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Dal Progetto India 1 al al Progetto India 2

 

Progetto India 1: “Cittadini del Mondo – Passaggio in India”

Il Progetto Cittadini del Mondo – Passaggio in India nasce nel 2007, grazie alla grande passione umana e spirituale di Suor Paola, Madre Generale delle Suore Domenicane di Santa Maria del Rosario, Luciano Giusti, Educatore professionale, fondatore della Polisportiva Aurora e Lamberto Scali, Psicologo del DSM di Prato. Nel 1986, presso la Casa Generalizia di Iolo (Prato), Madre Paola e le sue suore avevano aperto una Casa Famiglia per donne che soffrivano di gravi disturbi psichiatrici e grazie all’accoglienza ricca di affettività e al lavoro riabilitativo svolto, molte donne avevano ritrovato la propria dignità, il piacere di vivere e fare progetti per il futuro. In questo lavoro di recupero di risorse sottovalutate o soffocate dalla malattia e di scoperta di nuove potenzialità un grande ruolo hanno avuto le attività lavorative, come il laboratorio delle marmellate artigianali, la lavanderia, e l’apertura dell’outlet che vende capi di abbigliamento.

Il secondo componente del progetto è la Polisportiva Aurora che dal 1994 realizza progetti di recovery e promozione della salute mentale attraverso l’attività sportiva. La Polisportiva, attualmente, accoglie nelle sue attività circa 90 persone con gravi problemi psichiatrici, i loro familiari e tanti volontari, che attraverso il fareassieme hanno fatto nascere, negli anni, una pizzeria, un centro di accoglienza per animali da affezione e un orto per la coltivazione di verdure biologiche. Un altro componente importante del progetto India è stata la Direzione Sanitaria e il DSM della ASL 4 di Prato che in quel periodo, con un piccolo gruppo di operatori guidato dal dr. Scali, portava avanti vari progetti di Salute Partecipata condivisi con le Associazioni di Volontariato e, inoltre, svolgeva attività di prevenzione e promozione della salute nelle scuole pratesi, così nel 2008 entrarono a far parte del progetto gli studenti e i Professori impegnati nelle attività della Peer Education.

Un altro aspetto importante da considerare è il contesto indiano, dove le suore operano da oltre trent’anni e dove si sono fatte apprezzare per la realizzazione di tanti progetti di cui citiamo i più significativi:

1) costruzione del Saint Dominic School, scuola che oggi ospita oltre duemila studenti;

2) programma di intervento pluriennale, effettuato in collaborazione con la German Leprosy Relief Associacion, sulla cura e prevenzione della lebbra;

3) apertura di un dispensario per l’assistenza e la cura delle persone povere con problematiche di salute;

4) promozione dell’adozione a distanza per il sostegno ai minori e alle loro famiglie;

5) favorire un patto di collaborazione e amicizia fra la città di Prato e Cochin.

Alla data odierna le suore hanno aperto tredici missioni in vari stati dell’India. Il progetto India 1 viene realizzato nello stato del Kerala, in particolare nella città di Cochin e in altri piccoli paesi. In Kerala, a differenza di altri stati Indiani, l’accattonaggio è ritenuto un reato e le persone sorprese a vagabondare o a mendicare per strada vengono fermate dalla polizia, portate alla centrale per l’identificazione e poi rinchiuse al Settlement, una struttura asilare, gestita direttamente dalla municipalità di Cochin che somiglia molto ai nostri manicomi prima della legge 180/1978.

Nel 2007 il Seattlement ospitava circa quattrocento persone fra uomini e donne e l’80% di queste soffriva di gravi problemi psichiatrici, mentre il restante 20% soffriva di handicap fisici o di problematiche sociali legate all’abbandono o alla rottura dei legami affettivi familiari. Il Sindaco di Cochin, Mercy Williams, chiese a Madre Paola un intervento di aiuto finalizzato a rendere il Settlement un luogo più rispettoso dei diritti umani. Madre Paola, profondamente convinta che i pazienti psichiatrici possano essere persone ricche di capacità e risorse, decise, in collaborazione con Luciano Giusti della Polisportiva Aurora, di portare un gruppo di utenti e volontari da Prato a Cochin, per realizzare il fareassieme all’interno del Settlement. L’intervento del fareassieme si concentrò sugli aspetti igienico sanitari del luogo e sul rendere le camerate degli uomini e delle donne pulite e imbiancate. L’effetto che produsse fu miracoloso, persone sdraiate in terra, nella polvere, in uno stato di profonda apatia si alzavano e incuriosite ci venivano incontro per salutarci, per conoscerci e qualcuno di loro si metteva al nostro fianco a lavorare, altri ci donavano le loro canzoni, altri ancora si prodigavano nello spostare le suppellettili, nel reggere le scale, nel trasportare le vernici. Difficile dimenticare un uomo privo di entrambe le gambe che si faceva trasportare vicino ai letti di ferro per poterli scartavetrare e riverniciare. Gli operatori non facevano più i guardiani, ma si rimboccavano le maniche per aiutarci nel lavoro. Per fortuna tutto questo lavoro svolto fu documentato attraverso un video realizzato dal regista Ivan D’Ali e quando l’esperienza venne illustrata agli operatori del Dipartimento di Salute Mentale di Prato e agli studenti delle scuole medie superiori, tutto questo determinò un’ulteriore ondata di interesse e entusiasmo. Come logica conseguenza, nell’anno successivo, il 2008, il progetto poté contare sul sostegno del Dipartimento di Salute Mentale della ASL 4 di Prato e del gruppo degli studenti impegnati nei programmi di peer education. Oggi il Progetto vede il coinvolgimento degli studenti del Corso di Laurea in Cooperazione Internazionale dell’Università di Firenze e la partecipazione di quasi tutte le scuole medie superiori di Prato, con un lavoro specifico svolto dalla Professoressa Serena Magnini al Liceo Livi-Brunelleschi.

Tutti gli anni, nel mese di marzo-aprile, viene costituito un gruppo di progetto composto da 6 utenti soci della Polisportiva Aurora, 6 studenti 3 operatori del DSM e 3 volontari, che come obbiettivo principale si prefigge di trasferirsi a Cochin, per 15-20 giorni, per portare la pratica del fareassieme all’interno del Settlement e di conseguenza migliorare le condizioni di vita dei suoi ospiti. Grazie al lavoro svolto in questi anni col cuore e con le braccia quel luogo dantesco ha ripreso un po’ alla volta sembianze umane con grande soddisfazione di tutti. Nell’intervento effettuato nel novembre del 2016 il cortile interno del Settlement ospitava gruppi di giovani volontari della Croce Rossa, ragazzi provenienti dalla parrocchia di Palluruthy, studenti dell’Orfanotrofio Don Bosco e gli studenti Universitari del Sacred Heart College donarono 42.000 Rupie, per la realizzazione di un impianto a energia solare, per dotare il Settlement di acqua calda. Alla cerimonia di consegna della sottoscrizione era presente K.V. Thomas membro del Parlamento Nazionale dell’India.

Purtroppo a questa fase molto positiva di apertura della struttura alla comunità sono seguiti tre anni problematici, che hanno visto il susseguirsi di 4 direttori, un disinteresse quasi totale degli operatori e la comparsa di forme coercitive di controllo.

Negli ultimi mesi lo scenario si è ulteriormente aggravato con la comparsa di alcuni scandali legati a una gestione economica poco chiara e onesta. Alla fine forse non tutto il male è venuto per nuocere perché l’amministrazione prefettizia indiana ha deciso la chiusa del Settlement entro il 31 dicembre di quest’anno. Gli attuali 200 ospiti, 120 uomini e 80 donne, dovrebbero trasferirsi in altre strutture (50 donne dovrebbero essere accolte dalle suore di madre Paola) con un sicuro o quanto meno probabile giovamento. Questo cambio imprevisto e un interesse delle Suore a impegnarsi maggiormente nella salute mentale locale (anche in previsione ‘dell’arrivo’ delle 50 donne dal Settlement) ha messo in campo un Progetto completamente diverso, decisamente innovativo, che dovrebbe ridare ulteriori prospettive di vita a persone che erano e sono finite ai margini più lontani della società.

Prima di illustrare il nuovo progetto occorre prendere confidenza con la realtà indiana e tenerne debito conto.

L’organizzazione sanitaria in India

Partiamo anzitutto dal rimarcare che l’organizzazione sanitaria è completamente diversa da quella italiana dove la sanità è pubblica. In India la sanità è prevalentemente privata e assomiglia al modello americano basato sul sistema assicurativo con l’inevitabile conseguenza di garantire cure di elevata qualità ai ricchi che possono pagare assicurazioni che li coprono al meglio e di lasciare le classi povere ‘abbandonate’ alla carità di strutture religiose o a sostegni governativi che sono solitamente di livello basso/molto basso. Ci sono peraltro iniziative legate al mondo religioso e al volontariato che sono attive e una rete sociale che funziona abbastanza bene, soprattutto per il ruolo fondamentale che gioca la famiglia nella cultura indiana.

La salute mentale ovviamente è allineata su questo modello. Le classi ricche usufruiscono di ospedali e di cure ambulatoriali di livello internazionale orientate prevalentemente ad un approccio medico-farmacologico. Le classi medie e soprattutto quelle povere usufruiscono di una rete di strutture che si avvale da un lato di ospedali psichiatrici che sono luoghi di reclusione per utenti ‘gravi’ e in qualche modo cronicizzati. Un modello verosimilmente molto simile a quello dei manicomi di casa nostra di 50 anni fa.  Le strutture più visibili e numerose sono i cd ‘Centri di riabilitazione psico-sociale’. Un mondo decisamente variegato e dalla gestione e dalla qualità interna molto diversa. In alcune si respira un clima ricco di accoglienza e affettività, le porte sono aperte e si vive in un contesto di ragionevole libertà. In altre le relazioni umane lasciano a desiderare e a farla da padrone sono le porte chiuse e i mazzi di chiavi. Anche la permanenza nelle strutture è fortemente disomogenea. Si trovano strutture dove la permanenza non supera in media i pochi mesi, altre in cui la maggioranza degli ospiti vi vivono da lustri e sono destinati a restarvi per tutta la vita. Ruolo fondamentale è giocato dalle famiglie a cui è demandata la decisione di riaccogliere o meno il congiunto. Anche in questo l’India appare un Giano bifronte, dove gli opposti sembrano coesistere senza particolare problematicità. Con un’influenza non marginale che gioca lo stigma e che sembra crescere col crescere del benessere della famiglia. Altra nota dolente è il sovraffollamento delle strutture, legato per lo più alla difficoltà di dimettere persone che hanno peraltro ritrovato un sufficiente livello di benessere, ma che non hanno famiglia o non hanno famiglie disponibili a riprenderli con sé. Per esempio che piccoli gruppi di utenti vadano a vivere da soli è cosa del tutto, al momento, inimmaginabile e questo spiega perché le strutture siano sovraffollate e il fenomeno della ‘lungodegenza’, se vogliamo chiamarlo così, è molto presente. Positivo invece il ruolo del lavoro che viene valorizzato, con alcuni distinguo, in tutte le strutture. Una sorta di ergoterapia che sicuramente compensa altre mancanze, ma che non è chiarissimo quanto sia un ponte reale e usato per poi trovare o ritrovare un lavoro all’esterno. 

In tutti i centri, per norma di legge, è presente uno psichiatra, una specie di ‘direttore’ della struttura, con un ruolo molto ‘forte’, e tutte le decisioni, sempre tenendo in forte conto la volontà della famiglia, su ingressi e uscite e sui progetti delle persone passano da lui, sembrerebbe con poco o nullo lavoro di condivisione con il resto dell’équipe. Un fatto non secondario che andrà sicuramente fatto oggetto di ripensamento.

Progetto India 2: Casa Ricostruzione della Speranza – Centro di salute mentale di Edacochi-Palluruthy (Kannengat Harijan Colony)

La struttura.

Le Suore hanno messo a disposizione un immobile, sin qui destinato a scuola, che è ultimabile in pochi mesi, a patto di trovare i circa 330.000 Euro occorrenti. È decisamente una struttura ‘grande’ disponendo di più di 2.500 mq calpestabili. Metà circa della struttura è in uno stato avanzato di costruzione che non subirà grandi modifiche, l’altra metà deve essere completata e può essere sviluppata secondo gli obiettivi del nuovo Progetto.

E una struttura collocata fra il quartiere di Edacochi e quello di Palluruthy della citta di Kochi, con un bacino di utenza di oltre 150.000 abitanti, e come si vede dalle foto allegate è costruita a parallelepipedo con un ampio cortile interno che la rende ariosa e atta a favorire una dimensione di relazionalità ‘aperta’. Dispone inoltre all’esterno di una vasta superficie di proprietà sempre delle Suore che può essere adibita a diverse destinazioni d’uso legate da un lato al lavoro dall’altro all’intrattenimento e al coinvolgimento del quartiere.

Le funzioni.

Centro di salute mentale

Centro di accoglienza per le 50 ospiti dimesse dal Settlement

Le 2 funzioni, che rispondono a bisogni sicuramente diversi, dovranno peraltro trovare una loro integrazione e anzi potranno giovarsi di reciproci scambi che comporteranno una sorta di mutualità funzionale. Tale integrazione è un punto cruciale nel funzionamento del Progetto e ad essa andrà dedicata attenzione e impegno particolari.

Centro di salute mentale

Il Centro di salute mentale (CSM, come lo chiameremo da qui in avanti), con tutti i necessari aggiustamenti su cui si lavorerà nei prossimi mesi, assomiglierà, tenendo assolutamente conto della specificità della salute mentale indiana, per molti versi a un ‘buon’ Centro di salute mentale italiano, nella configurazione organizzativa che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto come paradigma di ‘buona’ salute mentale centrato sulle risposte a valenza e priorità territoriale.

La territorializzazione della risposta e la Recovery

La territorializzazione della risposta in salute mentale non caratterizza attualmente il modello di riferimento della salute mentale indiana, e pur dovendo di questo tenere conto, è un obiettivo irrinunciabile del Progetto per dare ai suoi fruitori risposte di qualità che, in base a quanto oggi sostenuto dalle principali agenzie internazionali che si occupano di salute mentale e dalla letteratura internazionale, li veda al centro del percorso di cura secondo quei principi che si ispirano alla cd Recovery, un modello di riferimento da cui non si può oggi prescindere per fare ‘buona’ salute mentale.

Territorializzazione vuol dire rispondere ai bisogni delle persone con disagio mentale a partire dai loro abituali luoghi di vita, la propria casa anzitutto, avvalendosi di strutture, i CSM, che sono allocati nei quartieri della città, con un bacino di utenza che in via ottimale non dovrebbe superare i 200/300.000 abitanti e che dispongono di aree di lavoro in grado di seguire la persona col disagio sia negli spazi del CSM che nei suoi luoghi di vita e di lavoro. Un CSM ha una sua ragion d’essere se è impegnato almeno su questi principali fronti:

1. Una prima accoglienza «calda» per creare fiducia e speranza e relazioni ricche di affettività.

2. Ascolto, sostegno e coinvolgimento dei familiari.

3. Risposta territoriale in tempo reale alle crisi (al CSM, a domicilio o in altri luoghi extraospedalieri), evitando il più possibile il ricovero in Ospedale

4. Formazione di utenti che siano consapevoli del proprio sapere e lo mettano a disposizione dei propri pari che ancora vivono nel disagio (sul modello degli Utenti Familiari Esperti- UFE)

5. Sostegno all’abitare autonomo in assenza di un sostegno familiare, per evitare lungodegenze in strutture contenitive.

6. (ri)avviamento al lavoro, con attività interne al CSM o sul libero mercato

7. Attività di contrasto allo stigma e al pregiudizio al CSM e sul territorio

8. Coinvolgimento della Comunità dove ha sede il CSM in attività di volontariato nei vari ambiti di attività in cui è impegnato il CSM

9. Tutela della salute fisica per colmare il gap di aspettativa di vita che caratterizza le persone con disagio mentale.

Un CSM orientato alla Recovery (Mental Health Center Recovery oriented) si basa sui seguenti principi e sulle relative pratiche correlate:

  1. Operatori, utenti e familiari posseggono ciascuno un proprio specifico sapere. Un sapere professionale quello degli operatori, un sapere esperienziale quello degli utenti e dei familiari. Se riconosciamo pari dignità a questi 2 saperi rivoluzioniamo il paradigma medico-centrico e diamo vita a pratiche/percorsi di cura fatti di condivisione, di corresponsabilità, di co-progettazione, di co-produzione. Il cuore della Recovery!

  2. Anche l’utente che vive il disagio più estremo, ha un proprio livello di responsabilità. Così gli riconosciamo un ruolo attivo in un contesto paritario e promuoviamo percorsi di Recovery.

  3. Il cambiamento dell’utente (come di ogni persona) è sempre possibile. La sofferenza si può superare, si può imparare a convivere con essa.

  4. Ogni utente (come ogni persona) ha risorse e non solo problemi. Le risorse si vedono se si vogliono vedere. Altri 2 aspetti cruciali della Recovery.

La Recovery è un percorso che implica un profondo cambiamento rispetto agli approcci tradizionali centrati sul modello medico-biologico. Necessita di saper vedere nella persona con disagio psichico il protagonista della sua vita pur in presenza della malattia, considerarlo al centro del suo percorso di cura che diventa un percorso di cura condiviso, riconoscergli un sapere esperienziale con cui confrontarsi alla pari, riconoscergli un ruolo attivo nella co-progettazione e co-produzione di prestazioni, linee guida, attività di sensibilizzazione e formazione erogate dal CSM.

Primi spunti territoriali operativi del CSM di Edacochi-Palluruthy

  1. Il quartiere se ne servirà ovviamente come di un servizio di primo livello per tutti i tipi di disagi mentali, da quelli meno impegnativi alle vere crisi che non devono avere come unico accesso immediato l’ospedale (cosa che succede per lo più ora).

  2. Questo comporterà che il CSM disporrà di alcuni posti letto per gestire la crisi al suo interno facendo tutto il possibile per evitare il passaggio all’ospedale psichiatrico.

  3. Il CSM naturalmente disporrà di un servizio ambulatoriale di consultazione che è quello più rappresentato in India e che permetterà di seguire a quel livello le situazioni meno impegnative o quelle che hanno superato la fase critica.

  4. L’aspetto che più si proporrà come innovativo è quello di seguire gli utenti che più ne hanno bisogno al proprio domicilio, pratica attualmente poco o per nulla presente.

  5. Altro impegno, del tutto innovativo, su cui il CSM si spenderà fortemente riguarda il cercare e reperire soluzioni abitative autonome, se pur supportate da operatori del CSM, per chi non ha famiglia o non vi può tornare. Si tratta di una cosa oggi del tutto assente, anche per motivi economici legati alle difficoltà di reperire appartamenti. Naturalmente come sempre il fatto di crederci profondamente permetterà di superare questo ‘ostacolo’ e introdurre un elemento fortemente innovativo nella salute mentale indiana.

  6. Cammino più in discesa in tema di lavoro dove semmai servirà liberare la fantasia per trovare le opportunità migliori per dar vita a produzioni che siano remunerative e spendibili sul mercato.

  7. Altra cosa su cui lavorare è sicuramente l’introduzione della figura dell’UFE che oggi in India non è presente. Vi è solitamente una certa solidarietà tra ospiti delle comunità/centri indiani, ma niente di simile alla presenza di un UFE strutturato e con un ruolo riconosciuto. Ma sicuramente in tema di UFE non ci saranno particolari difficoltà. È un’esperienza presente praticamente in tutto il mondo, se pur con modalità leggermente diversa, ed è nota come supporto tra pari (peer support). La presenza di questa figura, riconosciuta a livello internazionale, è un catalizzatore prezioso per i percorsi di territorializzazione e di Recovery e costituisce uno dei passaggi più semplici e al tempo stesso più importanti del Progetto.

  8. Un ultimo aspetto che fungerà da traino importante del Progetto è la dimensione gruppale che sarà usata in contesti diversi ma convergenti. Ci sarà la gruppalità dell’auto-aiuto, la più semplice per iniziare percorsi di questo tipo. Ma ci sarà anche la gruppalità della crisi. Perché affrontare le crisi in gruppo cambia la prospettiva e il contesto. E poi i gruppi aperti alla Comunità, una benzina indispensabile per far funzionare in una reale dimensione territoriale il CSM. Altra scommessa questa non certo ultima per importanza. Coinvolgere cittadini del quartiere nelle attività del CSM, cittadini che porteranno le loro competenze ad esempio per accompagnare dei percorsi lavorativi, ma soprattutto porteranno la vita, con la loro presenza e con quello che riporteranno nella Comunità saranno i migliori sponsor della battaglia contro lo stigma e i pregiudizi. E tanti altri gruppi ancora che a 360 gradi si impegneranno in tutti gli ambiti di vita e di attività del CSM.

Centro di accoglienza per le 50 ospiti dimesse dal Settlement ed eventuali altre ospiti provenienti da altre strutture

Come richiamato più sopra il CSM di Edacochi-Palluruthy vivrà una doppia scommessa. Quella di aprire un CSM come inteso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e particolarmente presente nella salute mentale italiana e quella di farlo coesistere con un Centro di accoglienza per le 50 ospiti provenienti dal Settlement ed eventualmente da altre strutture.

Il Settlement, da cui è partito il Progetto India 1, è sicuramente il prototipo della struttura asilare, completamente chiusa alla Comunità, che ospita in prevalenza persone con disagio psichico, ma anche persone con gravi problemi sociali, disabilità fisiche e altro ancora. La qualità di vita, pur con il sostegno portato da Prato-Gruppi India 1 , è in linea con la natura della struttura e si caratterizza per la povertà delle relazioni umane, per il sostanziale disinteresse alla dignità delle persone ospitate, per l’assenza di un progetto di cura degno di questo nome. Un girone dantesco tipico delle strutture manicomiali da cui si esce solitamente alla fine della vita.

‘Trasferire’ 50 donne dal Settlement al CSM di Edacochi-Palluruthy è anzitutto un atto di ‘fede’ che crede fermamente nei ‘miracoli’. In questo caso quello di restituire a 50 donne, profondamente offese nella dignità e nei diritti di Cittadinanza, quella dignità e quei diritti fondamentali che devono essere garantiti ad ogni essere umano. Un ‘miracolo’ che ha un precedente noto in tutto il mondo e che si è concretizzato con la chiusura dei manicomi in Italia nel 1978 con la Legge 180, figlia della passione di Franco Basaglia, il più noto degli psichiatri italiani, e dei tanti che assieme a lui combatterono quella grande battaglia. Una battaglia anzitutto etica e valoriale, ma anche ancorata alla scientificità di cure riconosciute e ai modelli del welfare di comunità.

La stessa ‘battaglia’ accompagnerà il passaggio delle 50 donne del Settlement al CSM di Edacochi-Palluruthy. Non sarà semplice, non sarà immediato. Ma si dovrà fare, giorno dopo giorno, nelle piccole cose quotidiane che riscriveranno la vita di quelle donne offese ed umiliate.

Alcuni saranno i passaggi fondamentali di cui usufruiranno le donne del Settlement e a cui saranno chiamati gli operatori del CSM e la Comunità di Edacochi-Palluruthy.

Ne elenchiamo alcuni per tracciare una prima pista di lavoro che solo in corso d’opera troverà la sua strada maestra:

  1. Anzitutto il clima. Tanto il Settlement era un luogo di iosolamento tanto il CSM dovrà essere un luogo di vita. Il clima sarà frutto della qualità delle relazioni che si stabiliranno tra le donne del Settlement, gli operatori e i fruitori del CSM. Relazioni profondamente affettive, di calda accoglienza incondizionata, di condivisione quotidiana delle piccole grandi cose della vita.

  2. La dimensione gruppale. In tutte le esperienze simili il gruppo ha sempre giocato un ruolo fondamentale. Il gruppo che si incontra tutti i giorni, prima con difficoltà e resistenza, poi sempre più con voglia di vita ritrovata, nell’importanza del dialogo, del confronto, della libertà di espressione, del valore di essere umani.

  3. La dimensione progettuale. Ogni persona che soffre di un disagio psichico o di un profondo stato di marginalità necessità di essere aiutata a trovare un suo progetto di vita, progetto che sarà diverso per ciascuna di loro, che avrà obiettivi, tempi, percorsi ritagliati a misura della singola persona. Vi saranno percorsi che ci stupiranno per la loro relativa brevità e i successi magari inaspettati, altri che ci vedranno in difficoltà e per cui ci ritroveremo a riprovarci per le bibliche 70 volte 7. Sapendo che alla lunga l’umanità che avremo messo in quei percorsi avrà la meglio e ci porterà alla meta.

  4. La dimensione operativa. Ogni percorso troverà nel suo cammino, oltre agli inevitabili ostacoli, i tanti piccoli successi che cambieranno le vite di tutti noi. E il cambiamento sarà tanto più reale e vissuto quanto più riusciremo a ‘mescolare’ nel CSM problemi e risorse di tutti. Perché anche per le 50 donne del Settlemnet valgono i principi della territorializzazione e della Recovery a garanzia di un ‘fareassieme’ che diventerà rapidamente una delle parole chiavi dell’operare di tutto il CSM. Difficile dare numeri e anni, ma su queste basi difficile davvero non credere al ‘miracolo’ da cui siamo partiti. E in questo ‘miracolo’ non sottovalutiamo il ruolo che potranno avere tanti cittadini, tanti giovani, tanti studenti del quartiere a cui chiederemo di accompagnare i percorsi delle 50 donne del Settlement. Un miracolo nel miracolo.

Il Personale e la Formazione

È un capitolo da scrivere alla luce del confronto con le Suore una volta capito quante saranno attive a tempo pieno nel Progetto. Stessa cosa per quanto concerne la presenza dello/a psichiatra, degli infermieri e dei social worker, in base alle norme indiane che ne regolamentano i numeri in una struttura come il CSM.

Un aspetto fondamentale legato al personale è la formazione.

Considerato l’approccio fortemente innovativo che il CSM andrà ad assumere sarà da prevedere un primo step formativo che sia realizzato prima dell’apertura del CSM e a seguire degli step di formazione continua per garantire un funzionamento del CSM coerente con i suoi obiettivi e i suoi principi ispiratori.

Il Progetto India 2 e la collaborazione con il Movimento de Le Parole ritrovate

Nel momento in cui il Progetto India 1 ha esaurito la sua principale ragion d’essere dettata dalla prossima chiusura del Settlement, per una serie di coincidenze ‘tanto fortunate quanto casuali’ ha preso vita il Progetto India 2 che è stato sin qui illustrato nei suoi principi fondamentali.

Per dare gambe più solide alla complessità del progetto India 2 i promotori del Progetto India 1 hanno ritenuto di coinvolgere il Movimento nazionale de Le Parole ritrovate che ha maturato nei suoi 20 anni di vita esperienze internazionali che presentano punti di contatto molto simili a quelli che andranno a caratterizzare il Progetto India 2.

Un primo passo ancora del tutto informale ha visto il referente de Le Parole ritrovate (nella persona di Renzo De Stefani) andare con il gruppo di Prato a Kochi nella prima settimana di dicembre 2019 per rendersi conto in ‘diretta’ della situazione indiana e di come il Progetto India 2 poteva trovare una sua percorribilità.

Da questo viaggio è nato il Progetto che avete letto e che è frutto del lavoro congiunto di madre Paola e delle sue suore, di Lamberto Scali, uno degli storici promotori del Progetto India 1 e di Renzo De Stefani.

In occasione del coordinamento nazionale di Parole ritrovate che si è tenuto a Bologna il 18 gennaio 2020, presenti i promotori del Progetto India 1, il Movimento delle Parole ritrovate, dopo ampia e approfondita discussione, ha assicurato il pieno appoggio al progetto India 2 – Casa ricostruzione della Speranza.

Per la fattiva realizzazione del Progetto verrà costituito un gruppo di lavoro composto dai promotori del Progetto India 1 (Dipartimento di salute mentale di Prato, Polisportiva Aurora, Scuole medie superiori di Prato, PIN-Polo Universitario Città di Prato) e da alcuni referenti de Le Parole ritrovate. Ruolo di regia ultima del Progetto India 2 afferirà alle Suore Domenicane di Santa Maria del Rosario, rappresentate da Madre Paola Colotto e dalla Priora Generale madre Maria Perdacciu.

Prato 13 marzo 2020 il Responsabile Organizzativo

Dr. Lamberto Scali.

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