Riflessione di Lia – GMG di Kraków
Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. (Qo 3,1)
Penso che non ci sia frase migliore di questa citazione del Qoèlet per compendiare la mia esperienza alla Giornata mondiale della Gioventù di Cracovia.
Sono contenta di essere tornata a casa, mi sento rinnovata e pronta ad infondere nel quotidiano due settimane ricchissime e piene di incontri inaspettati. Per quanto i ricordi dei giorni appena trascorsi siano intrisi della rugiada della nostalgia, sono piena di gioia all’idea di portare ai miei cari rimasti in Italia tutto l’entusiasmo e l’energia che ho respirato. Ora è il tempo per raccontare e portare i frutti dei giorni trascorsi, e diventare da pellegrino, missionario. Stamattina, mentre ripercorrevo a ritroso la strada che due settimane fa mi aveva condotto alla partenza, mi è venuto spontaneo pensare a quanto siano diversi i passi dell’andata e del ritorno: i primi connotati dalla trepidazione e dalla paura, dall’attesa di novità e dalla speranza di un viaggio sereno e felice, gli altri stanchi ma veloci, appesantiti dalle valigie disordinate e rigonfie, ma rivitalizzati dal dolce peso dei ricordi. 
Due settimane fa, quando siamo partiti alla volta della Polonia, mi è chiaro adesso, era il tempo per partire. In me si agitavano sentimenti contrastanti: dalle assillanti raccomandazioni materne, che mi esortavano a vigilare su un eventuale attacco terroristico, alla curiosità per ciò che sarebbe arrivato, alla sincera stima per un popolo radicato e intessuto di fede come quello polacco, alla mia originaria ritrosia per qualsiasi spostamento drastico dai luoghi che frequento di solito. Ero impaurita ed eccitata e, nonostante io sia una persona dalla fervida fantasia, non riuscivo a immaginare cosa questi giorni ci avrebbero potuto riservare.
Arrivati al confine con la Polonia ero in trepidazione per l’ostacolo linguistico, che mi pareva insormontabile, e per la mia ostinata chiusura rispetto a ciò che esula dal mio orizzonte abituale d’interesse. In parole povere: non capivo una parola di polacco ed ero infastidita.
La settimana a Lublino è stata una vacanza gioiosa e allegra. Mi ha colpito l’inesausta disponibilità delle famiglie che ci hanno ospitato con dedizione per una settimana. Ero partita stanca e prostrata, dopo un anno pieno di soddisfazioni, ma denso anche di fatiche, e la serenità che aleggiava a Lublino, ha lenito il mal contento di giorni di levatacce ed esami. Mi sono chiesta, la mattina in cui la mia faccia terrea e preoccupata indicava eloquentemente il mal di gola che mi era sorto lungo la notte, cosa potesse spingere un baldo ragazzone polacco di 33 anni, e la sua mamma, a propormi con una sollecitudine incredibile, ogni rimedio possibile, a cercare di tradurre bugiardini incomprensibili in polacco in un inglese ancora più improbabile, a offrirmi di mangiare dell’aglio, e ad accompagnarmi fino alla parrocchia per avvertire le suore del mio malessere. Penso con rimorso che, se io avessi ospitato una ragazza a cui era venuto mal di gola, avrei pensato soltanto a quanti grattacapi in più mi avrebbe causato curarla e assisterla. La risposta a questa domanda è venuta con la prima lettera di Giovanni, in cui l’apostolo raccomanda di amare Dio attraverso il prossimo. Per me è stata una manifestazione concreta dell’amore che Gesù riversa su tutti noi vedere la gratuità con cui le nostre famiglie ci hanno accolto e la generosità con cui ci hanno accompagnato. Trascorrere in questa famiglia i miei primi giorni di pellegrinaggio mi ha fatto comprendere la concretezza dell’amore di Dio, la varietà di modi in cui si esprime e ha gettato luce nuova anche sul mio legame con i miei familiari, che allo stesso modo mi hanno accolta e mi sopportano, vi assicuro, è compito arduo, così come sono.
Il momento culminante, conclusione dell’esperienza a Lublino e anticipazione di Cracovia è stata la giornata all’Arena Młodych, lo stadio di Lublino. Un giorno intero passato a lodare il Signore danzando. La preghiera era pura gioia, e abbiamo avuto un primo assaggio della moltitudine di giovani che si sarebbero radunati a Cracovia.
Dopo un commosso arrivederci, al termine di giorni densi di appuntamenti, ma accomunati dalla generosità e dai doni che abbiamo ricevuto dalle famiglie, dal parroco e dai ragazzi della parrocchia di San Stanislao, siamo giunti a Misłowice, un paesone, che dista 70 km da Cracovia, dedicato alla memoria di San Giovanni Battista. Inizialmente dovevamo essere ospitati in una scuola, ma per un fortunato riassortimento siamo capitati nuovamente in famiglia. Altre persone sconosciute ci hanno aperto la casa e nutrito in nome di Cristo, in modo, se possibile, ancor più generoso: la zona in cui eravamo alloggiati era più povera della precedente, e chi ci ospitava ha riservato per noi il meglio del poco che aveva. Io non ho pagato un soldo a Cracovia in cibo, che poi abbia speso 19 złoty in un crocifisso mostra la mia prodigalità incurabile, perché la signora che mi ha ospitato, oltre al pranzo, e alla cena preparata a qualsiasi ora, tutte le mattine ci dava un sacchetto pieno di frutta e di dolcetti. Questa annotazione veniale per dire che io, grazie anche a chi mi ha fatto notare saggiamente questo risvolto mentre avidamente contemplavo gli scaffali di un supermercato, pronta a rifornirmi di panini e altre specialità polacche, senza fare nomi il ben noto Massimiliano, ho vissuto il mio pellegrinaggio come accoglienza fiduciosa di ciò che ci era dato, cibo compreso. Ho capito che parte rilevante dell’atteggiamento del pellegrino è vivere di ciò che gli è donato. Il Signore ci invita a fare l’esperienza della Provvidenza, a fidarci degli altri, al posto che agire da soli, fosse anche per gustare un caffè dall’agognato Starbucks, che si staglia alla stazione centrale di Cracovia. In più, mangiare dopo ore di fila, o consumare cibo bagnato dalla pioggia, o schiacciato dopo una giornata nello zaino, mi fa capire quanto prezioso, e quanto poco scontato sia il nutrimento che abbiamo ogni giorno. A casa mia io affanno la mia mamma, o chi commette l’avventatezza di invitarmi a pranzo, con mille richieste su come dev’essere il cibo, perché risulti di mio gradimento, e chi mi conosce sa anche che le mie fissazioni sono svariate, connotate dal denominatore comune di ridurre una tavola variopinta e ricca ad una mensa da ospedale salutista. Ho capito che non è l’atteggiamento del cristiano rifiutare ciò che gli è dato, specie se a questo dono che ci tiene in vita, non tutto il mondo ha così facilmente accesso. Un’altra cosa su cui mi ha fatto riflettere il modo di mangiare caotico dei giorni a Cracovia è che dopo ore di fatica e di digiuno, mi sentivo riposata e sazia. A parte la fisiologica eccitazione della giornata, che mi impediva di concentrarmi sull’appetito, mi rendo conto che il Cibo a cui bisogna anelare è Altro, e forse noi eravamo, in quel senso, molto ben nutriti. A Cracovia è stato difficile sintonizzarsi sul ritmo della manifestazione. Principalmente perché io ho il desiderio di essere il centro del mondo, ed è difficile esserlo in mezzo al mondo che si riunisce nella sua varietà in una città sola. Mi sarebbe piaciuto, parlo francamente, che in mezzo alle affascinanti delegazioni che ci circondavano, il mio ragazzo fosse concentrato solo su di me, pronto a tessere le mie lodi in ogni istante e a comprendere il mio disagio nella confusione e nella socializzazione forzata con gente che non mi interessava conoscere. Il punto culminante della tensione che si era creata è stata una litigata feroce, consumatasi nella stazione di Cracovia, causata dal pranzo che non eravamo riusciti a fare, a causa dei tempi serrati. Mi sentivo messa da parte, non voluta e adombrata da tutti i giovani e dall’entusiasmo che Massimiliano aveva per loro. Dopo esserci riconciliati ero dispiaciuta di avergli riservato una così brutta reazione, quando alla Messa degli italiani risuona un versetto del Vangelo di Giovanni che sembra fatto apposta per me: Pietro, mi ami più di costoro? che alle mie orecchie è risuonato come Lia, mi ami più del tuo ragazzo? E della tua famiglia?. La mia risposta onesta sarebbe stata un netto diniego. Non amo il Signore, che mi sembra sempre così evanescente e astratto, più delle persone da cui pretendo che esauriscano la mia radicale insicurezza e il vuoto connaturato in me. Guardandomi intorno con chiarezza, illuminata da questa parola, ho notato ancora una volta la generosità con cui ogni persona che entrava in contatto con me si dava, anche soltanto per scambiare un cappellino. Perché resistere a questa allegria sconvolgente che tutti respiravano? Perché non fidarsi di Dio e abbandonarsi a ciò che sarebbe successo con fiducia? Partendo da casa, insoddisfatta dei miei studi e dell’argomento della mia tesi finale, avevo portato con me i libri che non avevo letto lungo questi anni di università, alcuni perché erano troppo intensi, altri perché mi era mancato il tempo. Era il tempo di leggerli, perché ognuno mi ha parlato con vigore della realtà che stavo vivendo, fosse una dotta dissertazione sul male, che mostrava quanto l’orgoglio sia l’origine di ogni peccato, o la commovente vicenda di Chiara Corbella che si è fidata fino a dare la propria vita. Ciò che in tutti i testi ricorreva quasi con insistenza era la Croce di Cristo, che è inevitabile, ma che porta alla Vita. Ho i brividi mentre scrivo queste parole, a me la sofferenza fa paura, ma riesco a capire che noi siamo fatti ad immagine di un Dio crocifisso e umiliato per amore, e che quindi il coronamento della nostra natura è il dono di noi stessi. A questa riflessione mi ha condotto anche una statua di Gesù, ritratto prima di essere crocifisso, che abbiamo ammirato nella chiesa dei domenicani. Sotto il Cristo schernito e affranto un’insegna recitava Ecce homo. L’immagine dell’umanità piena è un uomo che diventa divino non ergendosi nel vigore di un’umanità potente e riboccante di vita, ma nell’onnipotenza di un sacrificio compiuto per amore. Incomprensibile e misterioso.
Infine, anche la Messa finale del Papa mi ha insegnato molto. Le parole del pontefice sono stata una sferzata di energia, ma mi sono resa conto, lì come al santuario di Czestochova, che Dio deve essere il centro. Altrimenti, una manifestazione come la Giornata Mondiale della Gioventù non avrebbe alcun senso senza Dio, ma sarebbe un’inutile sfacchinata per sentire male e sotto al sole, la predica del Papa che si potrebbe comodamente ascoltare a casa propria, e anche con una qualità audio nettamente superiore. Era difficile mantenersi concentrati nell’afa, attorniati da tante persone, impossibile senza ricordare il profondo perché del mio pellegrinaggio a Cracovia.


