La beatitudine eterna oggetto della speranza
Il tema della speranza viene messo a fuoco negli scritti di don Didaco in più occasioni. In alcuni discorsi, pronunciati soprattutto durante corsi di esercizi spirituali, egli richiama il fine ultimo della vita umana che consiste nell’unione con Dio, nella beatitudine eterna1. “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e, mediante questo, salvare la propria anima e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo, e perché lo aiutino a conseguire il fine per cui è creato”2 , scriveva Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi spirituali indicandone il principio e fondamento. Anche don Didaco intende ravvivare la memoria di questo fine sollecitando coloro che si dedicano agli esercizi ad avvicinarsi, a “stringersi maggiormente a Dio nel silenzio assoluto delle cose del mondo”3. Ciò vale particolarmente per chi ha abbracciato la vita religiosa che dev’essere caratterizzata da una continua memoria, da un “continuo pensiero di Dio”4, da un continuo “esercizio spirituale”5, così da formare un cuore “rallegrato nella speranza”6. La considerazione del fine deve infatti facilitare un bilancio spirituale che permetta di verificare se ci muoviamo o meno nel cammino della santità che Dio ha predisposto per noi. È questo il metodo che i santi hanno seguito per aderire a Dio: “I santi tutti- scrive don Didaco- hanno tenuto questo metodo e per tanto si sollevano dinanzi a Dio. Essi erano sempre in un continuo studio di se stessi”7. Così si evidenzia l’esigenza di tempi di particolare raccoglimento per poter progredire nelle vie di Dio. Lasciarsi condurre nella solitudine, nel deserto, significa anche riscoprire la propria vocazione nuziale all’incontro con Dio, ad una più stretta comunicazione con lo Sposo celeste8. In tal modo il cuore si purifica e l’intelletto coglie il disegno di Dio con maggiore chiarezza: “Come ravviverassi in voi la fede, sorriderà più bella la speranza, accenderassi la carità più ardente”9. L’uomo può così collaborare con la grazia di Dio per poter realizzare la propria vocazione alla santità. Egli è chiamato negli esercizi “a preparare e disporre l’anima (come ben definisce S. Ignazio) a toglier di mezzo tutte le affezioni male ordinate, e quindi a cercare e a trovare la volontà di Dio circa la condotta della vita e la salute eterna”10.
Ciò può avvenire solo attraverso la preghiera, invocando “spesso e con tutto il fervore dell’affetto il Divino Spirito”11, riflettendo a fondo sulla parola ascoltata, affidandosi all’intercessione dei santi e soprattutto di Maria. Don Didaco ha dunque ben chiaro che il fine degli esercizi spirituali è quello di ordinare la vita dell’uomo perché questi possa aderire pienamente alla volontà di Dio in cui consiste la sua vera pace. L’uomo, trasformato dalla grazia, può così diventare strumento della trasformazione altrui. Il mudar, il mudarse è condizione necessaria per realizzare questo fine. Solo così il cristiano realizza la propria vocazione battesimale che ha anche una dimensione missionaria. In che rapporto dunque sta la speranza con questo fine da raggiungere? Significativo è il testo in cui don Didaco espone il fine dell’uomo, dove sottolinea la necessità di riconoscere che l’essere è donato all’uomo, chiamato a riconoscersi creatura a immagine e somiglianza di Dio. L’uomo è “in questo mondo unicamente per servire ed amare un Dio sì amabile e sì benefico”12. Da ciò deriva il dovere di donarsi completamente a Dio, con filiale timore, poiché “se non amiamo Dio, se non gli prestiamo la debita servitù, siamo inutili affatto in questo mondo”13. Solo l’amore e il servizio “di cuore” permettono all’uomo di realizzare il fine della propria vita che consiste nel godere e nell’amare Dio per tutta l’eternità14. L’uomo è fatto per Dio che ha voluto “che siamo eterni nella nostra durazione”; è creato per godere Dio in Paradiso: questo è l’oggetto della nostra speranza, della nostra attesa. Il desiderio insaziabile della felicità fa comprendere che solo un bene infinito può riempire il cuore dell’uomo, ma questo bene può solo essere ricevuto, accolto dall’uomo. Gesù Cristo ci sollecita a ricercare e ad accogliere il suo regno di amore e di pace, l’unum necessarium. Se la fede ci richiama a questo fine, a ravvivare, a “eccitare’’ l’amore santo di Dio, la speranza sollecita ad “aspirare con tutti gli affetti a quella beata gloria”15 a cui la persona è chiamata. Su questi aspetti don Didaco invita ad esaminarsi negli esercizi, verificando la disponibilità alla grazia di Dio e a disporsi a quel combattimento spirituale necessario in una vita autenticamente cristiana16. La virtù dell’umiltà risulta in tal senso decisiva: “questo è il fondamento di tutte le virtù”17. All’uomo è richiesto un atto di confidenza in Dio, la viva memoria del Signore che nella creazione e nella redenzione ci rivela il suo Amore assoluto. Questa possibilità di adesione a Cristo per corrispondere maggiormente al suo amore sempre più grande è legato particolarmente alla virtù della speranza, al suo intrinseco dinamismo verso il futuro definitivo, per superare quegli ostacoli che impediscono la perfetta unione. Don Didaco non intende far ripiegare sulle mancanze commesse dall’uomo, ma piuttosto favorire un cammino di conversione, di purificazione, che renda il cuore dell’uomo aperto alla misericordia di Dio, dinamicamente orientato alla completa assimilazione a Cristo. La beatitudine eterna per cui l’uomo è creato rivela l’amore gratuito di un Dio che ci crea liberamente, disinteressatamente: “Iddio è stato senza di noi fino da tutta l’eternità, e potea stare sempre, poiché noi niente abbiamo aggiunto alla beatitudine e grandezza di Dio. Era grande e beato senza di noi, come lo è adesso che ci ha creati. Egli dunque non aveva nessun interesse a crearci, ed è stato un tratto della sua benevolenza verso di noi l’essersi degnato di toglierci dal niente…Noi dunque siamo tutti suoi”18.
Il nostro essere è dono del suo amore; l’uomo è regalato a se stesso. Il suo esserci nasce dal Sì di Dio, da un atto di approvazione che ci crea e ci redime. Ma l’amore chiede l’amore e don Didaco richiama costantemente soprattutto le anime consacrate nella vita religiosa, a cui spesso si rivolge, a non trascurare questo amore preferenziale di elezione. Quando parla del fine dell’uomo in relazione allo stato religioso don Didaco ricorda che tale vocazione “è opera della potenza e bontà di Dio, come la creazione dell’uomo…Per crearvi, vi ha tratte dal nulla, e per farvi religiose, vi ha distaccato dal mondo che è sotto la tirannia del demonio”19. La vocazione allo stato religioso anticipa la beatitudine escatologica, definitiva, è già l’esperienza del centuplo quaggiù: “lo stato religioso per un’anima fedele non è il paradiso in questa misera terra? La dimora della vera pace? Il soggiorno degli angeli, la casa di Dio medesimo nella quale egli è sempre pronto a favorirla delle sue più intime e soavi comunicazioni? Infatti la beatitudine dei santi in Cielo, consiste nell’essere tutti di Dio, e Dio tutto di loro perché posseduti da essi perfettamente nella sua visione beatifica. Ora, con la debita proporzione, questa è parimente la felicità di un’anima religiosa”20. Se i voti religiosi di povertà, obbedienza e castità distaccano da beni illusori, al contempo essi uniscono a Dio, rendendo il cuore dell’uomo pienamente libero per Lui, così che in esso si possa trovare fin d’ora “il tesoro, la gioia, la felicità che godrete in cielo”21. La speranza fin d’ora fa pregustare quella beatitudine che l’uomo sperimenterà solamente in cielo, quando l’anima sarà pienamente posseduta dal bene desiderato e vedrà Dio faccia a faccia: “ e se lassù sarete beate perché vedrete Dio, e sarete tutte da lui possedute, e sempre occupate in amarlo e lodarlo, quale stato può esservi sulla terra più fortunato, quanto quello delle religiose, in cui ogni cosa vi ricorda Dio, vi fa pensare a Lui, lodarlo, riverirlo e adempiere la sua Santa Volontà?”22.
La vita religiosa appare così particolarmente orientata all’eterna beatitudine come suo ultimo fine, diventando così segno profetico del destino di ogni uomo. I consigli evangelici professati nella vita religiosa sollecitano a raggiungere la perfezione della santità, rendendo sensibile l’uomo ad osservare “non pure gli ordini e le leggi di Dio, ma i suoi desideri medesimi”23. Il sacrificio, le rinunce, l’abnegazione propri di questo stato di vita rappresentano aspetti della risposta di colui a cui è stata rivolta questa chiamata, questo sguardo di amore, di predilezione che invita ad una sequela sempre più stretta: “Cercate insomma di aspirare con tutti gli affetti a quella beata gloria alla quale siete destinate e sarete sicure di conseguirla’’24.
Il tema della beatitudine è messo a fuoco anche in un discorso dedicato alla felicità del cielo. L’inizio riprende l’episodio della trasfigurazione di Gesù così come viene narrata dall’evangelista Matteo. Don Didaco sottolinea che “la felicità in questo mondo è un segno per chi spera, ed è una temerità per chi crede di possederla”25. Egli ha ben chiara la distinzione che si pone tra beatitudine creata ed increata così come attesta la grande tradizione ecclesiale e sottolinea che “i desideri del nostro cuore devono sempre esser rivolti alla felicità del Cielo”26. Non è possibile infatti arrestarsi alla felicità offerta da beni creati che bloccherebbe il cammino dell’uomo verso il suo bene sommo che è Dio: “la felicità del secolo, dice S. Agostino, non è felicità, ma una qualche ombra della felicità. Non felicitas, sed quasi felicitas est huius saeculi”27. La felicità del Cielo supera la nostra capacità immaginativa, perché “sarà infinitamente superiore a quanto noi ne pensiamo”28. La felicità del cielo, dice S. Agostino, è sempre antica e sempre nuova. Questo desiderio di totale e definitiva pienezza è costitutivo del cuore dell’uomo, che non può accontentarsi di beni transeunti, di surrogati. Diversamente da quella terrena “la felicità del Cielo è sempre viva e sempre durevole…sempre pura e senza miscuglio di mali…fonte di pace e di concordia tra gli Eletti che la posseggono”29. Essa ha il carattere dell’eternità che l’uomo però fin d’ora può pregustare. La testimonianza dei santi ci permette di comprendere che per questa pienezza di gioia vale davvero la pena di consegnarsi totalmente a Dio, di attraversare ogni prova. La loro gioia è indescrivibile, a tal punto che “il loro cuore non è capace di sostenere i dolcissimi trasporti che lo agitano”30. La beatitudine celeste motiva il sacrificio degli eremiti, degli apostoli, dei martiri, così come il combattimento spirituale di chi nel presente è chiamato a vivere in uno stato di perfezione. Questa piena e definitiva condizione di beatitudine mette in movimento il desiderio dell’uomo, che non può fermarsi alle apparenze, alle “illusioni dei sensi”, a frammenti di bellezza che tuttavia non permettono di contemplare Dio faccia a faccia. Solo con la morte “si dissiperanno le illusioni di questa vita mortale e l’anima restituita alla purità del suo naturale istinto, e alla sua primitiva tendenza”31 vedrà Dio. Dio è infatti il fine dei desideri umani. In Paradiso tutti vivono “della vita di Dio” e al contempo tutti “sono uno spirito e un cuore”32. I santi cantano un canto di adorazione e di lode, vivono quella trasformazione gloriosa che è una vera e propria divinizzazione: “in Cielo gli uomini non sono più uomini, tra loro e il Sommo Dio non rimane altra differenza, che la differenza essenziale che passa fra il Creatore e la creatura”33. Si attua così una vera e propria trasfigurazione, la piena somiglianza con Dio: “il loro essere elevato, nobilitato dall’essere divino, porta nel suo spirito, nella sua felicità il carattere e i lineamenti della verità, della carità, della immutabilità e della felicità della divina natura: “Divinae consortes naturae”34. La carità, l’amore proveniente da Dio donatoci per mezzo dello Spirito, dilata il cuore dell’uomo, la sua capacità di amare. Questo amore perfetto, illimitato “sarà la misura della nostra felicità”35 così da prender parte alla beatitudine di Dio. L’occhio della fede permette di intravedere qualche riflesso della condizione gloriosa a cui l’uomo è chiamato. Don Didaco fa riferimento al libro IX delle Confessioni, dove Agostino parla dell’estasi vissuta ad Ostia durante la conversazione con la madre Monica, in cui intravide “per pochi momenti il soggiorno beato” restando colmo di gioia. Questa gioia è l’unum necessarium da ricercare, la beata speranza per cui è fatto il nostro cuore inquieto. La felicità eterna che sazia realmente l’anima è “la visione beatifica di Dio”; “l’aspettazione”36 di questa felicità eterna muove efficacemente alla virtù. La visio pascens ha un carattere nuziale, è l’unione d’amore tra lo Sposo Cristo e la Sposa (l’anima). Si coglie nei riferimenti al Cantico dei Cantici il carattere proprio di una mistica sponsale che don Didaco presenta nei suoi discorsi. Il Paradiso è l’unione amorosa con l’amato e costituisce la ferma speranza di coloro che da lui si sono lasciati attirare:
«Al Paradiso dunque levate il cuore e rallegratevi, o Rev. De Madri. Al Paradiso pensate, a quella mercede inestimabile, a quel premio che avanza ogni desiderio, e continuate con intrepido coraggio, e con santa allegrezza a percorrere da forti le vie del Signore. Verrà tempo che potrete dire: Vox dilecti mei! Ecce iste venit saliens.
E’ la voce del mio sposo diletto; ecco che egli mi viene incontro esultando: Ecce iste venit saliens. Oh che felice giorno sarà quello per voi! Oh come piene di ineffabile gioia suoneranno alle vostre orecchie le parole con le quali il Diletto, cioè Gesù Cristo, accoglierà nella gloria l’anima vostra! Surge, dirà, surge amica mea, columba mea, formosa mea et veni! Sorgi amica mia; leva il capo dalla cenere, spoglia il cilizio, tergi le lacrime, ché il tempo della battaglia è compiuto, ed io ti aspetto al trionfo: Surge: sorgi o Colomba mia, spiega il volo dalla triste valle e raccogli le ali sugli alti cedri del Libano: cessa i dolenti gemiti e spiega il canto della gioia: sono qui che ti aspetto. Surge. Ti fanno ammirazione le stelle? Ed io ti incoronerò di esse. Ti fa attonita la maestà del sole? Ed io ti apparecchierò un trono più maestoso del sole. Imperocchè il tempo delle tribolazioni è per te passato: i giorni di prova sono compiuti. Iam enim hyems transiit, imber abit et recessit»37.
Don Didaco sottolinea che la speranza ha un valore primario nel cammino spirituale: “meglio e più profittevole sollevarsi a Dio con la serena ilarità della speranza, che con la cupa tristezza del timore”38. Un’annotazione importante questa che dimostra una sapienza spirituale profonda, positiva, dinamica: “servite dunque il Signore nell’allegrezza e sperate. La pietà e la devozione è tanto più bella, tanto più attraente quanto più è serena, fiduciosa, tranquilla”39. È un aspetto decisivo per il progresso spirituale che porta l’uomo ad amare Dio per se stesso e a liberarsi dalla paura: “chi serve Dio solo perché spera nel possedimento di Lui, considerandolo come unico suo bene e come termine di tutti i suoi desideri, egli veramente lo ama”40. La meditazione del Paradiso rende l’uomo veramente spirituale perché essa “si adopera con soavità e genera l’amore, com’è proprio della speranza”41. Per questo motivo don Didaco invita a sollevare “il cuore alla speranza”, a volgere il proprio sguardo verso il Paradiso. Questa pienezza di gioia motiva anche la vita religiosa con le sue regole e le pratiche di orazione e di penitenza. Invita a considerare e confidare nel Dio misericordioso che desidera attirare le anime consacrate alla piena unione nuziale.
Don Didaco sottolinea più volte che l’uomo è creato per la gloria di Dio, è “fattura di Dio”. L’uomo è chiamato a servire e amare Dio perché “poi andiamo dopo morti a goderlo eternamente”42. L’uomo dunque è chiamato a ricercare “una felicità che non avrà mai fine”43. La creazione stessa richiama ad un Creatore, soprattutto il dinamismo del cuore umano, mosso dal “gran desiderio di essere felici”44. Il dinamismo del cuore inquieto attesta che solo l’infinito riempie il cuore: fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te. A partire dalla celebre frase di Agostino don Didaco si domanda se il riconoscimento del proprio limite può aprire alla speranza in Dio. Poter riconoscere i limiti ontologici e morali è già una grazia, “un segno certo che egli ci ama e che vuole la nostra eterna salute ”45. Risulta necessario per l’uomo un autentico esame di coscienza sugli attaccamenti che possono distogliere da tale fine.
Gli esercizi spirituali servono proprio a fare ordine nella propria vita, allontanando ciò che distoglie da Dio. Sono dunque di fondamentale importanza perché “l’anima sta più raccolta e sente più facilmente la voce di Dio”46. Colui che predica ed ha il compito di aiutare l’anima ad aprirsi a Dio; egli sollecita ad accogliere l’invito che Dio rivolge all’esercitante e sebbene queste parole “non siano cose nuove, non di meno il sentirle ripetere nel silenzio, fa sì che penetrino più nel cuore, e vi rimangano più impresse”47. Tuttavia, proprio in relazione a questo fine, la stessa vita terrena “deve star sempre in continuo esercizio, per guadagnare la vita eterna”48. Tutti i mezzi, tutti i beni, devono essere orientati a questo fine ultimo poiché “la casa nostra non è questa, la nostra casa è l’eternità”49. In questo cammino sono richieste anche “una grande vigilanza e una continua orazione”50, dal momento che il nemico di Dio e dell’uomo cerca di distogliere da questo fine. Eppure Dio dona il suo aiuto ai suoi fedeli che, proprio perché deboli ricevono dalla divina bontà i mezzi per rinforzarsi. Sono i mezzi infallibili dei sacramenti e la preghiera costante, con la quale “tutto si ottiene”:
«E questi mezzi infallibili sono i sacramenti, nei quali ci vengono applicati i meriti di Gesù Cristo Signore nostro. Questi sacramenti sono per noi un bagno, lasciatemi dir così, nel sangue prezioso del nostro divin Redentore, per lavare le macchie dell’anima nostra, e per nutrirla. O bontà infinita di Dio! Quanto siete stata amorevole verso di noi! O quanto vi preme la nostra eterna salute! Per conseguir la quale voi ci avete dato, senza nessun nostro merito, un mezzo tanto facile e potente nei sacramenti»51.
Don Didaco indica il fine della santità per tutti i battezzati a seconda del proprio stato di vita52. La santità non richiede infatti di “fare molte cose oltremodo straordinarie”53, basta adempiere i doveri di stato, cioè quelle cose che Dio vuole da noi; in tal modo “saremo sempre sicuri di fare la volontà di Dio”54. Per chi è chiamato alla vita consacrata ciò consiste nell’osservanza delle regole e dei voti. La salvezza eterna è questione decisiva nella vita. Dedicarsi “all’affare dell’eterna salute” costituisce l’impegno fondamentale. Ma ciò non sempre viene colto dagli uomini. Sono pochi dunque quelli che si dedicano seriamente a conseguire il fine ultimo. Eppure Dio desidera donarci la sua salvezza, comunicarci la sua eterna felicità. Dio desidera innalzare a sé l’uomo, “vuole la nostra eterna salute”55. Si abbassa nell’incarnazione assumendo la condizione umana, si offre fino alla morte di croce sul Calvario per la salvezza dell’uomo. Potersi dedicare esclusivamente a questo fine nella vita religiosa è senz’altro una grande grazia. Le religiose sono poste infatti su una via sicura, poiché Dio si prende cura della loro salvezza in maniera particolare. La grazia della vocazione religiosa è un segno eloquente di questa predilezione di Dio: “il quale ha avuto per voi una cura particolare”56. Don Didaco vuole evidenziare la delicatezza e la fedeltà dell’azione di Dio che chiama l’uomo a servirlo “con fedeltà, con fiducia e perseveranza’’57.
1 Cfr. Pangallo, 19-32.
2 Esercizi spirituali, n.23.
3 I, 16.
4 I, 8.
5 Ibid.
6I, 12.
7 I, 19
8 “Revdē Madri, Iddio qui vi condusse nella solitudine per parlare all’anima vostra e farla sua sposa, fin da quando egli vi ispirò la vocazione della vita monastica e vi chiudeste in questo sacro recinto, in questo asilo di pace. Ma in questi giorni egli vi chiama in una solitudine anche più stretta, a fine di avvicinarsi maggiormente a voi; a fine di farvi intendere più efficacemente la sua voce: Ducam eam in solitudinem et loquar ad cor ejus. Ecco il secondo vantaggio degli spirituali esercizi; vantaggio non minore di quello ch’io vi ho toccato in principio; vantaggio che vi pone in una più stretta comunicazione col vostro sposo celeste, e che vi rende con esso dimestiche e familiari. O come in quei colloqui si purificherà il vostro cuore, si rischiarerà il vostro intelletto! Come ravviverassi in voi la fede, sorriderà più bella la speranza, accenderassi la carità più ardente. Fate dunque ogni opera di allontanare da voi in questi santi giorni ogni pensiero, ogni affetto, ogni respiro che non sia di Dio” (I, 22-23).
9 I, 23
10 I, 24.
11 Ibid.
12 I, 28.
13 I, 29.
14 “Nella stessa maniera, che Iddio ha voluto essere l’unico nostro fine in questa vita, perché attendiamo ad amarlo, a servirlo di cuore, così pure ha voluto esserlo anche nell’altra, perché possiamo lodarlo, e goderlo per tutta l’eternità. Per questo non ci ha dato un essere transitorio, e passeggiero, come è quello degli altri animali, che non dura, se non quanto dura la loro vita; ha voluto che siamo stabili, durevoli, permanenti al pari di Lui. Sì, ha voluto che siamo eterni nella nostra durazione, perché appunto in eterno possiamo lodarlo, e goderlo in paradiso.
Con ragione però il glorioso S.Ignazio non si saziava di dire: L’uomo non è fatto per (18 v) la terra, ma per il cielo; l’uomo non è fatto per andare perduto dietro alle vanità del mondo, ma unicamente per amare, e servire Iddio in questa vita, e poi goderlo eternamente nell’altra. Sicché il fine medesimo, per cui furono creati gli Angeli, il fine medesimo per cui furono creati i santi, il fine medesimo per cui fu creata Maria SS.ma, è stato prescritto anche a noi; mentre da Dio siamo creati per amarlo e servirlo su questa terra, e poi goderlo eternamente in Cielo” (I, 29-30).
15 I, 32.
16 “Vedete dunque, Dilettissime, che per quan(21 v)to la vita religiosa, che voi avete abbracciata, sia uno stato, direi quasi divino, perché vi fa essere anticipatamente quaggiù in terra alla condizione degli angeli in cielo; pur tuttavia non si tratta adesso di mettervi in riposo, quasiché siate arrivate già al conseguimento del fine pel quale Iddio vi ha create; ma si tratta anzi di combattere più che mai, e questo combattimento non terminerà se non colla morte; cioè quando separate le due sostanze delle quali siete formate, l’anima vedrà il bene in se stesso, più non sarà suscettibile di passioni, ed i sentimenti del vostro corpo non avendo più relazione con l’anima, non potranno più sedurla né ingannarla. La vita dell’uomo fu perciò a ragione assomigliata da Giobbe ad una perpetua, e poco men che continua guerra: militia est vita hominis super terram.
Revdē Madri se volete servire Iddio in codesto luogo, se volete conseguire il fine per cui siete state create che è quello come dissi di servire Iddio in questa vita per poi goder(22 r)lo eternamente in Paradiso, combattete e combattete coraggiosamente: e per riuscir vittoriose nell’impresa, tenete sempre per vostra guida l’eccelsa virtù dell’umiltà” (I, 33-34).
17 I, 34.
18 IV, 30.
19 IV, 31.
20 Ibid.
21 IV, 32.
22 Ibid.
23 IV, 33.
24 IV, 36.
25 IV, 15.
26 Ibid.
27 Ibid.
28 Ibid.
29 IV, 16.
30 IV, 18.
31 IV, 19.
32 Ibid.
33 IV, 20.
34 Ibid.
35 Ibid.
36 IV,22.
37 IV, 23.
38 IV, 24.
39 Ibid.
40 Ibid.
41 Ibid.
42 IV, 57.
43 Ibid.
44 Ibid.
45 IV, 58.
46 IV, 59.
47 IV, 60.
48 Ibid.
49 Ibid.
50 IV, 61.
51 IV, 62.
52 “Considerate, o Revdē Madri, che oltre a tanti soccorsi che son comuni a tutti i cristiani, ciascuno di noi in particolare è provveduto di certi mezzi proprii, i quali agevolano la via per arrivare al nostro ultimo fine. i varii stati della vita vedete sono altrettante strade, che secondo l’ordine stabilito dalla Divina provvidenza, sebbene fra loro differenti, pure conducono tutte a quel fine. E sarebbe un grande inganno l’immaginarsi che per arrivare ad un alta perfezione sia necessario fare molte cose oltremodo straordinarie. Per essere un gran santo, basta adempiere perfettamente tutti i doveri del proprio stato. Qui sta tutto il forte per conseguire il nostro ultimo fine. Il tenere un diverso cammino, ci condurrebbe fuori di strada. Sarebbe una grande illusione il voler far cose grandi e straordinarie, se prima non si fanno quelle che siamo obbligati a fare. Quando noi facciamo quelle cose, alle quali ci siamo obbligati abbracciando quel dato stato, si fanno precisamente quelle che Dio vuole da noi: e sodisfacendo ai doveri più minuti del nostro stato, saremo sempre sicuri di fare la volontà di Dio” (IV, 63-64).
53 IV, 63.
54 IV, 64.
55 IV, 67.
56 IV, 70.
57 IV, 71.
Abbreviazioni
I = Don Didaco Bessi, Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006, 192 pp.
II = Don Didaco Bessi, Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 346 pp.
III = Don Didaco Bessi, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 99 pp.
IV = Don Didaco Bessi, Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 243 pp.
V = Don Didaco Bessi, Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 268 pp.
Amato = Card. Angelo Amato, SDB, Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 24 pp.
Parenti = Ulderico Parente, Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 347 pp.
Pangallo = Mario Pangallo, La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017, 139 pp.
Bibliografia
Fonti
Bessi, D., Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006.
Id., Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id.,, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id., Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id., Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Studi
Amato A., Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.
De Feo, F., «Maestri e scolari» del Seminario di Prato. Profili biografici, Stamperia Editoriale Parenti, Firenze 1985.
Goffi, T., Storia della Spiritualità, 12, L’Ottocento, EDB, Bologna 2015.
Negrelli, M., Tracce di spiritualità domenicana nel servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo, 1, Centro di Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato, 2010.
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Petrà B, Don Didaco Bessi (1856-1915) e i suoi casi morali. Un parrocotoscano tra limiti e pregi della casistica toscano, in Vivens homo, 21 (2010) 343-368.
Altri testi
Alfaro, J., Speranza cristiana e liberazione dell’uomo, Biblioteca di Teologia Contemporanea, 10, Queriniana, Brescia 1972.
Balthasar, von H. U., Sperare per tutti, Jaca Book, Milano 2017.
Benedetto XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.
Ratzinger, J., Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, Jaca Book, Milano 1989.
Tommaso d’Aquino, La virtù della speranza. Le Questioni della Somma Teologica, ESD, Bologna 2014.



