Sulla necessità di non raffreddarsi nella Orazione
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O quanto ci possiamo, o Revdē Madri, tenere fortunati di potere aprire il nostro cuore a Dio coll’orazione. La nostra miseria, la nostra fiacchezza è grande: i nemici onde siamo circondati sono feroci, i pericoli che ad ogni momento ci minacciano sono gravissimi; ma poiché ci è data l’arme dell’orazione non abbiamo nulla da temere. Per essa noi ci leviamo dal fango della terra; ci sottragghiamo alla tirannia dei sensi, ci facciamo superiori a tutto.
L’anima che in sé raccolta si trattiene in dolci colloqui con Dio, si trova portata in una regione tranquilla, serena, celestiale: donde le cose più sublimi del mondo compariscono ai suoi occhi così meschine ed ignobili da muovere a pietà. Chi apre confidentemente il suo cuore a Dio non può esser povero di nulla; nulla lo può sgomentare; nulla lo può abbattere. Perocché mentre egli è il padrone di tutte le cose, e tutto sta nella sua mano, desidera ardentemente, anzi e’ si tiene sopra modo onorato che noi gli facciamo conoscere i nostri bisogni, a fine di potervi prontamente provvedere. Non appena, dice S. Agostino, la nostra preghiera ha cominciato a salire al trono di Dio, che già la commiserazione di lui discende sopra di noi.
Oh fortunato chi conosce l’eccellenza e la efficacia dell’orazione, e vi si abbandona con tutta l’effusione dello spirito. Lo assaliranno le miserie del mondo? ma nella orazione troverà forza a sostenerle. Lo perseguiteranno gli uomini? ma l’orazione lo farà sicuro della grazia di Dio, che sta sopra a qualunque umano favore. Lo colpiranno le disgrazie? ma l’orazione gli farà trovare un conforto ineffabile nello stesso dolore. Lo assaliranno le tentazioni? ma dinanzi all’orazione esse si dilegueranno come nebbia al soffiar dei venti. Oh, o buon Padre celeste, quanto ci hai beneficati! Non solo hai voluto ricomperarci col sangue prezioso dell’unigenito tuo Figlio, non solo ci hai colmati di ricchezze spirituali nei sacramenti, ma di più ci hai aperto l’adito a te, perché supplichevoli figli possiamo impetrare dal tuo cuore paterno tutto ciò che ci può esser profittevole alla salute nostra temporale e spirituale. Oh, sì noi amiamo meglio appellarti padre, che principe e Signore! Perocché dov’è quel principe, (sia pur buono ed amoroso), che tenga sempre aperte le porte del suo palazzo ai suoi sudditi più poveri? Qual’è quel principe, (e sia pur benefico e liberale) il quale conceda benignamente e con prontezza tutto ciò che con ragione egli sia richiesto? Qual’è quel principe (e sia pure umile ed alla mano), il quale trovi più diletto nel conversare co’ più poverelli, co’ più infermi, co’ più meschini, che non coi più grandi e potenti del suo regno? Ah, niuno, niuno ve n’ha. Ma il Padre, il Padre che non fa egli pe’ figli suoi? V’è sacrifizio cui non soggiace? v’è fatica che Ei non sostenga? v’è angustia che non gli sembri leggiera? v’è domanda, v’è bisogno, cui a costo anche della vita non sodisfaccia per la salute, per l’onore, per la prosperità dei figli suoi? E se alcuno di essi sia infermo, sia disgraziato, sia afflitto, non veglia forse più volentieri al suo fianco, che non a quello degli altri che sono in migliore condizione? Non si poteva dunque trovare nome che fosse meglio acconcio di questo a significare il cuore di Dio verso degli uomini; nè gli uomini possono usare nome più dolce, più rassicurante, più vero per rivolgersi al cuore di Dio. E come poteva essere altrimenti? O anime redente sentite, sentite come Dio vi parla per invitarvi a se, per consolarvi, per farvi ricche e felici! Sentite, sentite, ecco le sue parole e poi ditemi se esse non sono veramente parole di un Padre! O voi tutti, egli dice, che siete afflitti ed aggravati dalle miserie del mondo, venite, venite a me, gettatevi nelle mie braccia, apritemi il vostro cuore, ed io vi consolerò. Venite ad me omnes qui onerati et gravati estis et ego reficiam vos. Dietro così amorevoli e rassicuranti parole, noi non abbiamo, nò, più ragione di dolerci delle nostre miserie, della nostra fragilità, della nostra fiacchezza. Perocché quando noi vogliamo davvero, possiamo esser forti, essere invincibili, esser provveduti di tutto che fa mestieri alla nostra salute, purché ricorriamo confidentemente colla orazione al Padre nostro che è nei cieli.
Sì, bisogna pur confessarlo, se noi ci troviamo sopraffatti dalle spirituali tribolazioni, è tutta colpa nostra. Se noi ci troviamo poveri è perché non chiediamo, se ci troviamo deboli è perché non cerchiamo le forze. Se noi cadiamo con facilità, è perché noi non cerchiamo d’ajuto. Oh come di qui emerge necessaria l’assiduità dell’orazione! Perocché se armati di essa nulla abbiam da temere dalla nostra corrotta natura; sprovveduti, o poco ben forniti di essa non v’ha pericolo, anco leggiero, che per noi non possa esser fatale. Ed è questo che io vorrei fosse particolarmente inteso, ed a cui sono volte più che altro le mie parole. Imperocché, parlare a voi, o Revdē Madri, della eccellenza e dell’assiduità nell’orazione, a voi che fate vita monastica, vita, cioè, tutta composta di bene ordinate e non preteribili preghiere, potrebbe sembrare cosa affatto vana e inutile. Ma non vano nè inutile può essere, nemmeno da voi stesse stimato il considerare seriamente quanto danno spirituale recar possa il raffreddarsi nell’orazione. Perciocché in due modi può seguire questo raffreddamento, e tutti e due sono ugualmente pregiudicevoli.
Il primo sarebbe quello di tralasciare o per negligenza o per lieve cagione alcuna di quelle pratiche di orazione, o che dal regolamento della comunità sono prescritte, o che una abbia particolarmente imposto a se stessa. Questo primo modo di raffreddamento, confesso, è difficile a darsi tra voi, o Dilettissime nel Signore, perocché oltre all’esser voi osservanti delle regole (e di ciò ne sia lode a Dio), è da considerarsi inoltre che allorquando è presa un’abitudine, difficilmente uno si diparte da quella.
Ma appunto da ciò scaturisce il secondo modo di raffreddamento, che non di rado può trovarsi anche nelle anime buone. Ed è appunto quell’abitudine, quel metodo conforme e costante, entro il quale pur troppo s’insinua la freddezza senza che pure ce ne accorgiamo. [Parlerò di me, che pur troppo ho bisogno di rientrare in me stesso e di scuotermi da quel torpore, che è cagione di sì gravi danni alla vita spirituale. Volesse il Cielo che nella recita dell’ufizio divino e nella celebrazione della santa Messa avessi continuato a recare quel raccoglimento e quel fervore, che mi parve d’avere allorché la prima volta cominciai ad esercitare il ministero sacerdotale. Volesse il cielo! Ma pur troppo, il ripetere tutti i giorni quella sublime orazione, e quel tremendo e sacrosanto sacrifizio ha fatto sì, che sopravvenendo per mia colpa l’abitudine, la mente non sia più compresa come dovrebbe, nè il cuore sia più infervorato come sarebbe necessario nella preghiera e nel sacrificio! ha fatto sì che lo spirito abbia pochissima parte in queste divine opere, e che gran parte di esse (oh mia confusione!) da me si faccia macchinalmente. Ed a che cosa vale l’orazione allorché questa sciagurata abitudine sopravviene ad assiderarla col suo soffio gelato? O mio Signore abbiatemi pietà! Voi avete detto: Il mio popolo mi onora colle labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Ah, che questo rimprovero mi ferisce l’anima, perch’io conosco pur troppo quanto ne sono io pure meritevole. Deh mi sia cagione di salute, o Signore, l’essermi almeno riconosciuto e confessato dinanzi a Voi.
O Revdē Madri forse non sarà possibile che alcuna di voi abbia a doversi rimproverare, come me, di un tale pernicioso raffreddamento. Ma se mai vi fosse (poiché la fralezza umana è tanta) si riscuota dal fatale torpore. Chiediamo insieme grazia a Dio, che il cuore si ammolisca e che la mente si raccolga dalla sua dissipazione. E dipoi acciocché possiamo rimanere più vivamente commossi,]2 consideriamo i danni che da questo fatale raffreddamento derivano all’anima. Così tra per la divina grazia che giova sperare, tra per le considerazioni dei danni cui ci esponghiamo, può essere (e Dio lo voglia) che ci accendiamo nel fervore della orazione.
Come il corpo ha bisogno di alimento a mantenere prospere e vigorose le sue forze; così l’anima ha bisogno di questo pane spirituale della orazione per mentenersi forte e vigorosa contro gli assalti dei nostri spirituali nemici. E come non ogni sorta di cibo nutrisce e sostiene, così non ogni orazione conforta e dà vigore, ma quella sola che sia fatta con intima unione della mente con Dio. Quanti non vediamo noi che avendo sempre avidità di mangiare, e mangiando copiosamente, invece che il cibo gli fortifichi, pare che maggiormente gli indebolisca? Questo è segno o che il cibo non è buono, o che lo stomaco è infetto e che non distribuisce proporzionatamente alle altre parti del corpo. Lo stesso può dirsi della orazione. Quanti non si vedono che facendo vita ascetica in mezzo a molte pratiche divote, tuttavia si trovano così poveri di virtù, che all’occasione non sanno resistere ai disordinati moti dell’animo, come all’ira, alla superbia, all’ambizione? E che segno è questo o Revdē Madri? Egli è segno che quella orazione, quelle divote pratiche sono puramente materiali e meccaniche, e non punto animate dal divino fuoco della carità. Perocché egli è affatto impossibile che chi prega come conviene e prega assiduamente non vada ogni giorno crescendo nella perfezione delle virtù. Se fosse altrimenti bisognerebbe dire che l’orazione è inutile e inefficace; bisognerebbe dire che sono vane tutte le promesse che Dio ha fatte a chi a lui si rivolge; bisognerebbe dire essere un inganno quello strettissimo comandamento ch’egli ci ha fatto di pregare; un inganno quell’assicurarci che pregando non potranno nulla sopra di noi le tentazioni. Or se questa è cosa empia pure a pensare è forza conchiudere che l’orazione la quale non ci rende un di più migliori, è orazione falza, è orazione che non iscaturisce dal cuore calda di carità, ma da un semplice material moto delle labbra. Sia pertanto questo un grande e sicuro segno per conoscere se la nostra orazione sia vera; il vedere se essa produce in noi un miglioramento. Se facendo un sincero esame di conscienza ci troviamo a mano a mano emendati di qualche difetto e cresciuti in qualche virtù, siamo pur sicuri che la nostra orazione è vera e buona. Ma se poi ci troviamo addosso le stesse passioncelle prepotenti, gli stessi difetti, l’istesse colpe; oh allora riscuotiamoci e chiediamo a Dio fervore, e riconcentriamo la nostra mente e raccolghiamo l’animo nostro, perché altrimenti perderemmo il nostro tempo infruttuosamente.
Ecco pertanto il primo danno del raffreddamento dell’orazione; di renderci stazionarii nei nostri difetti senza farci avanzare nemmeno di un passo sulle vie di Dio. Ma si arrestasse pur qui questo danno! Il peggio è che va più oltre: imperocché la freddezza e la trascuranza dell’orazione stenuando le forze dell’anima, accresce d’altrettanto quelle delle passioni, le quali ci guidano a mano a mano al peggioramento. Imperocché si produce nell’anima un oscuramento, che impedisce di vedere il male, il quale viene così a sorprenderci senza che noi quasi ce ne accorgiamo. Ed una volta che esso ha potuto mettere una qualche piccola radice non è a dire come questo germogli e si propaghi. Come in un campo basta un sol filo di gramigna, perché questo ne rimanga tutto ingombro e infettato; così nell’anima basta che una sola passioncella abbia libero il freno, ché tosto ne susciti altre, e tutte insieme crescano sciaguratamente. Oh pur troppo il male è rapidamente progressivo da sé! e se noi non procuriamo di opporgli un ostacolo colla fervorosa orazione, fa come quella sottile polla di acqua la quale scende prima con povero rigagnolo, e poi cresce in rivo, s’ingrossa in torrente, gonfia in fiume profondo e fragoroso che bruca le campagne e diserta le messi. E credo bene che a questo oscuramento dell’anima volesse accennare il re Profeta, allorché diceva: “Posuisti tenebras et facta est nox: in ipsa pertransibunt omnes bestiae silvae”. E che sono mai queste bestie della selva che secondo la frase del Profeta s’introducono nelle tenebre? Che sono se non le passioni disordinate, le quali invadono l’anima priva della luce di Dio? Questo danno spirituale basterebbe di per se a doverci mettere in guardia contro il raffreddamento della orazione.
Ma io voglio toccare anche un altro danno temporale, se mai fosse vero che ci scuotessero più le cose del tempo che della eternità, come pur troppo sovente avviene. Il mondo è pieno di angustie, di pericoli e di sciagure, che vengono tratto tratto a colpirci, abbattendoci più o meno secondo che l’anima è più o meno forte. Questi mali che si limitano semplicemente al tempo, non dovrebbero scuoterci gran fatto, perché essi non hanno alcun potere sopra la salute dell’anima e sono momentanei e transitorii. Anzi quando si ricevono con animo rassegnato sono un ajuto potente all’eterna salute. E questo aiuto ve lo trovano realmente tutti coloro che hanno l’anima fortificata dalla orazione. Perocché costoro sanno piegare il capo alla volontà di Dio e benedire alla mano che gli percuote, perché son certi che quella mano medesima presto gli rialzerà e gli sanerà. Cosi fece il Santo Giob, il quale per niuna sciagura, quantunque tutte fossero gravissime e ognora crescenti, mai si indusse a lasciarsi vincere dalla desolazione e dalla disperazione, e molto meno ad alzare la voce contro Dio. Così fecero tutti i santi, i quali in mezzo alle più dure persecuzioni del mondo, serbarono animo tranquillo e sereno. Così fecero tutti i martiri, i quali in mezzo a’ più orribili strazii, cantando inni di lode e di benedizione a Dio, andarono allegri e trionfanti a cogliere la palma della vittoria. Tale è l’effetto dell’intima unione con Dio ottenuta per mezzo della fervorosa orazione! Ma questo accaderà forse di coloro o che non pregano, o che si lasciano raffreddare nella orazione? Ah nò dicerto, e l’esperienza cel mostra tuttodì. Bisogna vederli quando la morte colpisce qualcuno dei loro parenti o amici, o quando una disgrazia colpisce le loro fortune; o quando una malattia gli confina in un letto; o quando un ingiuria viene a colpire il loro amor proprio; o quando un ostacolo impedisce un qualche loro disegno; o quando una pubblica calamità gli mette in apprensione; o quando un gastigo di Dio, come sarebbe o di carestia, o di guerra, o di pestilenza, o di procelle del Cielo si manifesta. Bisogna vederli come cadono di animo, come si scoloriscono nella faccia, come danno segni di sbigottimento, di desolazione, e come talvolta nel loro smarrimento non si fanno nemmeno coscienza di levar la voce fin contro Dio. E perché ciò? Ve lo dice Davide: “Dum non invocaverunt” e qual ne fu la conseguenza? “Illi trepidaverunt ubi non erat timor”. Essi non invocarono Dio, e perciò furon presi di spavento colà dove non vi era vera ragione di temere. Io con questo ho toccato la conseguenza estrema del trascurare l’orazione; conseguenza che forse non era tanto necessario ch’io qui dichiarassi.
Ma io l’ho fatto a mostrarvi, o Rev.dē Madri, che se un semplice raffreddamento non produce così subito questi amarissimi frutti, almeno si va certamente e irreparabilmente ad essi a grado a grado, se con prontezza non procuriamo di riaccendere ne’ nostri cuori il fuoco della divina carità.
Concludiamo finalmente. Noi abbiamo per divina misericordia, nella orazione una gran ricchezza; ricchezza che essa sola è bastante a riparare tutti i guasti sofferti dalla nostra natura; ricchezza che unica può procacciarci la forza da sostenere con animo invitto tutte le umane avversità, che unica può aprirci la via alla beatitudine eterna. Ma non bisogna però raffreddarci menomamente nell’esercizio e nella pratica di essa, perché altrimenti non solo non conseguiremmo gli accennati beni temporali ed eterni, ma andremo di grado in grado precipitando verso la nostra perdizione.
E qui per ultimo ricordiamoci, o Dilettissime nel Signore, che raffreddarsi nell’orazione, non solo vuol dire, lasciarne in parte l’esercizio, ma vuol dire ancora non esercitarla con quel fervore di spirito, con quel raccoglimento di cuore, con quella elevatezza di mente che sono necessari acciocché vi sia vero ed efficace colloquio tra l’anima e Dio; vuol dire insomma, pregare non per sentimento, ma per abitudine. [E qui voglio raccontarvi un fatto, per dimostrarvi che anche un empio può fare orazione per abitudine. V’era un ateo, cioè uno che non credeva in Dio, e tuttavia ogni anno andava alla Chiesa, per assistere alla Novena del S. Natale. Un tale che ci aveva confidenza e che ben conosceva la sua incredulità, un bel giorno gli domandò: come mai voi che non credete in Dio, assistete alla Novena che si fa in preparazione alla nascita del Suo Unigenito? L’ateo rispose: è un’abitudine contratta fin da bambino. Vedete, egli andava a fare orazione non per render gloria a Dio, ma per abitudine.]3
[E qui bisogna osservare che le distrazioni involontarie non tolgono il merito all’orazione, perché se queste lo togliessero, nessuno farebbe mai bene l’orazione. Di queste bisogna umiliarsene davanti a Dio, e subito riconcentrarci quando ci accorgiamo di essere distratti.]4
O Dio di bontà, liberateci, vi scongiuriamo dai funesti effetti di questo mostro dell’abitudine, il cui soffio avvelenatore è capace di guastare le più sante opere. Deh viva sempre e poi sempre nel nostro cuore la fiaccola della vostra carità.
2 […] Testo omesso in una successiva utilizzazione dell’omelia.
3 […] Testo aggiunto per una successiva utilizzazione dell’omelia.
4 […] Testo aggiunto per una successiva utilizzazione dell’omelia



