesù è speranza nostra”. Con Cristo è possibile stabilire una relazione di amicizia che consente una conoscenza più intima di lui, attraverso la meditazione della Parola e la preghiera. Coltivare questo rapporto d’amore con il Signore, vigilando sul proprio cuore, evitando dissipazioni e negligenza, permette di “crescere nella perfezione delle virtù”, di maturare pienamente nella vita in Cristo fino alla piena conformità con Lui. La preghiera può aprirci la via alla beatitudine eterna, aiutandoci a cogliere i disegni di Dio e a cogliere la sua volontà. Questa cura attenta della relazione di amicizia con il Signore deve essere, a maggior motivo, custodita da chi è stato chiamato ad una più stretta sequela di Cristo nella vita religiosa.
Alle persone consacrate in questo stato di vita don Didaco ricorda costantemente l’altezza della propria vocazione, che già prefigura la condizione eterna dell’uomo. Don Didaco sottolinea che in tale stato di vita si può giungere più rapidamente “al sospirato fine della sempiterna beatitudine”. I voti religiosi, che richiedono perseveranza, sollecitano ad una progressiva spoliazione dal proprio egoismo per “rendersi a Cristo, conformi e somiglianti”. Essi hanno un carattere dinamico e richiedono all’uomo di nutrire piena fiducia nella grazia di Cristo, che dona fin d’ora l’esperienza di un centuplo quaggiù e la promessa della gloria eterna.
Don Didaco analizza alcuni atteggiamenti che si oppongono alla speranza, rivelandone l’assenza o la debolezza. La mancanza di speranza genera infatti la disperazione nell’anima scrupolosa, la tiepidezza nell’orazione, la rilassatezza nell’osservanza della regola, la “sciocca presunzione”, “la pigrizia e la sua accidia nella pratica delle virtù”. Soprattutto su quest’ultimo punto si concentra l’attenzione di don Didaco, che evidenzia la stretta connessione tra il vizio capitale del “demone meridiano” e la mancanza di speranza. Don Didaco riconosce, invece, delle forme evidenti di manifestazione della speranza nella magnanimità, nell’abnegazione, nella dolcezza e soprattutto nell’umiltà, virtù propria dei poveri di spirito. L’umile, infatti, riconosce la propria debolezza e confida nell’amore e nella misericordia del Signore.
Anche in ordine al giudizio finale e a quello particolare don Didaco invita a “nutrire fiducia nella divina bontà e misericordia”, senza “contristare e far diminuire la speranza”. Il Purgatorio, così come il passaggio stretto della morte, devono essere considerati in questa ottica, nella speranza, cioè, dell’amore di un Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio per noi’’, per la nostra salvezza eterna. Per don Didaco un’anima piena di speranza non può essere resa prigioniera dalla paura.
In definitiva la virtù della speranza, strettamente collegata alle altre virtù teologali appare decisiva nell’orientare il cammino dell’uomo verso la santità, la definitiva unione con Dio, la gioia eterna.



