Professione solenne di Emma, Ivona, Alessandra – Omelia del Vescovo
Carissime Alessandra, Emma e Ivona, Madre Maria e consorelle, e tutti voi presenti,
è questo un momento molto importante per il vostro istituto religioso, per la Chiesa intera e soprattutto per queste tre sorelle che decidono di mettere in gioco la loro esistenza, TUTTA INTERA e per SEMPRE nella professione religiosa solenne. Sono questi due termini, “tutta intera” e “per sempre” mal digeriti dalla sensibilità moderna che preferisce ad essi espressioni più edulcorate come: FINCHE’ MI VA…. Noi comprendiamo che questo limite che si riscontrano in tutti gli ambiti, vita matrimoniale, consacrazioni, sacerdozio è il frutto delle nostre paure e del nostro egoismo che fanno sempre fatica a morire, a renderci veramente generosi nel dono di noi stessi, ed alle prime difficoltà ci spingono a guardare alle spalle la vecchia strada, a voler tornare indietro quasi che Dio non potesse compiere un capolavoro della nostra vita rendendola bella, compiuta e felice. D’altra parte come si fa a chiamare dono ciò che mi riprendo dopo averlo consegnato….Questo è un PRESTITO NON UN DONO. Mi pare allora molto importante per tutti noi, accogliere la domanda di Gesù nel Vangelo: “Voi chi dite che io sia”? Il buon Pietro ci mostra come la risposta sia al tempo stesso semplice per ispirazione delle Spirito, ma davvero difficile da comprendere compiutamente, tanto da determinare anche nella persona meglio e sinceramente disposta come Pietro un equivoco terribile da fargli meritare il durissimo rimprovero di Gesù: rimettiti dietro satana! Non posso dire “Gesù” e poi proiettare in questo nome e nella sua missione le mie aspettative che poi sono mondane, e che mi vorrebbero sempre la al riparo da ogni male, da ogni incomprensione, da ogni ferita. Dire Gesù è aderire al progetto salvifico di Dio che passa inevitabilmente per il Calvario, fa tappa costantemente sotto la croce, non quella nobile, preziosa che a volte si trova sull’altare ma quella volgare che il Signore ha portato sulle spalle. La reazione scandalizzata e negativa di Pietro alle dichiarazioni di Gesù dice che il nostro IO superbo ed egoista è INCOMPATIBILE con il progetto del Padre realizzato da Cristo, gli fa anzi guerra, lo combatte. Ecco allora la parola di Gesù che completa il discorso. Non è sufficiente fare una professione di fede a parole ma si tratta ogni giorno di rinnegare se stessi. Cosa vuol dire rinnegare se stessi se non dire di no alla nostra volontà, ai propri desideri e voleri, mettere sotto i piedi le nostre aspettative per creare in noi uno spazio autentico di accoglienza di ciò che Dio ha preparato per noi. Sorelle carissime, Alessandra, Emma, Ivona, il nostro “IO” non muore mai sopravvive alle penitenze e digiuni e fa fatica sempre a riconoscere i propri capricci e la croce di Cristo da abbracciare. A volte a questo si aggiungono le nostre ingenuità: Si sogna di seguire e servire Cristo, ma non si accettano le difficoltà che si incontrano; si vorrebbe convertire i pagani ma non si tollera che qualcuno la pensi diversamente da noi, si cerca di amare il prossimo e non si sopporta la sorella che mi sta accanto e che è veramente insopportabile. Non riusciamo ad accettare che l’ambiente dove viviamo, le nostre stesse consorelle siano parte di quella croce che ci fa soffrire e che però dovremmo sapere amare ed accogliere. A volte siamo tentati subdolamente: “Io ho questi talenti ma la mia superiora non li riconosce”. Sarei perfetta per quel compito ma è stato affidato ad un’altra”. “Non mi sento adeguatamente compresa e valorizzata” e così via. L’apostolo Paolo è come sempre sconcertante nel suo realismo che a volte ci pare eccessivo e impossibile da vivere. Ai Corinzi, famosi per i loro contrasti e divisioni, egli dice: “E’ già una sconfitta per voi avere liti tra di voi. Perché non subire piuttosto ingiustizie (sottinteso anziché litigare) Perché non lasciarci piuttosto privare di ciò che ci appartiene”! Questo è un verbo sconosciuto: “Subire”! Sì c’è il momento in cui si discute, si cerca di chiarire, nel quale si spiega la nostra posizione rispettando l’altro, ma poi viene il momento nel quale la nostra sequela diventa autentica, brilla in un certo qual modo agli occhi di Dio perché accetti di “subire” in silenzio. Basta una ricognizione della passione di Gesù per capire bene di che parlo. Pietro scriverà sinteticamente: “Insultato non rispondeva con insulti, maltrattato non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia”. La prima lettura esemplifica ulteriormente il dinamismo della sequela: Io mi sono offerto, mi sono lasciato istruire, altri poi mi hanno maltrattato. La mia forza, la mia consolazione, il mio premio, il mio successo è il Signore. Perciò sorelle quando ci troviamo davanti le difficoltà ricordiamoci che non abbiamo sbagliato strada e neppure che il Signore si è dimenticato di noi: Tutt’altro. Stiamo percorrendo quella giusta e dobbiamo continuare il cammino, speditamente. Dove cercare aiuto? Troverete una forza straordinaria una dolcissima consolazione nell’amore dello Sposo che non delude, non viene mai meno. Imparate a dedicare a Lui i momenti migliori della vostra giornata, a rimanere in ginocchio davanti all’Eucarestia, a lui presentate le vostre fatiche e le vostre lacrime, gridate pure la vostra protesta per ciò che soffrite ma poi rimanete lì perché è bene aspettare in silenzio la consolazione del Signore. Egli non delude, non viene mai meno alle sue promesse. Uscirete da questi incontri raggianti, pronte senza esserne consapevoli, a rendere la vostra testimonianza. Non saranno le vostre parole a parlare saranno la vostra fedeltà e costanza nella prova a rendervi credibili.



