La speranza e le sue figlie: magnanimità, umiltà, abnegazione, dolcezza
Se l’accidia ha varie figlie, come osserva S. Tommaso, anche la speranza ha varie modalità di espressione. Tra queste la pazienza, la perseveranza, la vigilanza, l’umiltà, la magnanimità, e anche la dolcezza. Don Didaco evidenzia come speranza e amore producano nell’uomo una dilatazione d’animo orientandolo alla perfezione. Un cuore liberato dalle affezioni terrene può innalzarsi all’altezza del bene desiderato. I santi ci documentano questa verità: essi si mostrano fissi “colla mente nel divino amore”1 e se anche “non osiamo sperare la grazia singolarissima di un sì sublime ed angelica carità”2 possiamo tuttavia volgerci alle cose eterne. Chi colloca il cuore così in alto viene adornato “di vera magnanimità, la quale consiste nello stimare un nulla tutte le opere e tutti i sacrifizi che si fanno per amore di Gesù e nel desiderar di far sempre cose più grandi e nel non trovare mai sazietà”3. L’uomo magnanimo vive in maniera opposta rispetto a quella dell’uomo oppresso dalla tiepidezza. Egli non si ripiega mai su se stesso, ritenendo di fare sempre poco per il Signore. Don Didaco porta l’esempio di Francesco Saverio, un uomo sempre in cammino per aiutare anche i più lontani ad aprirsi a Cristo. Così pure l’umiltà dimostra che l’uomo non confida in se stesso, ma in Dio. Questa virtù spoglia dalla superbia e da ogni ambizione umana, dall’orgoglio, da quella presunzione che si oppone direttamente alla speranza. Osserva don Didaco:
« Tutti gli studii, tutte le fatiche e le industrie degli uomini, o mondani, o spirituali, tendono a trovar modo di potersi inalzare e crescere di condizione. Se non che tra i mondani e gli spirituali vi ha questa somma differenza, che i primi si affaticano di crescere nei beni materiali, illusorii e caduchi; i secondi aspirano a crescere nei beni celesti, immarcescibili ed eterni. Di qui la diversa via che essi tengono per arrivare al loro intento, e i diversi risultati che loro ne conseguitano. Poiché i primi, cioè i mondani, si mettono su per una salita aspra e disastrosa, la quale invece di fargli più grandi e più alti, gli rende più piccoli e più meschini che mai; i secondi vanno sempre giù per una scesa, la quale invece di sprofondargli e di nascondergli a’ nostri occhi, gli esalta e gli rende cospicui e illustri. Voi intendete bene, o Revdē Madri, che queste due diverse vie sono la superbia e l’umiltà, tra loro contrarie ed opposte, si quanto alla direzione, si quanto al fine cui esse conducono»4.
Gli umili, contrariamente ai superbi, “vanno sempre giù per un’ascesa la quale, invece di sprofondargli e di nascondergli a’ nostri occhi, gli esalta e li rende cospicui e illustri”5.
L’uomo superbo invece “oltre ad essere sopramodo odioso al mondo, è costretto, per amare a quell’altezza che si è proposto, di usare arti vili, abiette”6. L’umile invece “si nasconde e gli uomini lo cercano: l’umile non crede d’essere buono a nulla, e gli uomini lo credono atto ad ogni cosa; l’umile ricusa onorevoli cariche, e gli uomini ve lo vogliono innalzare a viva forza: l’umile odia la sua lode, e gli uomini fanno a gara per encomiarlo”7.
L’accurata descrizione della condizione di un tale uomo, caratterizzata da grande acutezza psicologica, può derivare solo dall’esperienza vissuta. Le parole di Gesù “imparate da me che sono mite e umile di cuore” indicano che la vita di Cristo è stata “un continuo esercizio di umiltà”8, che ogni parola del Maestro “spira la più sublime umiltà”9.
L’umiltà ha un fondamento cristologico. Cristo si è abbassato facendosi uomo e, condividendone tutta la condizione, fino ad entrare nella morte: “vedere un Dio onnipotente abbandonare la gloria dei Cieli ed abbassarsi a prendere la vile nostra carne nel seno di una povera vergine, egli è certamente tal fatto che supera ogni nostro intendimento e ci riempie di stupore e di meraviglia”10. Così pure guardando alla vita di Gesù cogliamo la dinamica di questo progressivo abbassamento.
«Specchiamoci in Gesù e ricopriamoci di rossore per la nostra intollerabile superbia. Ma che diremo, se anche dall’umiltà, dall’umiltà medesima tragghiamo motivo di pompa e di ostentazione? Quante volte non ci abbassiamo col fine di essere innalzati? Quante volte non provochiamo le lodi col biasimarci? Quante volte con finte parole di umiltà non veliamo una intollerabile superbia?»11
La virtù dell’umiltà ha dei gradi che, al loro vertice, conducono a considerare l’uomo “come il minimo di tutti”12. Il desiderio di apparire, di manifestare la propria virtù o il proprio potere si oppongono a quell’esigenza di nascondimento che Cristo sempre manifesta. Don Didaco è capace di scavare nell’animo umano fin nei suoi più profondi nascondigli per mettere a nudo quegli atteggiamenti che si oppongono alla luce di Cristo, “per iscoprire tutte le gretole (lasciatemi dir così) della umana malizia, affinchè non avvenga mai che ne rimanghiate ingannate”13. Mette dunque in guardia le persone che conducono una vita spirituale dai sottili inganni del demonio, che “spesso si serve di questa finta umiltà per avvelenare il bene, massimamente delle persone di spirito”14. Don Didaco in tal modo tiene conto delle regole ignaziane della seconda settimana degli Esercizi spirituali relativa alla condizione di chi è già avanzato spiritualmente15, mettendo in guardia dalla tentazione della falsa umiltà.
Il tentatore può far leva in maniera sottile su colui che si applica agli esercizi spirituali anche attraverso questa modalità: “Egli vede che non può pigliarle per altro verso, però cerca di trar profitto e di avvantaggiarsi fino ad alle istesse armi che sono adoperate contro di lui. Contro di me (pare che egli dica) si adopera l’orazione, si adopera il digiuno, la mortificazione, il ritiro e l’esercizio di tutte le virtù con a capo l’umiltà. Ebbene, facciamo dunque che quest’anima, stimi d’essere buona e santa e se ne compiaccia; stimi di essere umile e ne faccia pompa; s’io riesco per questa coperta via a farle spuntare dentro la superbia, ho vinto la causa, perché il resto viene facilmente da sé”16.
I gradi dell’umiltà iniziano con un primo gradino: “sentire bassamente di sé”17. Ciò risulta evidente alla luce della nostra oggettiva debolezza e peccaminosità. La distrazione nella preghiera, il nostro amor proprio, attestano “che l’inclinazione del male è in noi così manifesta e così forte che per fare un po’ di bene bisogna combattere sempre e non sempre si riesce a riportar vittoria”18. Così pure deve spingerci all’umiltà il nostro limite intellettuale, la fallacia dei nostri giudizi. Don Didaco illustra successivamente il secondo gradino di umiltà che consiste nel “diffidare di se stessi”19. La considerazione degli errori che noi commettiamo ci libera da ogni forma di presunzione. Confidare in se stessi è anche un atteggiamento che contrasta chiaramente con quanto Gesù afferma: “senza di me non potete far nulla”. Il terzo grado di umiltà conduce l’uomo a “riputarsi indegno dei doni del Cielo”20. Ciò deve spingerlo a confessare la propria indegnità, a riconoscere la misericordia di Dio. Il quarto grado consiste nello “stimare se stesso il minimo di tutti”21. I doni ricevuti da Dio avrebbero trovato un’altra accoglienza su un terreno migliore. Il quinto grado di umiltà “consiste nel non voler essere onorato”22. Solo a Dio spetta l’onore.
Ancora una volta, guardando a Cristo, don Didaco sollecita a tenere lo sguardo fisso su Gesù che ha rifiutato gli onori per essere “deriso, ricolmo di obbrobri, sputacchiato, sbeffeggiato, spogliato, percosso, vituperato, crocifisso”23. È la via che hanno seguito i Santi sulle orme di Cristo. Don Didaco conclude la sua riflessione sottolineando che questa virtù non genera “tristezza, dubbio, angustia, malinconia, disperazione”24; la vera umiltà è infatti “dolce, mansueta, serena e soprattutto lieta e contenta, perocchè ella ha ferma fiducia nella divina misericordia”25. Afferma, infatti:
« Concludiamo dunque, o Revdē Madri. L’umiltà è madre di tutte le virtù, come la superbia è fonte di tutti i vizii. L’umiltà vuol essere da tutti praticata, perché il nostro Divin Redentore ce la raccomandò così solennemente più cogli esempi che colle parole. Ma sopra tutto deve coltivarsi con studio più intenso dalle persone Religiose, perché non vi ha strada più di questa spedita per giungere alla perfezione. Procurate pertanto di tenere bene nella mente i gradi di questa virtù affine di potervi per essi avanzare di giorno in giorno con sempre nuovo ardore. Ma badiamo bene umiltà non vuol dire avvilimento e abbattimento di spirito; come molto meno vuol dire tristezza, dubbio, angustia, malinconia, disperazione. Nò, non son questi i caratteri della vera umiltà. L’umiltà dev’esser dolce, mansueta, serena e sopra tutto lieta e contenta, perocché ella ha ferma fiducia nella divina misericordia. Perciò prostriamoci ai piedi di Gesù Crocifisso, e preghiamolo con tutto il sentimento di che siamo capaci, che noi possiamo trar profitto dalle considerazioni che abbiamo fatte sopra questa angelica e celestiale virtù dell’umiltà. O Signore amorosissimo che tanto facesti, che tanto patisti, che tanto per amor nostro ti umiliasti, deh corrobora del tuo ajuto le nostre forze, acciocché non solo possiamo comprendere le verità che abbiamo meditate, ma anche impri(120 r)mercele incancellabilmente nel cuore e metterle in pratica nella nostra vita. Ah non sia mai vero, Crocifisso Signore, che dopo le solenni lezioni che tu ci hai dato di questa virtù e coll’opera e coll’insegnamento, noi vermi vilissimi e spregevoli abbiamo ardire di sollevare il capo dal nostro fango, ed ambire gli onori, le lodi le acclamazioni degli uomini, mentre tu dagli uomini non avesti che derisioni, dispregii, vituperii, crocifissione, e morte»26.
Accanto all’umiltà viene evidenziato anche il valore del rinnegamento di sé. Don Didaco invita “a considerare la Passione di nostro Signore Gesù Cristo”27, volendo suggerire un atteggiamento di compunzione e di pentimento a partire dalla contemplazione dello smisurato amore di Dio a noi rivelato sulla croce: “basta insomma una lacrima di pentimento, perché egli ci stringa al suo seno amoroso e lieto ci riceva al suo amplesso, al suo bacio”28. Egli vuole così sollecitare la gratitudine dei suoi interlocutori per corrispondere con generoso affetto all’amore del Signore: “mille sono le industrie che le anime innamorate di Gesù Cristo sanno adoperare per trovare ciò che al suo cuore sia gradito”29. Non chiede mortificazioni o penitenze straordinarie, ma “piccole industrie, che non sono meno efficaci per corrispondere a Gesù e dar piacere al suo cuore”30. Proprio perché piccole e apparentemente insignificanti esse sono “tanto più accette, tanto più difficili”31. Implicano una lotta contro l’amor proprio, l’offerta nascosta e silenziosa di sé, “senza che nessuno se ne accorga”32. Don Didaco non disprezza il valore delle mortificazioni più grandi, ma vuole soprattutto valorizzare le “piccole industrie”, i piccoli sacrifici “che sono troppo necessari a chi vuol battere la via della perfezione”33. Rinnegare se stessi significa, come afferma Tommaso da Kempis, ‘’che quanto più uno si distacca da se stesso, tanto più si unisce a Dio”34. Questo rinnegamento di sé richiede decisione e può assumere un carattere penoso, ma “il premio della passione di Gesù è capace di darci ogni forza, è capace di farci vincere gli ostacoli”35. Tenere a freno il pensiero, non curarsi “di ciò che gli altri pensino o facciano sul conto nostro”36, non ritornare con la mente ‘’sul bene che uno può aver fatto nel passato”37, mortificare la lingua. Questi mezzi favoriscono il cammino della perfezione. Il loro valore, secondo don Didaco, supera addirittura quello di molte ore di orazione, la quale molte volte si fa “per abito e macchinalmente”38. Costantemente egli ripropone la motivazione cristologica di questi atteggiamenti: “Gesù Cristo…non si sottopose ad ogni umiliazione? E noi non vorremmo punto contrariare il nostro amor proprio?”39.
Certo non è possibile corrispondere in maniera adeguata all’amore preveniente e sempre più grande di Dio, ma per don Didaco questo desiderio di abnegazione anche nelle cose più piccole esprime il senso di un amore che cerca di corrispondere totalmente a quello del Signore. Egli ritiene pertanto che “il più bello, il più efficace esercizio della vita devota è quello dell’annegazione. Ciò fortifica l’anima e distacca dal mondo, ci avvicina a Dio, ci rende padroni di noi stessi e ci educa alla perfezione”40.
Un aspetto significativo che don Didaco raccomanda spesso, soprattutto alle sue suore e in modo particolare alle superiore, è la dolcezza. Nella breve regola di vita scritta per Suor M. Rosaria Crocifissa Puggelli , Don Didaco si raccomanda che ella pratichi “sempre la virtù della dolcezza in tutti i luoghi, in tutti i tempi, con tutte le persone.”41 . Così pure, in un altro scritto, le raccomanda di porsi quotidianamente ai piedi di Gesù Crocifisso e di osservare questi propositi: “1. Sii buona. 2. Sii molto buona. 3. Sii buonissima. 4. Sii eccessivamente buona. 5. Sii immensamente buona. 6. Sii eccessivamente dolce. 7. Sii obbedientissima in tutto al tuo Padre e Direttore di spirito”42. Ciò le permetterà di attirare il cuore di tutti, a cominciare dalla sue figlie: “non dovrai rendere conto a Gesù della troppa dolcezza: renditi il sorriso sempre abituale sulle tue labbra”43. Ciò rappresenta il segno di un’anima santa.
L’affabilità, la mansuetudine, scaturiscono da un atteggiamento pacificato e amorevole: “sii dolce, sii mansueta con te stessa e con tutti, e con la divina grazia: possederai il cuore delle divine figlie: Gesù in tutto ti consolerà”44. Si rivela in tal modo l’atteggiamento di chi si sa amato da Dio e vede l’altro nella luce di Dio, del suo amore accogliente e misericordioso. Questa dolcezza permette una comunicazione profonda, ricca di affetto ed è una condizione indispensabile per relazioni costruttive, anche quando risulta necessaria la correzione fraterna. Don Didaco rivela così la capacità di far emergere dal proprio vissuto una solida sapienza spirituale attraverso cui può guidare le anime che gli vengono affidate.
1 I, 92.
2 I, 93.
3 Ibid.
4 I, 161.
5 I, 160.
6 I, 161.
7 Ibid.
8 I, 162.
9 Ibid.
10 Ibid.
11 I, 164.
12 I, 169.
13 I, 165.
14 Ibid.
15 Cfr. Esercizi spirituali, nn.329-336.
16 I, 165.
17 I, 167.
18 Ibid.
19 I, 168.
20 Ibid.
21 I, 169.
22 I, 170.
23 I, 170-171.
24 I, 171.
25 Ibid.
26 I, 171.
27 I, 148.
28 I, 149.
29 Ibid.
30 Ibid.
31 I, 150.
32 I, 151.
33 Ibid.
34 I, 152.
35 Ibid.
36 I, 153.
37 I, 154.
38 I, 156.
39 I, 156.
40 I, 158.
41 V, 93.
42 V, 95.
43 Ibid.
44 V, 55.
Abbreviazioni
I = Don Didaco Bessi, Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006, 192 pp.
II = Don Didaco Bessi, Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 346 pp.
III = Don Didaco Bessi, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 99 pp.
IV = Don Didaco Bessi, Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 243 pp.
V = Don Didaco Bessi, Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 268 pp.
Amato = Card. Angelo Amato, SDB, Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 24 pp.
Parenti = Ulderico Parente, Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 347 pp.
Pangallo = Mario Pangallo, La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017, 139 pp.
Bibliografia
Fonti
Bessi, D., Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006.
Id., Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id.,, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id., Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Id., Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.
Studi
Amato A., Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.
De Feo, F., «Maestri e scolari» del Seminario di Prato. Profili biografici, Stamperia Editoriale Parenti, Firenze 1985.
Goffi, T., Storia della Spiritualità, 12, L’Ottocento, EDB, Bologna 2015.
Negrelli, M., Tracce di spiritualità domenicana nel servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo, 1, Centro di Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato, 2010.
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Pangallo, M., La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017.
Petrà B, Don Didaco Bessi (1856-1915) e i suoi casi morali. Un parrocotoscano tra limiti e pregi della casistica toscano, in Vivens homo, 21 (2010) 343-368.
Altri testi
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