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Della efficacia della divina parola

 

Dai Discorsi del Servo di Dio Didaco Bessi

 

Nel passato ragionamento, come io seppi il meglio, mi adoperai di richiamare la vostra attenzione, o Revdē Madri, sopra la privilegiata condizione nostra di potere nel seno della Chiesa Cattolica attingere a nostra rigenerazione e salute la vera parola di Dio, e mi trattenni alquanto a farvi conoscere quanto voi siate privilegiate anche sopra gli altri fedeli di Gesù Cristo, essendo che voi potete ascoltarla con più profitto, come adagiate in un porto di sicurezza, mercé della vostra vocazione. Di qui venni alla conseguenza che bisogna esser grati a Dio di tanto favore, massimamente col porgere fedele orecchio e animo ben disposto a’ suoi insegnamenti. Se il tempo me lo avesse allora consentito, io vi avrei parlato ancora della virtù ed efficacia della divina parola, allorché ella sia bene ascoltata; essendoché questa parte era troppo necessaria allo svolgimento della proposta materia. Ma quello che per l’angustia del tempo non potei fare allora, intendo di volerlo fare adesso, sperando che le riflessioni che, colla scorta della santa Scrittura e dei Padri della Chiesa, io vi verrò facendo, non saranno per riuscire inutili al vostro spirituale profitto. Ed acciò più agevolmente la vostra attenzione e intelligenza possa accompagnare le mie povere parole; io voglio fino di bel principio mettervi innanzi l’ordine che io intendo di seguire nel mio breve ragionamento. Prima dunque di entrare nella proposta materia io intendo di parlare come per modo di premessa, 1° del precetto di ascoltar sempre, in tutti i momenti della nostra vita la divina parola; 2° Come ciò possa farsi anche senza aver sempre a fianco il Sacerdote che predichi. Nel terzo punto che occuperà la maggior parte e più sostanziale del nostro discorso, ricercherò le ragioni di questo precetto, le quali sono riposte appunto nella efficacia della parola di Dio.

Sì nell’antica che nella nuova legge non v’ha cosa che Dio più di frequente imponga quanto il porgere orecchio alla sua parola. Israel1 audi praecepta, atque iudicia quae ego doceo te (Deut.4.1.): Ascolta o Israele, i precetti e i giudizi che io t’insegno. Colla qual parola Giudizii non altro è da intendere che i divini insegnamenti2 sono la regola onde giudicare e dirigere le nostre azioni. E per bocca di Salomone nei Proverbi, quante volte non ripete “Audite filii disciplinam Patris: Udite, o figliuoli miei la disciplina del Padre. E altrove: Fili mi, ausculta sermones meos: Figlio mio ascolta la mia parola. (Prov 4.1.). Ma che fa bisogno che io vi adduca una lunga serie di testimonianze scritturali, per provarvi quanto ci stringa il precetto di ascoltare la divina parola? E non basta egli riflettervi alcun poco per conoscere che non può essere altrimenti? Ed invero se Iddio ha creato l’uomo perché debba servire alla sua gloria; e se egli ha parlato a lui, perché conosca la via per arrivare a questo suo primo fine della creazione, non è forse manifesto, che l’uomo non porgendo orecchio ai divini precetti, perde ogni ragione dell’esser suo, e resta come tagliato fuori da questa mirabile armonia del creato? L’osservanza dunque di questo precetto è quella che lo costituisce uomo: è come parte integrale della sua natura. Egli però è tanto obbligato ad esso quanto alla legge naturale della respirazione. Le orecchie sue dunque debbono essere sempre aperte alla parola di Dio, sotto pena di perdere la sua ragionevole esistenza, facendo altrimenti. Ecco perché Dio dice in Giosuè “Non recedat volumen legis hujus ab ore tuo: sed meditaberis in eo diebus ac noctibus (Ios.8)”. Il sacro volume della legge; il volume eterno dove sta registrata la divina volontà; il volume della parola di Dio, deve stare aperto dinanzi ai nostri occhi giorno e notte, diebus ac noctibus: che è quanto dire che non ci dev’essere momento alcuno della nostra vita in cui ci rimanghiamo dall’udire la divina parola.

Non occorre insistere davvantaggio su questa verità generale; imperocché voi la conoscete troppo bene, ed io non ho voluto che semplicemente ridurvela alla memoria. Piuttosto discendiamo ad altre verità pratiche che da essa derivano, e che per avventura possono essere più utili alla vostra vita spirituale.

E primieramente io vedo necessario, se non per tutte voi, almeno per alcune, di sciogliere una difficoltà che può esser corsa alla mente. E la difficoltà è questa: come si può egli sempre udire la parola di Dio? sarà egli bisogno di star sempre a udir prediche? e quando pure volessimo potremmo noi forse colle ingerenze che ciascuna di noi deve sostenere per il buon regolamento della comunità? E posto anche che potessimo, dove troveremmo noi un predicatore così instancabile, che sostenesse d’istruirci dalla mattina alla sera?

Questa è una difficoltà ben leggera, ed io non l’avrei nemmeno affacciata, se avessi pensato che l’acume della mente e l’istruzione fosse in voi tutte eguale. Ma poiché questo non è possibile; poiché in ogni comunità le intelligenze sono siffattamente digradate, che ciò che per alcune è chiaro, ha per altre bisogno di accurata dilucidazione; però soffrano le più istruite, ch’io mi trattenga un poco anche con queste loro sorelle, le quali hanno più delle altre bisogno che sia loro spezzato il pane.

La parola di Dio dunque si può udir sempre, giorno e notte, in ogni momento della vita, senza discapito veruno delle altre esigenze pur necessarie, e senza bisogno d’aversi sempre legato a cintola il predicatore. E ciò può farsi in più modi. Il primo modo più semplice e più facile è quello che voi tenete attualmente, cioè di porgere attenzione al predicatore in quelle circostanze e in quei brevi momenti ch’egli è chiamato a parlarvi. Tra le diverse maniere di ascoltar la divina parola questa è quella che è accompagnata da maggiori grazie e da maggiori lumi di Dio. Quanto a questo primo modo di ascoltare, bisogna contentarsi di farlo quando le regole lo prescrivono, senza pretenderlo né più frequente né più prolungato. Imperciocché quando esso sia fatto a dovere, cioè con attenzione e con desiderio acceso di profittare, egli è più che sufficiente al nutrimento dell’anima. Anzi se fosse troppo frequente e troppo lungo, tornerebbe dannoso. Non sono le molte parole che fanno frutto, ma le poche e ben meditate. E questo serva di regola a quelle, le quali esigerebbero che il direttore spirituale stesse sempre a bocca aperta per loro. Quando il seme è gettato, bisogna che il resto lo faccia il terreno da sé: il terreno che da sé non fa nulla non è buono, né diverrebbe migliore per lunghe e spesse semente. Questo primo modo dunque di ascoltare la divina parola, sebbene molto efficace, è ristretto a certi tempi ordinati, né può aversi sempre. Oltreché egli è tale che non può accordarsi con altre occupazioni sì materiali che di pensiero, ed esige tutta intiera la nostra mente e il nostro corpo.

Ma ve n’ha un altro che è più alla mano, e che ha pur esso le grandi utilità; non solo quanto alla sua propria virtù, ma anche perché può aversi più spesso del primo; e chi faccia buona economia del tempo ed usi una certa più industria, può aversi anche tutti i giorni. Questa è la lettura dei buoni libri, che hanno per intento di esercitare lo spirito. Un buon libro è un maestro che possiamo aver con noi ad ogni momento. Quando le faccende ci lasciano alcun tempo di respiro, un buon libro è come un caro amico, che seguendoci nel ritiro viene a ricrearci l’animo affaticato con santi colloqui, con istruttivi e piacevoli ragionamenti. Esso c’illumina l’intelletto, spiegandoci i luoghi più difficili delle Sante Scritture, facendoci meglio conoscere le verità eterne: rompe il ghiaccio del cuore col caldo dei santi affetti: ci mette in orrore il peccato, e ci fa conoscere molte mancanze, alle quali non avevamo posto mente: ci da coraggio a combattere contro la tentazione: fortifica la fede, tien desta la speranza, nutrisce la carità: ci anima coll’esempio dei Santi, e c’insegna mille modi di farci sempre più amici di Dio. O felice chi porta affetto alla lettura dei libri, nei quali i Santi hanno deposto la parte più soave e più recondita della Sapienza Divina.

Ma , ohimé, mi direte: ohimé! che questo mezzo non può essere adoperato da tutti! ohimé, che per alcuni i libri son muti! o se pure, con fatica possono rilevarci qualche cosa, la poca speditezza nel leggere fa ostacolo alla intelligenza, ed il tempo è perduto. Ma neppur questi hanno da perdersi d’animo; perché vi ha un altro mezzo di pascersi della divina parola, ed è il più importante di tutti; il più efficace di tutti; è quello anzi senza del quale nulla varrebbero gli altri due che ho sopra accennati. Già io vi dissi che l’udir sempre, non sarebbe utile, anzi dannoso; perché quella moltitudine di cose sì rimarrebbe indigesta e non farebbe alcun pro. Lo stesso deve dirsi di chi volesse sempre leggere; perché ciò infine non si ridurrebbe che a una mera curiosità, a un semplice passatempo. Come mai dunque si può ascoltare la divina parola senza predicatori e senza libri? La cosa è facilissima, perché quand’io dico – senza predicatori e senza libri – voi non prendiate le mie parole sì a rigore, da intendere di chi non abbia mai sentito parlare di legge di Dio, e nemmeno uditone leggere in alcun libro; imperocché voi mi darete allora un’anima selvaggia, senza principio di religione, che non può trovarsi tra noi. Chi è che, portando il nome di Cristo, non abbia appreso fin da fanciullo la sua dottrina? Nel vostro numero ve ne sono state mai di quelle, che non hanno potuto istruirsi colla lettura? esse peraltro avranno udito più volte le sacre istruzioni e dai predicatori e dai direttori; quasi ogni giorno avranno assistito alle letture comuni. Esse dunque debbono aver fatto tesoro nella mente della divina parola. Dunque anch’esse erano in grado di poterla continuamente ascoltare. Forse questa non vi parrà buona conseguenza; ma rifletteteci alcun poco e vedrete che non ho detto male. Infatti è vero che non si ascolta solamente colle orecchie del corpo? ma molto più, e molto meglio si ascolta colle orecchie del cuore? Chi ha nella memoria le verità di Dio, le consideri e le mediti nel suo cuore; e questo sarà un ascoltarle molto più efficacemente che non si fa colle orecchie materiali del corpo. In questo modo la parola di Dio si può ascoltar sempre, anzi si deve: si può ascoltare in Chiesa e fuori; nel tempo dello spasso e nel tempo del lavoro; nel tempo di giorno e nel tempo di notte. Ed in questo interno ascoltamento si accendono le fiamme della carità: in meditatione mea exardescit ignis. Nulla giova l’ascoltar molte prediche; nulla lo starsi leggendo molti libri, se non si raggiunge questo interno ascoltamento, che solo può fecondare e condurre a frutto il seme della divina parola: Oh troppo dura cosa sarebbe se non potesse pascersi della divina parola altri che colui che sa leggere, o che ha comodità di udire molte prediche. Questo celeste nutrimento, questa manna dell’anima è apprestata a tutti egualmente, al dotto e all’idiota, al povero e al ricco. Tutti possono e devono pascersene in ogni momento della vita: “Non recedat volumen legis hujus ab ore tuo: sed meditaberis in eo diebus ac noctibus.

Eccovi dimostrato quanto basta, o Revdē Madri, come il precetto di3 ascoltare la divina parola ci obblighi sempre in ogni momento della vita, e com’esso possa adempirsi. Ora ci resta ad esaminare le ragioni di questo precetto: lo che faremo ora nel modo che sapremo migliore, acciò questa considerazione ci torni di profitto.

E’ certo che tutta la perfezione del Cristiano sta nel confermare il proprio volere al volere di Dio. Ma come potrebbe farsi questo se la divina volontà non ci stesse sempre con tutta chiarezza e distinzione presente all’intelletto? senza questa cognizione andremmo incontro a infiniti e gravissimi errori. E’ impossibile che possa piacere al padrone quel servo che, prima di far qualche cosa, non cerca di conoscer bene il desiderio del padrone medesimo. Di qui nasce la necessità di udir sempre o per la predica o per la lettura o per la meditazione, la divina parola; perché veramente è qui dov’egli ha fatto conoscere all’uomo la sua volontà: in lege Domini voluntas ejus, et in lege ejus meditabitur die et nocte.

E qui notate una cosa nella quale risplende grandemente la misericordia e la sapienza divina. E’ un effetto della misericordia di Dio l’aver Egli voluto che la sua legge sia breve e facilissima ad apprendersi anche dall’uomo il più rozzo e più sfornito d’ingegno e d’istruzione. Che cosa di più facile che mettersi nella memoria i dieci comandamenti di Dio? Chi è quel fanciullo che non gli sappia? Eppure tutta la legge sta qui. Anzi non sarebbe nemmen necessario di sapergli tutti e dieci: e chi non sapesse apprendere se non questi due soli: Ama Dio con tutto il tuo cuore; Ama il prossimo come te stesso; basterebbe: perché tutti gli altri si compendiano i questi due: in his duobus mandatis universa Lex pendet et prophetae: tutta quanta la legge; tutta quanta la dottrina dei profeti, degli Apostoli, dei Padri, dei Predicatori, dei santi scrittori d’ogni genere è racchiusa in questi due semplicissimi precetti. Tanto la divina misericordia ha voluto facilitare all’uomo la via della salute! Qual tenera gratitudine non gli dobbiamo noi! Ma se la misericordia di Dio ha voluto che sì facile ad apprendersi sia la via della salute, perché a tutti sia aperta; la sapienza di Dio non ha mica voluto dispensare l’uomo dalla fatica, dallo studio, dalla premura. Altrimenti che merito sarebbe il suo? la via da percorrere è agli occhi di tutti: essa è direttissima e non v’ha pericolo di sbagliarla: basta tenere gli occhi aperti, e star bene in gambe. Ma qui sta il forte: qui sta il contrasto ed anche il merito. Tenere gli occhi aperti; qual condizione più giusta di questa? ma insieme quanto difficile ad eseguirsi per l’uomo, che in pena del suo primo peccato, è continuamente avvolto in fitte tenebre d’ignoranza? star bene in gambe: anche questo ben s’intende esser troppo necessario a chi vuol viaggiare. Ed anche questa condizione sarebbe facile all’uomo, se non avesse sofferto quella prima mortalissima caduta, dalla quale riportò sì fiacche e slogate le ossa sì peste e macere le carni, che se non era la divina misericordia non si sarebbe mai più rialzato. Egli dunque per tenere gli occhi aperti e per reggersi bene sui piedi ha mestieri di un continuo sforzo, d’un contrasto penoso. Di più, lungo quella via sono appostati molti nemici insidiosi, che ad ogni passo tentano di gettarlo a terra. Ed oh infelice! se non avesse una cara voce continuamente alle orecchie, che gli desse animo e lo avvertisse dei pericoli e gli insegnasse a schivarli; infelice! egli non potrebbe mai da sé arrivare al beatissimo e desiato termine di quella via! Ma per sua gran ventura questa voce amica e pietosa a lui non manca. Ella lo avverte continuamente, dicendogli “Su coraggio, o poveretto; il sonno ti opprime, lo vedo; ma fa’ di tutto per non lasciar cader le palpebre: un sol momento che tu le chiudessi, saresti perduto: usa tutte le tue forze; la pena sarà breve, tu mal ti reggi pel gli infermi tuoi piedi, me ne accorgo; ma rinfrancati, presto sarai al riposo; coraggio”. Ecco come parla ad ognuno di noi questa cara e pietosa voce! ecco con quanto amore ci avverte. E questa voce la riconoscete voi, o Dilettissime nel Signore? Oh sì certamente voi la riconoscete, essa è la parola di Dio. Parola che sta tutta in quei due precetti che dianzi ho detto; ma che però è stata da Gesù Cristo nel Suo Vangelo spiegata, e dagli Apostoli propagata, e da’ santi uomini loro successori predicata e sulle cattedre di verità e nei libri; parola che la Chiesa, nostra buona madre, la quale ne è la depositaria e custode, non cessa mai di dispensarci; parola che se noi udiremo fedelmente e la custodiremo nel nostro cuore, non sarà mai possibile che noi ci perdiamo. Imperocché tanti sono i maravigliosi effetti che ella produce sull’anima nostra, che ben disse S. Bernardo, essere essa il tutto per tutti quanto alla glorificazione.

Quello che la parola di Dio operò nella creazione dell’universo, facendo sorgere dal nulla le cose tutte, lo stesso ella opera nell’uomo. Prima che Dio parlasse egli era solo, colà dove la povera nostra mente non arriva a concepirlo e a raffigurarselo. Parlò, e tosto apparvero negli immensi spazii gli elementi, onde si compone questa macchina maravigliosa dell’universo. L’uomo dopo la sua caduta era nulla. Ma Iddio parla, ed eccolo sorgere ed alzare la fronte, e divenire suo figlio ed erede del suo regno. Sopra i creati elementi giacevano le tenebre che gli rendevano confusi. Iddio parla, ed ecco sfolgorare il sole, splendere soavemente la luna, brillare le stelle; ed a questa luce vitale, ecco popolarsi il mondo d’una immensa famiglia di animali, vestirsi la terra di varie piante, di erbe di fiori e di frutti. L’uomo era perduto nelle tenebre del peccato e della ignoranza; egli colà cieco brancolava avvolgendosi ognora più nella sua perdizione. Ma parla Iddio e le tenebre si disperdono alla luce potente e benefica della grazia che ricrea l’uomo, e lo fa essere nuova creatura. O parola di Dio quanto è meravigliosa la tua potenza! quanto sono benefici i tuoi effetti! quanto è mai efficace il tuo suono, allorché si fa sentire nei nostri cuori! Con quanta ragione pertanto non è detto nel Vangelo “Beati qui audiunt verbum Dei et custodiunt illud!”. Volete voi conoscere, dice S. Bernardo, quanto siano beati? Primieramente la voce divina che risuona nelle nostre orecchie sebbene ella conturba, atterrisce e giudica; pure nell’istesso tempo, se bene si consideri, ella vivifica, ammolisce, illumina, riscalda, asterge e monda il nostro cuore. Analizziamo brevemente queste parole del S. Dottore. La voce di Dio dapprima conturba. Ma oh quanto è salutare questo turbamento. Imperocché l’uomo, mercé di essa, conoscendo di avere in più cose mal corrisposto alla divina volontà, ne sente rammarico, si riempie di un santo timore, si umilia e chiede perdono, ed entra in diffidenza di se stesso, e chiede con più di fervore il divino ajuto, nel quale trova ben presto nuove forze, e nuovi attestati di misericordia. La voce di Dio atterrisce. Ma come atterrisce? forse col mettere nel cuore lo sgomento e la disperazione? oh no: ella atterrisce4 col metterci dinanzi la giustizia di Dio, acciò ci adoperiamo di sfuggirne i rigori. Anche il savio e amorevole padre fa vedere il flagello al figliuolo, non già per abbatterlo, ma per dargli sprone a proseguire nella via del bene. Nell’istesso modo atterrisce la parola di Dio. Anch’essa ha i suoi flagelli; ma sono flagelli di padre. Ci mette dinanzi lo sdegno di Dio, le divine vendette, il purgatorio, l’inferno; perché l’anima sbigottita da quelle orride5 immagini, senta meno violente le attrattive del vizio che vorrebbe seco trascinarla in perdizione. La parola di Dio giudica. E che cosa vuol dir questo? Vuol dire che essa è la regola delle nostre azioni: è come la pietra del paragone per distinguere l’oro puro dalla lega vile. L’uomo opera, e per l’inganno dell’amor proprio e delle altre lusinghiere passioni, molte volte egli crede di fare azioni indifferenti ed anche buone, mentre in verità elle sono peccaminose. Ma in quest’inganno egli può rimanersi finché non presti orecchio alla parola di Dio. Se questa discende nel suo cuore, ella tosto pronunzia alla conscienza un giudizio sopra quelle azioni, e allora esse ci compariscono veramente quali sono. Ed infatti quante volte dopo avere udito una predica, o dopo aver letto un buon libro, o dopo avere meditato sulle verità eterne, quante volte non troviamo in noi azioni da dover correggere, che innanzi riputavamo innocenti? La parola di Dio, prosegue il Santo, vivifica, e non solamente col dare la vita di grazia; ma ancora coll’infondere coraggio a quelle anime, le quali, sebbene sieno vive, pure si sono lasciate sorprendere da certo abbattimento, che potrebbe toglierle di vita. Essa dà loro sprone e le desta. La parola di Dio ancora ammollisce, cioè vince le durezze del nostro cuore. Oh chi può resistere alla soavità della voce di Dio? Non adopera egli le più dolci espressioni per invitare l’anima ad amarlo? Non le fa egli vedere quanto abbia fatto per la sua salute? forse non l’alletta con promesse? forse non le fa sentire anche in questa vita alcuna parte di quel premio che le riserba nel Cielo? e se ella si smarrisce, non le si presenta egli forse sotto l’amorosa sembianza di un pastore che va in traccia della smarrita pecorella, per ricondurla all’ovile? Però quante volte, O Dilettissime nel Signore, ci troviamo il cuore arido e secco, ricorriamo alla divina parola o colla meditazione o colla lettura, e tosto ne proveremo il benefico effetto. Imperocché quella durezza essendo prodotta dal raffreddamento della carità, la parola di Dio penetrerà ad uccidere il male, fino nella sua radice: imperciocché tra le altre sue virtù essa ha pur quella, come avete udito dalle parole del Santo Dottore, ha pur quella di riscaldare. Ed infatti nelle Sante Scritture la parola di Dio è rassomigliata a una spada infuocata: gladius ignitus. Ecco dunque come6 con verità poté dire S. Bernardo: tonans in auribus vox divina conturbat, terret, judicatque7; sed continuo si bene adverteris, vivificat, liquefacit, calefacit, illuminat, mondat.

Ma io sarei infinito se tutte volessi qui dichiarare le virtù della divina parola. Le raccoglierò brevemente. Ella arricchisce l’intelletto della vera sapienza, di quella sapienza che non può dare il mondo, e dinanzi alla quale la sapienza del secolo impallidisce “Audite, filii, disciplinam patris, et attendite ut sciatis prudentiam”. Figliuoli ascoltate i documenti del padre, e state attenti ad apparar la prudenza (Prov. c.4.1.). Ella presta le armi contro le tentazioni. Vedete i discepoli di Gesù Cristo nel mare di Tiberiade: la loro navicella è agitata dai venti: le onde incalzano: ella è presso a sommergersi. I discepoli sbigottiti risvegliano Gesù. Egli parla: comanda ai venti, e il mare tosto ritorna in calma. Ille surgens increpavit ventum et tempestatum aquae, et cessavit, et facta est tranquillitas (Luc. 8.24). Lo stesso avviene nelle tempeste delle tentazioni: sieno pur esse violente, sieno pure incalzanti; la nostra navicella non potrà mai perire, se pronti risvegliamo Gesù, perché Egli comandi ai venti e al mare. Domine salva nos perimus, esclamiamo con gli Apostoli: Signore, salvaci, noi facciamo naufragio. Ed il Signore sarà pronto, ed egli parlerà, e la calma sarà ristabilita. Chi ha il petto armato della divina parola, non può temere di niente: si consistant adversum castra non timebit cor meum: Quand’anche si ordini contro di me un esercito armato, nò, per questo non tremerebbe il mio cuore.

O Revdē Madri, e chi più di voi deve amare la divina parola? Ella è la voce dello sposo vostro del vostro diletto. Voi lo avete cercato nella solitudine, rinunziando per esso al mondo. Voi lo avete cercato, ed egli vi ha accolte con amore: vi ha scelte per sua prediletta porzione: vi ha circondato al collo il prezioso e incorruttibile monile della sua grazia: vi ha cinto la fronte del velo candidissimo della fede; vi ha strinto i fianchi col cingolo odorosissimo della verginità, e ha detto: ecco le dilette spose mie che io voglio fare perfette: ecco le spose mie, alle quali ho preparato un talamo regale nei secoli eterni. Quello che egli vi ha promesso lo manterrà. Ma voi non vi allontanate da lui; non vi sia momento nella vostra vita che le orecchie vostre si volgano ad ascoltare altra voce che la sua. Ditegli colla sposa dei Cantici: Sonet vox tua in auribus meis. La voce del mondo, che pur costà potrebbe far sentire il suo eco, non sia mai che disturbi i celestiali colloqui del diletto vostro; e come egli vi ha scelte a sue spose nel tempo, così vi confermerà nell’eternità.

1 Le Isdrael

2 Le insegnamenti che sono…

3 A della

4 Le atterisce

5 Le orridi

6 I come

7 Le diudicatque

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