Dell’amor di Dio
Dai Discorsi del Servo del Dio Didaco Bessi
Dell’amor di Dio1
Il nostro cuore, o Revdē Madri, è così fatto che egli non può stare senza che ami qualche cosa, perché nell’amore è la sua quiete e la sua felicità. Quindi è ch’esso è sempre in un continuo moto per trovare questo oggetto in cui possa riposarsi e riporvi la sua compiacenza. Date un’occhiata agli uomini, e gli vedrete tutti gettarsi avidamente ad amare chi una cosa chi un’altra, secondo che ciascuno stima in essa di ritrovare tutti quei requisiti che la rendono degna del suo amore. Altri, in cui i sensi predominano, credono che il sensuale amore possa fargli felici, e vi si abbandonano. Altri che educarono l’intelletto alla ricerca delle verità fisiche e morali, credono che l’amore dello studio possa riempire il loro cuore, e quivi spendono la vita. Altri, in cui il materiale interesse prevale, credono che le ricchezze possano formare la loro beatitudine, e si danno con ogni cura a procacciarle per ogni via. Altri che hanno in pregio il loro corpo, credono che gli agi, le mollezze, gli spassi e gli altri comodi della vita possano loro procacciare ogni gioia, e si abbandonano dietro a quegli col più passionato amore. Ma, ahimè, che essi s’ingannano fortemente, poiché il frutto di tutti questi amori non riesce alla fine che in dolorosi disinganni, che amareggiano la vita. Vedete infatti, che degli uomini mondani niuno è che si chiami contento. Chi si duole per una cagione, chi per un’altra. Basta, insomma, che essi abbiano sempre il cuore amareggiato, perché in quella sua capacità di amare, non ha trovato ancora quell’oggetto desiato che sia pienamente degno del suo amore. Oh noi sciagurati che fabbrichiamo a noi stessi le nostre miserie! E dov’è, dove può essere nel mondo un oggetto dotato di così alta perfezione che possa pienamente render pago il cuore? Ah nò, non vi ha, né vi può essere. Noi siamo infelici nei nostri affetti, perché male li collochiamo; noi siamo traditi nel nostro amore, perché lo rivolgiamo là donde non ci può venire nessuna corrispondenza. Ed è forse difficile il trovare questo oggetto di assoluta perfezione che sia degno del nostro amore? Questo ingannarci che facciamo ad ogni tratto, questo andare errando continuamente, è forse per noi una fatale necessità, o non piuttosto una stolta elezione? Ah purtroppo è così! Fossero pure scusabili i filosofi gentili, se tanto e infruttuosamente si affannarono in trovare il sommo bene; ma noi che viviamo nella luce della rivelazione, possiamo forse essere scusabili? Chi è di noi, sia pure idiota, sia pure ignorante, che non sappia per fede che solo l’amore di Dio può riempire il nostro cuore? che solo l’amore del Signore può renderci felici? Sì tutti lo sappiamo, tutti ne siamo certi, e poi operiamo come se nulla ne sapessimo. Noi siamo come quegli stolti che potendo attingere limpidissima acqua alla sorgente, l’attingono ai rigagnoli e alle pozzanghere e poi si lamentano perché è torba; siamo come quegli che potendo specchiarsi alla luce vivissima e brillantissima del sole, vanno a cercare il barlume d’una prigione, e poi si lamentano di vederci poco. Facciamo senno una volta: apriamo gli occhi al nostro inganno: riconosciamo finalmente chi solo è degno del nostro amore, ed in Lui collochiamo tutto il nostro cuore, né ci troveremo mai più traditi. Lui solo è degno di amore ossia che ne consideriamo le intrinseche perfezioni, o i benefizii che ci ha largiti, o le promesse che Egli ci ha fatte. Lui solo dobbiamo amare e con benevolenza assoluta, e con benevolenza di gratitudine e con benevolenza d’interesse. Questi tre motivi sieno i tre punti della nostra meditazione, la quale forse per voi non occorrerebbe, o mie sorelle, perché veramente amate Dio, ma io intendo di meditare anche a mio profitto, oltreché non sarà inutile nemmen per voi il rinfuocare con nuove considerazioni quell’amore che già vi arde nel petto, come sta scritto nell’Ecclesiaste, che il fuoco arde secondo le legna: secundum ligna silvae, sic ignis exardescit. “Ora essendo l’amore un mistico fuoco e i motivi dell’amore l’unica materia in cui e per cui esso si accende; dove più che in verun altro luogo della sua materia ritrovi, ivi pure maggiori che altrove dovrà suscitare le sue vampe (Rogacci)”.
La nostra volontà è attirata con forza prepotente verso il bello ed il buono, e se l’anima si determina ad amare un qualche oggetto, non è per altro se non perché in esso in crede trovare quei due pregi della bontà e della bellezza; e se guardatolo una volta lo abbandona, non è peraltro se non perché alla prova non lo ha trovato né bello né buono. Questi due pregi insomma determinano tutti i movimenti della volontà. Ma se questo è, dove potremo avere maggior bellezza che in Dio? essa forma la beatitudine dei Cieli, e se colassù godesi immensamente, è perché n’è dato di contemplare Dio a faccia a faccia e di avere la vista immediata della sua bellezza. Ma voi mi direte: noi non possiamo farci idea della bellezza di Dio, perché non ci è dato vederlo sensibilmente. Ed io pure convengo che noi non possiamo formarcene un’idea adeguata, ma dico bensì che possiamo formarcela chiara quanto basta per conoscere che Dio deve esser bello sopra tutte le creature, e per conseguenza degno di essere amato sopra di loro. Noi non vediamo che dei raggi riflessi della bellezza di Dio, ma da essi possiamo benissimo argomentare qual debba essere la sorgente. Disse un filosofo che la bellezza del creato non è altro che lo splendore della faccia di Dio che si riverbera variamente sopra le opere delle sue mani. Ora se molte delle cose create ci appariscono sopra ogni nostra stima bellissime, che dovrà essere di quella bellezza della quale esse non sono che un riverbero? Che torrente di luce si diffonde dal sole, tanto che appena ne sostenghiamo la vista; ma che cos’è il sole in paragone delle tante migliaja di stelle che popolano il firmamento, tutte più grandi del sole, e solamente alla nostra vista più piccole, perché ne rimangono più lontane? Che cosa sono mai tutte queste stelle insieme riunite dirimpetto a colui che le creò e diè loro la luce? Ma discendiamo più basso: potremo noi credere che ciò che ci alletta nei fiori, ciò che ci ricrea nelle aure, ciò che ci rallegra nella infinita varietà dei colori che dipingono gli oggetti, non debba pure trovarsi in chi di tutte queste cose è autore. Impariamo, mie sorelle, a sollevarci dalle creature al Creatore, e ad argomentare da quelle la bellezza, la bontà, la sapienza di questo, e a trarne quindi sempre nuovi motivi per lui. Con questo studio noi potremo esser sempre in una continua corrispondenza di affetti con Dio, e le creature così considerate invece di esserci inciampo all’amore di Dio, ci saranno anzi eccitamento. Da tutto potremo trar motivo di soavi aspirazioni verso Dio. Passeggiamo in un giardino tra molte varietà di fiori? e, cogliendone alcuno potremo dire, quanto deve esser bello il mio Dio se tanto mi alletta questo fiorellino che è opera sua! quanto dev’esser soave il mio Signore se così dolci fragranze ha saputo infondere in questa pianticella! Splende sereno il sole? Oh quanto dovrà essere la serenità della divina faccia! Freme spaventosa la tempesta? oh quanto è potente il Signore! che siamo noi dinanzi a lui! Brilla puro il firmamento in una bella notte di estate? O immensità di Dio! dove vanno a terminare quegli aerei spazii, dove si perde la vista? quanti mai sono que’ lucidi astri che ingemmano quai vivi smeraldi il Cielo? Io vi adoro Signore nello splendore della vostra bellezza, nell’abisso della vostra immensità, nelle opere della vostra sapienza! Io vi adoro Signore, e vi amo quanto mai è capace di amare questo mio cuore! Facciamo sì questo bello e profittevole studio, o mie Sorelle, di far servire le cose create di scala per giungere al Creatore. Non imitiamo i mondani, i quali con inestimabile cecità si arrestano all’amore delle corruttibili cose, né sanno da esse sollevarsi e muoversi se non per passare ad altre cose corruttibili e vili, e così corrompono il cuore in affetti disordinati e caliginosi, e lo rendono affatto avverso e ripugnante all’amore divino.
Ma se Dio si vuole amare sopra tutte le cose, siccome centro di ogni perfezione, siccome fonte di ogni pregio, siccome cumulo di ogni bene; se si deve amare insomma con benevolenza assoluta, non sono meno forti i motivi che ci spingono ad amarlo con una benevolenza di gratitudine. Ed infatti se noi consideriamo gli immensi benefizii che gli dobbiamo sì in ordine alla natura, che in ordine alla grazia, oh quanto abbiamo ragione di amarlo! E se noi nol facciamo è perché di rado o mai facciamo seria riflessione sopra questi benefizii, e perché sono di tutti i giorni di tutti i momenti, noi ci facciamo l’abitudine e ci passano inosservati. Non è dono di Dio se noi ci muoviamo, respiriamo, parliamo? Non è dono di Dio se godiamo i frutti delle stagioni, se possiamo usare tutto ciò che fa comoda ed agiata la vita? Ma lasciamo stare i benefizii da noi ricevuti in ordine alla natura, forse non sono infinitamente più grandi e più solenni quegli soprannaturali? Non ci foss’altro che la Redenzione, non basterebbe questo a doverci infiammare di amore e di gratitudine? Ma sebbene questo sia il principalissimo, pure esso non è il solo. Perocché il nostro buon Padre non solo ha colla morte dell’Unigenito suo voluto redimerci, ma ha voluto ancora che noi potessimo conservare i frutti della redenzione. Ed è perciò che Egli ci ha dato i Sacramenti, tra i quali quello della penitenza è una redenzione continua, una redenzione che tante volte si rinnova, quante noi ingratamente torniamo a ricadere in peccato. E qual degli uomini, fosse pure misericordioso, non si stancherebbe a perdonare dopo si grandi e ripetute offese? Ma il nostro buon Padre non si stanca: la sua misericordia è infinita: e sebbene tante volte siamo stati mancatori di parola e siamo tornati tante volte ad offenderlo, pure egli è sempre pronto ad abbracciarci a stringerci al seno, a perdonarci ogni volta che pentiti a lui ricorriamo. Dite un poco, e che sarebbe di noi se Egli, dopo averci lavato la colpa originale per mezzo del Battesimo, non ci avesse dato altro mezzo di risorgere quando di nuovo fossimo caduti nel peccato? Quanti, dite quanti si potrebbero salvare? Chi è che possa vantarsi d’aver conservato la battesimale innocenza? Eppure era Egli forse obbligato a rialzarci tante volte, dopo averci una volta salvato? Non era assai l’avere sacrificato il suo Divin Figlio sul Golgota? Nò, per l’amore immenso, incommensurabile ch’egli ci porta, non era assai! Perocché volle che il sacrificio del Golgota si rinnovasse da noi, quante volte ne avessimo bisogno, sopra l’altare; volle non solo che il sangue del Divin suo Figlio si spargesse, non solo che le sue carni per noi si lacerassero; ma ancora che sangue e corpo ci fosse di cibo e di bevanda. O prove di amore ineffabile innanzi a cui la povera nostra mente si confonde e si perde. E tanto amore non troverà in noi corrispondenza? Se un uomo ci fa un piccol benefizio glie ne saremo grati, e a tanti benefizii di Dio rimarremo freddi e indifferenti? Se noi ci mostriamo ingrati verso degli uomini, ne saremo tanto ripresi e vituperati, e mostrandoci ingrati verso Dio, non ci sarà alcuno che se ne prenda meraviglia. E’ così poca cosa il nostro Dio per noi? sono dunque così dispregevoli i suoi benefizii verso di noi? dovrà dunque esser Egli così mortificato, così ingiuriato, e lo vuo’ dir pure, così deriso nel suo amore? Eppure se non ci muovono i suoi pregi intrinseci e le sue perfezioni; se non ci muovono i suoi infiniti benefizii; ci dovrebbe almeno muovere il nostro interesse. Perocché non è forse vero che da lui dipende la nostra vita, il nostro essere, la nostra conservazione? Non è vero forse che abbiamo continuamente bisogno del suo soccorso? che senza lui non possiamo nulla? che s’egli ci abbandona tutto perdiamo? che se egli ci respinge lungi dalla sua faccia siamo eternamente infelici? egli ha in mano la vita e la morte: l’una e l’altra può dispensare secondo le opere nostre ad ogni momento: l’una e l’altra possono essere il nostro destino o in una eternità di beatitudine o in una eternità di tormenti, e tuttavia non ci muoviamo ad amarlo con tutte le nostre potenze, non ci muoviamo a raccomandarci a lui colle viscere del cuore? Forse egli si rende difficile a noi? forse ci volge severo lo sguardo? Forse i suoi ajuti e le sue grazie di cui tanto abbiamo bi(114 v)sogno le dispensa con difficoltà? Nò; nò Egli anzi più desidera di concedercele, che noi non desideriamo di riceverle! Anzi mentre noi resistiamo alla sua grazia, egli quasi ci vien dietro e ci segue perché noi finalmente, fatto miglior senno, ce ne approfittiamo. Dove vogliamo maggior prova di amore? E noi non vorremo corrispondergli neanche per nostro interesse? e, vedete, che questo amore interessato è il meno che noi gli possiamo dare, mentre noi dovremmo amarlo di un amore puro ed assoluto, per riguardo solamente alle sue perfezioni. E fosse pure che gli uomini almeno lo amassero così! Ma la maggior parte di essi non è mossa nemmeno dal proprio interesse. O mio Dio quanto è grande la nostra reità, che ricusiamo di amarti, mentre non potremmo corrisponderti nemmeno alle mille miglia quando pure ti amassimo con quanto amore possiamo esser capaci. Ah questa riflessione ci scuote, o Signore! essa ci fa rientrare in noi, e ci scopre la nostra nera ingratitudine! Signore abbiateci misericordia! Noi vi scongiuriamo colla faccia per terra di volerci perdonare la nostra freddezza, che noi ci proponghiamo fin da questo momento di vincere colle fiamme della più ardente carità. Sì, o Signore, noi vogliamo quindi innanzi amar voi solo, unicamente voi, oh! potesse il nostro cuore distruggersi in fiamme di amore! Vogliamo amarvi perché siete il fonte della bellezza e della bontà; vogliamo amarvi perché siete il solo degno di essere amato sopra tutte le cose; perché voi solo potete riempire e far pago il nostro cuore; vogliamo amarvi per sentimenti di gratitudine per gl’immensi benefizii che ci avete largiti, e di cui non eravamo meritevoli; vogliamo amarvi finalmente anche per nostro interesse, perché senza voi nulla possiamo, perché nelle vostre mani sta la nostra futura destinazione! Ajutate e corroborate, Signore, questi santi propositi colla vostra grazia, acciocchè non abbiamo a mancare ad essi giammai per tutta la vita.
1 Ad S. Domenico 93


