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La preghiera come scuola della speranza

 

La preghiera rappresenta uno dei luoghi della speranza dove si manifesta l’orientamento del cuore dell’uomo verso Dio1. In Lui solo è da riporre la fiducia e l’attesa di salvezza.

Parlando degli esercizi spirituali don Didaco ricorda che gli esercizi “cui l’uomo può applicarsi, i più nobili, i più utili e necessari sono quelli che si riferiscono all’anima”2, poiché essi orientano “a quegli oggetti che debbono fornire la vera ed ultima sua beatitudine”3. Se ciò vale in modo particolare per chi è chiamato alla vita religiosa, altrettanto può dirsi per ogni battezzato. Gli esercizi rappresentano un tempo forte per “rendere più soave l’orazione”4. La testimonianza dei santi, l’insegnamento dei maestri spirituali richiama la necessità di tempi forti di preghiera. Gesù stesso, con l’esempio della sua vita, “sorgendo di gran mattino appartavasi in luogo segreto ed ivi si intratteneva in orazione”5. Prendendo spunto da questi esempi don Didaco sollecita al raccoglimento profondo, ad una intensa meditazione6. Lo stare alla presenza del Signore fa vedere con maggior chiarezza ciò che separa dalla volontà di Dio, nella speranza che giunti al termine “potremo esser lieti di aver fatto un buon guadagno e di esserci avanzati un buon tratto nelle vie del Signore”7. L’uomo deve esser vigilante nel non raffreddarsi nell’orazione, perché solo con la preghiera può elevarsi alla comunione con Dio: “per essa noi ci levammo dal fango della terra, ci sottragghiamo alla tirannia dei sensi, ci facciamo superiori a tutto”8.

Si compie così nell’uomo, attraverso la preghiera, una purificazione di tutto il proprio essere: “l’anima che in sé raccolta si trattiene in dolci colloqui con Dio, si trova portata in una regione tranquilla, serena, celestiale”9. Sperimenta un’intensità di rapporto amicale con il Signore. Realmente la preghiera è elevazione dell’anima a Dio, è speranza in atto perché permette all’uomo di attraversare anche le prove più dolorose, sostenuto da una forza che viene dall’alto: “chi apre confidentemente il suo cuore a Dio non può essere povero di nulla; nulla lo può sgomentare, nulla lo può abbattere”10. L’uomo espone fiduciosamente le sue richieste a Dio, confidando nel suo aiuto, nel suo amore pronto e sollecito: “non appena, dice S. Agostino, la nostra preghiera ha cominciato a salire al trono di Dio, che già la comunicazione di Lui discende sopra di noi”11. Il grido dell’uomo, il suo struggente desiderio non resta deluso. Nelle prove di vario genere l’orazione permette di non lasciarsi sopraffare da sconforto e disperazione. L’uomo sperimenta la vicinanza di una paternità amorevole da cui “possiamo impetrare…tutto ciò che può esser profittevole alla salute nostra temporale e spirituale”12. È così che l’uomo, pregando, può raggiungere e toccare il cuore di Dio. Se viene meno però l’assiduità dell’orazione che deriva da una mancanza di speranza e di fiducia in Lui, non è possibile progredire nel cammino di santificazione e superare le prove della vita.

Raffreddarsi nella preghiera per negligenza o abitudine rappresenta un grave pericolo per la salute spirituale. Don Didaco comprende che il rischio della tiepidezza nella preghiera, del torpore rappresenta un pericolo mortale. Se ne rende conto anche a partire dalla propria personale esperienza celebrativa: “il ripetere tutti i giorni quella sublime orazione e quel tremendo e sacrosanto sacrifizio ha fatto sì che sopravvenendo per mia colpa l’abitudine, la mente non sia più compresa come dovrebbe, né il cuore sia più infervorato come sarebbe necessario nella preghiera e nel sacrificio”13.

Questo “fatale torpore”, arreca un grave danno all’anima, proprio perché l’anima “ha bisogno di questo pane spirituale dell’orazione per mantenersi forte e vigorosa contro gli assalti dei nostri spirituali nemici”14. La vera preghiera consiste nell’intima unione della mente con Dio; “l’orazione la quale non ci renda un di più migliori, è orazione falsa, è orazione che non scaturisce dal cuore caldo di carità ma da un semplice material vuoto delle labbra”15. La preghiera dunque chiede la partecipazione di tutto l’uomo, chiede, come osserva la regola benedettina, che mens nostra concordet voci nostrae16. La verifica della nostra preghiera si ha quando essa produce un miglioramento in noi, ci trae fuori dai nostri difetti permettendoci di affrontare il combattimento spirituale e di avere luce sul disegno di Dio. In questo contesto, come dimostra l’esempio dei santi, la preghiera diventa espressione di speranza, invocazione di aiuto a Dio. L’orazione è una grande ricchezza che “può aprirci la via alla beatitudine eterna”17. Una riduzione della preghiera a una vuota abitudine significa svilirne il significato più profondo. Egli distingue pertanto tra habitus e abitudine, sottolineando la positività del primo aspetto, cioè della necessità di ripetuti atti in cui l’anima si esercita così che questi diventino nel soggetto orante “necessità e natura”18. L’abitudine invece è dedicarsi “con poca attenzione e poi con punta”19 e può condurre ad un estinguersi della devozione profonda. L’abitudine infatti “guasta ogni cosa” e per combatterla occorre “rientrare un po’ in sé e interrogarsi sul senso di ciò che si compie”20, mettersi alla presenza del Signore con la ferma intenzione di “trattenermi da sola col pensiero di Dio”21.

L’orazione infatti è l’opera più importante a cui l’uomo è chiamato a dedicarsi e richiede una preparazione: “ante orationem praepara animam tuam”. Occorre inoltre “fuggire la fretta”, non ritenere di essere ascoltati da Dio per i molti discorsi recitando “pater nostri e ave Maria senza fine”22. In questo caso non è possibile che “la mente avverta ciò che la lingua proferisce”23, diventando così una vuota espressione verbale. Con molta chiarezza don Didaco afferma che “l’orazione che è accompagnata dalla forza dell’affetto sale a Dio come soavissimo odore d’incenso: ma quello che materialmente esce dalle labbra senza alcuna riflessione, non solo va dispersa infruttuosamente, ma quello che è peggio insulta ed irrita Dio”24.

Ciò che è invece apprezzato da Dio sono una mente e un cuore infiammati di carità. Porsi alla presenza di Dio fa sperimentare l’intima vicinanza col Signore; un dialogo di amicizia, “uno stretto colloquio”25 in cui all’uomo è richiesta dedizione e riverenza. “Figurarci”, immaginarci cioè la presenza di Dio diventa allora un mezzo di straordinaria importanza per allontanare distrazioni e freddezza26. Tuttavia il mezzo più efficace per allontanare la tiepidezza dell’orazione è di “tenere continuamente l’occhio sopra noi medesimi e di avvisare ogni nostra operazione”27, tenere cioè lo sguardo del cuore rivolto verso Dio, orientato a Lui, senza lasciarsi distrarre da altre occupazioni o pensieri. Ciò permette di “custodire la mente dalla dissipazione”, di purificare il cuore perché “ci porge opportunità di conoscere tosto i viziosi affetti che vi germogliano facilmente, e di potergli reprimere”28. Don Didaco si dimostra così un attento maestro spirituale che sottolinea come il cuore purificato “dall’occhio sorvegliatore della coscienza non prova niuna fatica a unirsi con Dio, anzi esso vi tende spontaneamente, e gli diventa quasi una necessità l’essere occupato con lui”29. In tal modo si sviluppa una preghiera continua che sgorga dal profondo del cuore e si identifica con il suo stesso desiderio. Si afferma così nell’orante “l’abito buono e virtuoso al pensiero di Dio, e non solo prega bene e volentieri, ma può anzi considerarsi in una continua orazione, essendo che altro non sia che l’aspirazione del cuore verso Dio”30. La vita stessa viene così radicalmente trasformata dalla preghiera.

1 Cfr. Pangallo, 69-76.

2 I, 6. Cfr.: “Fra tutti gli esercizi cui l’uomo può applicarsi, i più nobili, i più utili e i più necessari sono quegli che si riferiscono all’anima e che hanno per fine di tenerla operosamente occupata intorno a quegli (2 r) oggetti che debbono formare la vera ed ultima sua beatitudine. E quali saranno questi oggetti? Noi lo sappiamo troppo bene, o Dilettissime nel Signore, né abbiam bisogno di farne ricerca. Non è forse Dio il Padre nostro? Non è forse l’Unigenito suo Figlio il nostro Redentore e Maestro? Non dovrà esser egli forse il nostro Giudice? Non ci ha egli forse dato la sua legge? Non siamo noi forse stati posti da lui in questa vita per osservarne a gloria sua i dettami? Per guadagnarci con questo a salute nostra dei meriti? E la nostra sorte non pende forse dal modo con cui risponderemo al fine per cui Dio ci ha creati? Di più. Non abbiamo noi pericoli da sormontare? ostacoli da vincere? Ed a questo non ci bisognano egli forse ajuti e grazie singolari? Ecco dunque gli oggetti sopra i quali l’anima deve esercitarsi col tenergli sempre a sé presenti e coll’adoprarvi dattorno le sue facoltà. Gli spirituali esercizi adunque consistono nel tenere presenti all’anima quegli oggetti che importano all’eterna sua salute” (I,6-7).

3 Ibid.

4 I, 10. Cfr.: “Essi servono a tenere desta e sollecita l’anima; servono a farla avvertita se mai alcun difetto o mala tendenza si fosse manifestata, acciocché possa estirparla prima che pigli forza e si estenda; servono a rinfuocare la fiamma del divino amore, se mai si fosse alcun poco illanguidita; servono a scolpire più fortemente nel cuore le verità eterne, a farci più vicini e più famigliari di Dio, a renderci più soave l’orazione, più spregevoli le cure mondane, più cara la solitudine, più sicura la via della perfezione” (I,10).

5 I, 11.

6 “Intraprendiamo dunque, o Dilettissime nel Signore, questa bella opera di santificazione; ritiriamoci (5 r) ancor più nella solitudine, interniamoci con più intensità nella meditazione, esercitiamo insomma l’anima nostra con maggior calore ed attività in opere di santità e di perfezione; perché così ci avverrà di poterci unire più strettamente con Dio: potremo con più franchezza percorrere le sue vie; riusciremo finalmente a purgarci non solo dal peccato, ma anche da quei difetti troppo inerenti alla nostra natura, che con facilità tenderebbero ad ingrandirsi, a moltiplicarsi e a riempire l’anima di oscurità” (I,11).

7 I, 12.

8 “O quanto ci possiamo, o Revdē Madri, tenere fortunati di potere aprire il nostro cuore a Dio coll’orazione. La nostra miseria, la nostra fiacchezza è grande: i nemici onde siamo circondati sono feroci, i pericoli che ad ogni momento ci minacciano sono gravissimi; ma poiché ci è data l’arme dell’orazione non abbiamo nulla da temere. Per essa noi ci leviamo dal fango della terra; ci sottragghiamo alla tirannia dei sensi, ci facciamo superiori a tutto. L’anima che in sé raccolta si trattiene in dolci colloqui con Dio, si trova portata in una regione tranquilla, serena, celestiale: donde le cose più sublimi del mondo compariscono ai suoi occhi così meschine ed ignobili da muovere a pietà. Chi apre confidentemente il suo cuore a Dio non può esser povero di nulla; nulla lo può sgomentare; nulla lo può abbattere. Perocché mentre egli è il padrone di tutte le cose, e tutto sta nella sua mano, desidera ardentemente, anzi e’ si tiene sopra modo onorato che noi gli facciamo conoscere i nostri bisogni, a fine di potervi (73 v) prontamente provvedere. Non appena, dice S. Agostino, la nostra preghiera ha cominciato a salire al trono di Dio, che già la commiserazione di lui discende sopra di noi. Oh fortunato chi conosce l’eccellenza e la efficacia dell’orazione, e vi si abbandona con tutta l’effusione dello spirito” (I, 102).

9 Ibid.

10 Ibid.

11 Ibid.

12 I, 103.

13 I, 105-106.

14 I, 107.

15 I, 108.

16 “Quanti non si vedono che facendo vita ascetica in mezzo a molte pratiche divote, tuttavia si trovano così poveri di virtù, che all’occasione non sanno resistere ai disordinati moti dell’animo, come all’ira, alla superbia, all’ambizione? E che segno è questo o Revdē Madri? Egli è segno che quella orazione, quelle divote pratiche sono puramente materiali e meccaniche, e non punto animate dal divino fuoco della carità. Perocché egli è affatto impossibile che chi prega come conviene e prega assiduamente non vada ogni giorno crescendo nella perfezione delle virtù. Se fosse altrimenti bisognerebbe dire che l’orazione è inutile e inefficace; bisognerebbe dire che sono vane tutte le promesse che Dio ha fatte a chi a lui si rivolge; bisognerebbe dire essere un inganno quello stret(77 r)tissimo comandamento ch’egli ci ha fatto di pregare; un inganno quell’assicurarci che pregando non potranno nulla sopra di noi le tentazioni. Or se questa è cosa empia pure a pensare è forza conchiudere che l’orazione la quale non ci rende un di più migliori, è orazione falza, è orazione che non iscaturisce dal cuore calda di carità, ma da un semplice material moto delle labbra. Sia pertanto questo un grande e sicuro segno per conoscere se la nostra orazione sia vera; il vedere se essa produce in noi un miglioramento. Se facendo un sincero esame di conscienza ci troviamo a mano a mano emendati di qualche difetto e cresciuti in qualche virtù, siamo pur sicuri che la nostra orazione è vera e buona” (I, 107-108).

17 I,111.

18 I, 113.

19 I, 114.

20 Ibid.

21 I, 115.

22 I, 116.

23 Ibid.

24 I, 117.

25 I,119.

26 “Ma oltre al fuggire la soverchia fretta nel recitare le preghiere ci gioverà assaissimo il figurarci, mentre facciamo orazione, Dio presente in atto di ascoltare le nostre parole. Se ogni volta che noi pieghiamo il ginocchio o nella Chiesa o nel segreto della nostra camera ci vedessimo Dio innanzi corporalmente, qual sarebbe il senso di profonda reverenza e venerazione da (85 r) cui saremmo compresi! come con la faccia per terra ci prostreremmo confusi per tanta degnazione! come le nostre parole sgorgherebbero dal cuore profondamente commosso! come ci metteremmo a peccato gravissimo il dar luogo in quel momento a qualunque altro pensiero! come ci parrebbe di mancare indegnamente al rispetto se le nostre parole non fossero composte a quella dignità, e a quel decoro che a momento così solenne si converrebbero. Eppure non siamo noi sempre alla presenza di Dio? Quantunque nol vediamo cogli occhi del corpo non sappiamo noi per fede, che egli ci è tanto da presso che neppure un nostro respiro gli può sfuggire? Di più, non sappiamo noi che nella orazione questa vicinanza si fa ancora più intima, o che il pregare altro non è che un entrare a stretto colloquio con Dio?” (I, 118-119).

27 Ibid..

28 I, 121.

29 “Così è del cuore; finché l’occhio della mente veglia sopra di lui, non v’è pericolo che le passioni e gli affetti disordinati sorgano fuori a dominare; ma s’egli è lasciato in libertà, eccoti subito mille passioncelle si affacciano, le quali dal vedere al non vedere crescono si moltiplicano e tolgono affatto la signoria. E quando il cuore è in questo stato è al tutto impossibile che l’orazione si possa fare come conviene. Perocché se piegheremo il ginocchio, se proferiremo le parole della preghiera, sarà cosa puramente materiale e meccanica. Al contrario quando il cuore è purificato dall’occhio sorvegliatore della coscienza, non prova niuna fatica ad unirsi con Dio, anzi esso vi tende da se spontaneamente, e gli diventa quasi una necessità l’essere occupato di lui.” (Ibid.).

30 Ibid.

 


 

Abbreviazioni

I = Don Didaco Bessi, Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006, 192 pp.

II = Don Didaco Bessi, Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 346 pp.

III = Don Didaco Bessi, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 99 pp.

IV = Don Didaco Bessi, Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 243 pp.

V = Don Didaco Bessi, Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 268 pp.

Amato = Card. Angelo Amato, SDB, Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 24 pp.

Parenti = Ulderico Parente, Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 347 pp.

Pangallo = Mario Pangallo, La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017, 139 pp.

 

Bibliografia

Fonti

Bessi, D., Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006.

Id., Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id.,, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id., Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id., Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Studi

Amato A., Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.

De Feo, F., «Maestri e scolari» del Seminario di Prato. Profili biografici, Stamperia Editoriale Parenti, Firenze 1985.

Goffi, T., Storia della Spiritualità, 12, L’Ottocento, EDB, Bologna 2015.

Negrelli, M., Tracce di spiritualità domenicana nel servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo, 1, Centro di Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato, 2010.

Parente, U., Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.

Pangallo, M., La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017.

Petrà B, Don Didaco Bessi (1856-1915) e i suoi casi morali. Un parrocotoscano tra limiti e pregi della casistica toscano, in Vivens homo, 21 (2010) 343-368.

Altri testi

Alfaro, J., Speranza cristiana e liberazione dell’uomo, Biblioteca di Teologia Contemporanea, 10, Queriniana, Brescia 1972.

Balthasar, von H. U., Sperare per tutti, Jaca Book, Milano 2017.

Benedetto XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.

Ratzinger, J., Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, Jaca Book, Milano 1989.

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