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La speranza nutrita di ascolto orante della Parola e di grazia sacramentale. Il sacramento della Penitenza

 

Negli scritti di don Didaco la speranza si volge alla persona di Cristo in maniera primaria, così come alla figura di Maria e dei Santi. Più volte egli si raccomanda, ad esempio, al “potente patrocinio” di S. Giuseppe, rivelando una particolare devozione per questo Santo: “Può egli credersi che gli manchi potenza e autorità quando volle esso favorire chi a lui ricorre?”1. Maria, allo stesso tempo, è considerata come dispensatrice di grazia: “sarà possibile che ella le neghi a chi gliele chiede in nome di Giuseppe?”2. Don Didaco invita così ad avere un atteggiamento di fiducia nell’intercessione di S. Giuseppe, da coltivare “con una tenera e perseverante devozione”3. Egli è anche un esempio che aiuta a vivere quegli atteggiamenti di umiltà, di obbedienza, di “purità”, di abbandono confidente nelle mani del Signore che rivelano l’autentica speranza. Pertanto invita in ogni circostanza a collocare in Dio tutta la nostra speranza: “O che non ci è dato di sperare da un Dio così buono, da un Dio che tanto ci ama, che tanto ci onora, che tanto ci promette”4. L’aiuto di Dio e dei Santi ci sostiene nelle prove della vita: “e nelle battaglie e nelle tribolazioni di questo mondo, che cosa non potremmo sperare?”5. Solo dal Signore possiamo “sperare gli aiuti, le forze e la grazia per conseguire la nostra eterna salute”6. Osserva, infatti, don Didaco:

«(…) noi dobbiamo collocare in lui tutte le nostre speranze. Oh che non ci è dato sperare da un Dio così buono, da un Dio che tanto ci ama, che tanto ci onora, che tanto ci promette! se egli ci ha così arrichiti e nobilitati nel tempo, e che non sarà nel suo regno? se, nati nel peccato, ci ha sì benignamente favoriti, quali non saranno mai i suoi favori, se morremo rivestiti di quella grazia santificante che ci ha fatto suoi figli ed eredi? E nelle battaglie e nelle tribolazioni di questo mondo, che cosa non potremo sperare? Vengono pure le infermità, ma noi potremo ripetere coll’Apostolo: ego gloriabor in infirmitatibus meis, ut maneat in me virtus Christi. Le infermità che mi manderà il Signore io me le recherò a gloria, perché esse sono un mezzo, acciò in me si mantenga la virtù di Gesù Cristo. Ci diano pure gli uomini delle molestie e delle mortificazioni; ma che saranno mai esse a confronto colle consolazioni perenni che ci darà Colui che ci chiama suoi figli? Ci avviliscano ci disonorino ci conculchino pure gli uomini; ma che sarà ciò a confronto dell’onore e della gloria che ci darà Colui che ci ha chiamati suoi eredi?»7.

Questa speranza nel Signore si rafforza attraverso una profonda conoscenza di Lui che nasce dall’amore. Gesù è “speranza nostra”8 e da Lui possiamo ottenere la grazia di amare Dio con sempre maggiore intensità. La conoscenza di Dio richiede un ascolto costante della Parola. Dio “viene a rialzare le nostre speranze, a fortificare la nostra fede, ad infiammare la nostra carità. Viene a rischiarare il nostro intelletto, a moderare e dirigere il cuore, e sollevarlo dal fango di questa terra”9.

L’uomo deve invocare la grazia di poterlo conoscere attraverso la preghiera, la meditazione, la purezza di cuore. Ma la conoscenza di Dio non è solo un’esperienza intellettuale. Essa non si sviluppa se le virtù non vengono messe in pratica: “La scienza di Dio non va cercata nell’altezza delle speculazioni, ma nella umiltà del Crocifisso. Dinanzi a lui inginocchiati intenderemo più delle cose divine che se avessimo sortito ingegno vastissimo e avessimo lungamente vegliato sopra i dotti libri”10.

Occorre inoltre combattere interiormente contro ciò che allontana da Dio e volgere la mente a Lui attraverso una costante meditazione: “Conoscere Dio è un dono, ma è un dono che vuole esser guadagnato”11. Un pericolo per l’uomo potrebbe essere rappresentato dalla “sciocca presunzione”12 di poter conoscere Dio senza un adeguato impegno. La meditazione diventa dunque un’attività fondamentale di questa ricerca:

«Meditazione dunque se ci preme di conoscere Dio a nostra salute. E poiché la mente nostra è assai debole e fiacca, e troppo rimane affaticata sotto il peso d’una lunga e frequente meditazione; e poiché non tutte le mente sono ugualmente atte a reggersi di per sé in questa via del meditare, e correrebbero pericolo di smarrirsi; perciò è necessario adoperare a questo fine quegli aiuti che possono darci insieme regola e vigore: quali sarebbero, per esempio, i buoni libri spirituali, e le istruzioni di chi dirige la nostra coscienza. Le letture spirituali sono ottimo nutrimento dell’anima, ed aiutano la mente ad entrare ne’ più riposti segreti di Dio»13.

In questo contesto risulta decisivo l’ascolto e lo studio orante della Parola di Dio, da accogliere “con amore e con attenzione… finché siamo viatori non ci può essere santità che ci dispensi dall’ascoltare la divina Parola”14. Essa va accolta “nel silenzio dell’anima”15, nella memoria costante del bene ricevuto, sapendo che essa rappresenta il migliore nutrimento. La lettura spirituale ha un’efficacia straordinaria e richiede un ascolto interiore e una disponibilità a realizzare nella vita la volontà di Dio che attraverso di essa appunto ci viene manifestata.

Altrettanto rilevante è la vita sacramentale. Fra i sacramenti, oltre alla centralità dell’Eucarestia16, don Didaco sottolinea come la misericordia di Dio sia oggetto di speranza e come essa si offra particolarmente nel sacramento della Penitenza, che ci assicura del perdono dei peccati. Questo sacramento può dirsi una “moltiplicata redenzione”17 e merita di essere costantemente frequentato. Non accogliere il dono sovrabbondante di Dio rappresenta un errore gravissimo, ma anche abusarne in più modi risulta negativo per l’uomo chiamato a impegnarsi seriamente nella lotta contro il peccato e a ricevere il perdono in maniera adeguata. Senza la necessaria compunzione, senza la doverosa umiltà si rischia infatti di non cogliere pienamente il dono di grazia che ci viene offerto: “molti, insomma, si confessano male, e perciò rendono vano il gran desiderio che ha Dio di perdonarli”18. Per don Didaco l’uomo, anche dopo il battesimo, porta in sé il fomite del peccato, per cui “la Penitenza è necessaria a tutti”19. Egli individua inoltre alcuni significati del termine penitenza, che può essere volontaria o involontaria. Nel primo caso l’uomo “affligge il suo corpo con digiuni o con discipline o altra mortificazione, sia per espiare i peccati commessi, sia per preservarsi dal commetterne”20; nel secondo caso “quando alcuno riceve un castigo dal fallo commesso”21. La parola penitenza significa anche il sincero dolore dell’uomo per i propri peccati e una richiesta sincera a Dio di perdono. Se prima della venuta di Cristo e dell’istituzione della Penitenza l’uomo poteva rivolgersi a Dio chiedendo pietà e misericordia, con la venuta di Cristo la Penitenza significa “un sacramento della nuova legge costituita da Gesù”22.

All’uomo pentito e confessato vengono rimessi i peccati dal sacerdote per mezzo dell’assoluzione, con obbligo di adempiere “alla soddisfazione o alla penitenza che gli viene ingiunta”23. Anche in questo caso è richiesta tuttavia la contrizione del cuore, la compunzione24. Per don Didaco dunque Penitenza virtù e Penitenza sacramento sono ambedue necessarie e strettamente connesse. L’aspetto soggettivo e quello oggettivo sacramentale non possono essere scissi, “non possono stare l’uno senza dell’altra”25. Se perdonare infatti significa “cessare di odiare e restituire il proprio amore”26, Dio, che odia il peccato, non può rimetterlo senza contrizione. La contrizione è dunque “necessaria di una necessità assoluta”27. La Penitenza sacramento lo è invece di “necessità relativa”28. Essa rappresenta, come scrivevano i Padri, “la seconda tavola dopo il naufragio”29, cioè “il secondo scampo quando l’uomo abbia avuto, dopo il battesimo, la sciagura di naufragare nel peccato”30. Emerge così la speranza cristiana nella misericordia di Dio più forte del peccato. In un amore inesauribile a cui è sempre possibile far riferimento. Il perdono è un dono pasquale “che attinge tutta la sua virtù ed efficacia da quel sangue preziosissimo sparso sulla croce”31. Il sacerdote che lo amministra deve esprimere un “prudente giudizio”32, deve essere un giudice misericordioso. La novità introdotta da Cristo consiste nel fatto che per ottenere la remissione dei peccati era necessario, nell’antica legge, di concepire un dolore perfetto, mentre ora per l’accusa dei peccati nella confessione, basta anche un dolore imperfetto: “il Dio redentore- osserva don Didaco- con l’istituzione di questo sacramento della Penitenza ha avuto riguardo alla nostra debolezza, e però, anziché rendere difficile, ha facilitato il perdono”33. Ciò permette di distruggere il peccato nella sua essenza chiamando l’uomo ad un atteggiamento di umiltà e di fiducia in Dio, che contrasta radicalmente con la superbia: “ora nulla di più atto a fiaccare questo maledetto spirito di superbia, che il dover aprire le più intime piaghe dell’anima a un nostro simile”34.

L’accusa dei peccati è una forma significativa di umiliazione e “non v’ha cosa che tanto piaccia a Dio quanto la virtù dell’umiltà”35. Questo rappresenta un richiamo anche per il sacerdote, ben consapevole della propria fragilità umana e dell’alto compito a cui è chiamato: di fronte ai più gravi peccati che egli ascolta “sa che se Dio non l’assiste, può fare assai peggio”36. Per don Didaco la confessione deve essere “semplice e breve; non bisogna scusarci ma accusarci”37, sapendo che il Signore è sempre disponibile al perdono. La fiducia nella misericordia di Dio deve essere sempre coltivata anche di fronte alle situazioni più difficili: “se le mie colpe saranno molte e gravi, faranno risplendere di più viva luce la vostra misericordia infinita; ed io con umile confessione manifestandole con dolore al sacro ministro, ben potrò sperare da voi, clementissimo, la remissione, il perdono”38. È chiara in questa preghiera al Signore che conclude la riflessione di don Didaco la fiducia nella misericordia di Dio e la speranza che l’amore trionfi anche in chi più volte si è dimenticato di Lui. Occorre dunque sperare “nella divina misericordia”39, ma ciò richiede anche a noi di essere misericordiosi: “potremmo sperare da Dio misericordia e amore, se non amassimo, se non aiutassimo le sue dilette?”40.

È chiaro che nel pensiero di don Didaco il peccato si oppone direttamente alla speranza, non solo i peccati gravi ma anche quelli veniali. Nello scritto dedicato a questo tema egli afferma che “anche le cadute leggere sono pure offese a Dio”41. Egli distingue due tipi di peccati veniali: avvertiti e inavvertiti. L’uomo deve nutrire la speranza di essere perdonato da Dio: “o Signore, purificatemi dai peccati che non compariscono ai miei occhi, così il Signore pietoso, che conosce la nostra miseria e ignoranza, non mancherà di esaudire la nostra preghiera’’42. Egli insiste particolarmente sui peccati veniali che “commettiamo deliberatamente e con chiara conoscenza”43, effetti di “certe nostre passioncelle”44 che non vengono adeguatamente combattute perché convinti che non abbiano un particolare peso. È invece compito dell’uomo combattere quelle tendenze disordinate che provocano il peccato, anche quello veniale. Egli fa l’esempio del parlare che, dalle parole oziose, conduce a “quelle veramente colpevoli”, specialmente contro la carità. Oppure parla delle “piccole pigrizie” che generano spirito di contrapposizione, malumore o altre tendenze interiori che, se non combattute, rischiano di condurre al peccato grave. Ribadisce quindi la necessità di un combattimento spirituale, di una purificazione interiore. È infatti “una falsa e perniciosa opinione il credere che il peccato veniale sia una cosa da nulla, che il Dio non si offenda”45. Se anche non estingue la carità, il peccato veniale certamente molto la raffredda, e così pure potremmo dire delle altre virtù. Esse diventano meno ferventi. Formarsi l’abito della virtù diventa dunque necessario per l’uomo, “e quando dico l’abito intendo che esse ci si debbano rendere così famigliari, quasi da averle convertite in natura”46.

C’è dunque una parte propria dell’uomo nel formarsi alle virtù che non può essere elusa. Se le virtù teologali sono innanzitutto dono di Dio, esse si sviluppano solo con la collaborazione dell’uomo. Senza la vigilanza interiore, senza l’attenzione costante nel corrispondere radicalmente alla grazia di Dio, “avverrà che abito vero alla virtù non lo acquisterà mai”47. Il peccato veniale “diminuisce la subordinazione alla volontà di Dio’’48, ci fa demeritare ‘’ gli aiuti più vigorosi e più efficaci della grazia”49. Questi aiuti, questi doni puramente gratuiti vengono offerti “agli amici più graditi, più diletti, più conformi al nostro cuore”50, non a chi è freddo e privo di fervore. In questo contesto il peccato veniale facilita il cedere dell’uomo di fronte alla tentazione, rischiando di farlo cadere “in assoluta disgrazia di Dio”51.

1 II, 61.

2 Ibid.

3 Ibid.

4 II, 307.

5 Ibid.

6 I, 186.

7 II, 307.

8 IV, 171.

9 II, 203.

10 II, 206.

11 II, 208.

12 II, 209.

13 Ibid.

14 II, 11.

15 II, 16.

16 Cfr. Pangallo, 99-109.

17 II, 113.

18 “Imperocchè alcuni peccano alla libera per confidenza nel Sacramento, dicendo: tiriamo pur via, tanto v’è la Confessione che rimedia a tutto: come se il Sacramento fosse fatto per dare ansa al peccato, e non per ricevere il vero pentimento. Altri poi abusano di questo Sacramento con recarvisi mal disposti, materialmente e per uso, senza prima avere ricercato la propria conscienza con un diligente esame; senza avere nessuna compunzione nel cuore; senza aver fatto nessun proposito vero, quando pure non ci sia la intenzione, almeno indiretta, di tornare a commettere i medesimi peccati. Certi altri poi abusano della Confessione o non facendo l’accusa con quella umiltà che deve esser propria di chi ha errato; perché vogliono attenuare o colorire le loro colpe: ovvero questa accusa non la fanno colla necessaria integrità, perché si lasciano vincere da irragionevole vergogna. Molti, insomma, si confessano male; e perciò rendono vano il gran desiderio che ha Dio di perdonarli; e così sciaguratamente illudendosi moltiplicano i peccati con quel mezzo stesso che la (70 r) divina bontà ha ordinato a cancellarli, e miseramente vanno perduti. Vedete pertanto, Reverende Madri, quanto è a noi necessario d’intender bene la natura di questo Sacramento e i modi di bene usarlo”. (II, 114).

19 II, 115.

20 Ibid.

21 Ibid.

22 II, 116.

23 Ibid.

24 “La virtù della Penitenza (o R.M. ed Gi) è, come abbiamo veduto, la compunzione del cuore. Or come tale è sempre e a tutti necessaria, perché sempre e tutti, più o meno, siamo peccatori, e però bisognosi del perdono di Dio, che non può ottenersi senza la compunzione del cuore. Perciò essa è necessaria a chi è in peccato per ottenere la remissione: è necessaria a chi il peccato è stato rimesso, si per assicurarsi sempre meglio della remissione stessa, giacché un’assoluta certezza non possiamo mai averla; e si ancora per sodisfare al peccato. E sebbene il battesimo abbia virtù di rimettere, non solamente il peccato originale, ma sì ancora tutti gli altri peccati; pure quando esso debba essere amministrato agli adulti, vuole essere preceduto dalla penitenza virtù, secondo quelle parole degli Atti degli Apostoli : “Poenitentiam agite, et baptizetur unusquinque vestrum” (II, 117-118).

25 II, 118.

26 II, 119.

27 II, 120.

28 Ibid.

29 II, 121.

30 Ibid.

31 Ibid.

32 II, 122.

33 II, 123.

34 II, 123-124.

35 II, 124.

36 II, 125.

37 Ibid.

38 II, 126-127.

39 II, 22.

40 II, 37.

41 I, 38.

42 Ibid.

43 Ibid.

44 Ibid.

45 I, 40.

46 I, 42.

47 “Ogni studio dell’uomo cristiano dev’essere nel formarsi l’abito alle virtù: e quando dico l’abito, intendo che esse ci si debbono rendere così famigliari, quasi da averle convertite in natura. Questo costa grandissima fatica, ed è frutto di lungo esercizio, di lunghi e penosi contrasti, di tempo lunghissimo. Pure vegliando molto sopra se stessi, molto raccomandandosi a Dio, l’uomo può pervenirvi. Ma se egli frattanto invece di esercitare questa severa sorveglianza sopra se stesso, non guarda a lasciarsi correre alle consuete venialità; sapete voi quello che avverrà? Avverrà che abito vero alla virtù non lo acquisterà mai: egli procederà come a scosse e a sbalzi: un giorno sarà tutto fervore; un altro sarà tutto ghiacciato: un giorno sarà pieno di fervore anche più del necessario; un (28 r) altro tralascerà anche quello che è di suo stretto dovere; e così non andrà punto innanzi”. Ibid.

48 Ibid.

49 I, 45.

50 Ibid.

51 I, 47.

 


 

Abbreviazioni

I = Don Didaco Bessi, Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006, 192 pp.

II = Don Didaco Bessi, Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 346 pp.

III = Don Didaco Bessi, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 99 pp.

IV = Don Didaco Bessi, Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 243 pp.

V = Don Didaco Bessi, Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007, 268 pp.

Amato = Card. Angelo Amato, SDB, Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 24 pp.

Parenti = Ulderico Parente, Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012, 347 pp.

Pangallo = Mario Pangallo, La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017, 139 pp.

 

Bibliografia

Fonti

Bessi, D., Discorsi, 1, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2006.

Id., Discorsi, 2, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id.,, Discorsi, 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id., Discorsi, 4, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Id., Scritti vari, 5, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato 2007.

Studi

Amato A., Don Didaco Bessi. Un sacerdote santo, Quaderni di Iolo 3, Centro Studi “Don Didaco Bessi”, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.

De Feo, F., «Maestri e scolari» del Seminario di Prato. Profili biografici, Stamperia Editoriale Parenti, Firenze 1985.

Goffi, T., Storia della Spiritualità, 12, L’Ottocento, EDB, Bologna 2015.

Negrelli, M., Tracce di spiritualità domenicana nel servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo, 1, Centro di Studi “Don Didaco Bessi”, Iolo-Prato, 2010.

Parente, U., Don Didaco Bessi 1856-1919, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Claudio Grenzi Editore, Firenze 2012.

Pangallo, M., La fede nella vita e negli scritti del Servo di Dio Didaco Bessi, Quaderni di Iolo 4, Domenicane di Santa Maria del Rosario, Grottaferrata (RM) 2017.

Petrà B, Don Didaco Bessi (1856-1915) e i suoi casi morali. Un parrocotoscano tra limiti e pregi della casistica toscano, in Vivens homo, 21 (2010) 343-368.

Altri testi

Alfaro, J., Speranza cristiana e liberazione dell’uomo, Biblioteca di Teologia Contemporanea, 10, Queriniana, Brescia 1972.

Balthasar, von H. U., Sperare per tutti, Jaca Book, Milano 2017.

Benedetto XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.

Ratzinger, J., Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, Jaca Book, Milano 1989.

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